Ida Meneghello
Diario di una spettatrice

Il Moretti teatrale

Il debutto di Nanni Moretti nella regia teatrale con due atti unici di Natalia Ginzburg si consuma senza fuochi d'artificio. Tranne per il battage pubblicitario martellante

Ho visto Diari d’amore (all’Arena del Sole di Bologna), la prima regia teatrale di Nanni Moretti, e provo a buttare giù un paio di considerazioni semplici che, gioco a carte scoperte, mi mettono fuori dal coro della critica e del pubblico che inneggia a questo sorprendente esordio a 70 anni, al suo coraggio ecc. ecc. Sono solo le impressioni di una spettatrice che frequenta da molti anni il teatro (non quanto va al cinema) ma non sa un tubo di teatro, o meglio, non sa un tubo di ciò che sta dietro le quinte del palcoscenico, in letteratura si chiamano “liaisons dangereuses”, volgarmente lobby o consorterie che fanno sì che in quel mondo (ma forse vale in tutti i mondi) sia sempre questione di figli e figliastri, stavolta anche di più e platealmente.
La prima cosa che ho notato è la macchina da guerra che è scesa in campo per produrre uno spettacolo di 90 minuti costituito, com’è noto, da due atti unici di Natalia Ginzburg, Fragola e panna (1966) e Dialogo (1970): Teatro Stabile di Torino, Teatro di Napoli, Emilia Romagna Teatro ERT, un gruppo nutrito di teatri francesi e anche la Carnezzeria di Emma Dante. La macchina da guerra ovviamente ha prodotto non solo lo spettacolo, ma anche la relativa campagna di comunicazione che ha tappezzato di manifesti Bologna, prima città della tournée dopo il debutto al teatro Carignano di Torino. In questi manifesti compare a lettere cubitali NANNI MORETTI, come fosse lui l’autore dell’opera e non solo il regista. Certo, vuoi mettere la fama di Moretti con la Ginzburg? Infatti così piena l’Arena del sole non l’ho mai vista, serate esaurite perché tutti sono convinti che Nanni appaia in carne e ossa. Infatti alla fine lui era sul palco a prendersi gli applausi del pubblico, mica come Pier Luigi Pizzi, uno che ha fatto la storia del teatro in Italia, ma se ne sta sempre rannicchiato in platea in mezzo al pubblico e ogni volta Umberto Orsini o chi per lui deve chiamarlo e farlo alzare per prendersi l’applauso.

E lo spettacolo, questa benedetta prima regia teatrale, com’era? Senza sorprese, senza coup de théâtre, minimalista, un po’ impacciata, un po’ noiosa (confesso, mi sono appisolata ogni tanto). Certo, siamo in due classici interni borghesi dove la banalità delle parole nasconde l’abisso delle solitudini, il fallimento delle relazioni, la falsità delle convenzioni ecc. Sono testi degli anni Sessanta, così nel primo c’è un letto, nel secondo due divani, mica è il teatro di Ronconi o Strehler. Però proprio perché tutto è ridotto all’osso anche uno spettatore distratto si accorge delle sbavature: in Dialogo per esempio il protagonista seduto accanto al letto era al buio perché la sedia era spostata rispetto al faro che doveva illuminarlo e il poveretto ha recitato contorcendosi per intercettare la luce. E anche sulla scelta del cast ho qualche dubbio (per esempio Valerio Binasco, l’unico attore tra quattro donne, mi è sembrato troppo anziano per quei ruoli).

Concludo: ero fuori dal coro con Il sol dell’avvenire che non mi era piaciuto per niente, speravo che l’esordio teatrale di Moretti fosse una piacevole sorpresa, così non è stato. Chi può, vada comunque a vedere Diari d’amore, perché andare a teatro è importante come andare al cinema in questi tempi bui. Del resto tutti ne parlano benissimo. Ma sospetto che abbia ragione Silvio Orlando, uno che ne sa di teatro e conosce a memoria Nanni, quando dice che “a teatro la sincerità non è di casa”.


La fotografia accanto al titolo è di Alberto Novelli.

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