Giovanni Piccioni
Morandi: un libro e da oggi una mostra

Ut pictura poiesis

Come la pittura così la poesia. Utile rileggere il volume dedicato al pittore bolognese e a Eugenio Montale (“Morandi e Montale - Un intrecciarsi di piani poetici”) da Marilena Pasquali, la studiosa che ha dato vita al Centro Studi Giorgio Morandi. Mentre apre l'esposizione a Palazzo Reale di Milano

Il nome di Marilena Pasquali è legato in modo inscindibile a quello di Giorgio Morandi. Massima studiosa del pittore bolognese, nel 1993 ha fondato a Bologna il Museo Morandi, dando vita poi al Centro Studi Giorgio Morandi e divenendo Presidente del Comitato per il Catalogo Morandi. Ricordo ancora con emozione la visita a quel museo che ho avuto la fortuna di vedere prima che fosse chiuso e che le opere fossero trasferite al MAMbo che ora le conserva. Oltre agli splendidi quadri, la camera studio del pittore, la tavolozza, i pennelli e soprattutto gli oggetti dimessi ma per lui così significativi che isolava e formulava in immagine. Innumerevoli le pubblicazioni che Marilena Pasquali ha dedicato al grande artista, mi piace citare quelle a me più congeniali: Giorgio Morandi. Il sentimento delle cose (2019) e i due saggi sui poeti che il pittore prediligeva: Morandi e Leopardi (Bologna, Museo Morandi) e L’incontro tra Giorgio Morandi e Dino Campana (in “I portici della poesia. Dino Campana a Bologna – 1912-1914”, ripubblicato da Marilena Pasquali nella sua monografia su Morandi del 2010). 

Ma veniamo al recente Morandi e Montale – Un intrecciarsi di piani poetici (Succedeoggi Libri 2022). Mi sembra appropriato iniziare dalla frase assai nota di Orazio nell’Ars poetica o Epistola ai Pisoni (la famiglia dell’aristocrazia romana cui appartenne Augusto): Ut pictura poiesis, come la pittura così la poesia. Naturalmente non intendo dire che un quadro di Morandi e una poesia di Montale sono equivalenti, ma che, come scopriremo nelle pagine del libro, fra il pittore e il poeta vi sono corrispondenze, affinità, analogie. Ma per entrare “in medias res” leggiamo la dichiarazione di intenti che la stessa Pasquali esprime con chiarezza nell’ultimo capitolo: «Quello che si propone non è un raffronto fra l’arte di Morandi e la poesia di Montale; piuttosto è l’ipotesi di possibili analogie e l’indagine su i fili segreti che legano la pittura di Morandi e la poesia di Montale, che stanno alla base di questo mio lavoro, ne sono il fulcro e possono rappresentare un piccolo passo avanti nella conoscenza dei due grandissimi artisti». Nei sei capitoli scorrono le rispettive biografie, i luoghi e gli amici comuni e il rapporto di grande stima reciproca che danno sostanza al loro incontro, così come i poeti amati da Morandi, i pittori amati da Montale. Infine, l’analisi delle rispettive opere, con le loro affinità e convergenze: in sostanza i primi cinque capitoli sono un preludio all’ ultimo, più strettamente critico.

In una delle liriche più belle degli Ossi di seppia, «Non chiederci la parola che squadri da ogni lato/ l’animo nostro informe», la chiusa è: «Codesto solo oggi possiamo dirti/ ciò che non siamo, ciò che non vogliamo». Anche Morandi sa “ciò che non è”, “ciò che non vuole”. Entrambi avversano la retorica di quegli anni, la cultura dominante all’insegna del decadentismo e del simbolismo (D’Annunzio e Sartorio, Carducci e De Carolis), prediligono l’“understatement”,  il pudore dei sentimenti, sanno che il silenzio è un intervallo musicale che apre le porte all’arte e alla poesia e preferiscono un linguaggio scarno, espressione delle cose di ogni giorno, insignificanti e anodine. Il significato di quest’ultimo aggettivo usato da Marilena Pasquali è “blandamente calmante”, o, appunto, “insignificante”. Ma se risaliamo alla sua etimologia troviamo che viene dal greco “anodynos”, che vuol dire “libero dal dolore”. Quindi non è arbitrario dire che gli oggetti cari sia a Morandi che a Montale hanno la proprietà di un balsamo che lenisce il dolore dell’esistenza.

Giorgio Morandi, “Natura morta”, 1952, collezione privata

La predilezione per gli oggetti consueti che abbiamo sottolineato è il motivo della stima incondizionata di Morandi per alcuni pittori italiani a lui contemporanei: Ottone Rosai, Ardengo Soffici, Mino Maccari e Filippo de Pisis. In loro ritrova la rappresentazione dimessa della natura e della vita di tutti i giorni di un’umanità raffigurata in forma essenziale. Ma i pittori che hanno contato di più negli anni della sua formazione sono innanzitutto Cézanne, per la sintesi formale di massima essenzialità, Chardin e le sue nature morte  dall’assoluto rigore compositivo, Matisse per l’uso semplificato del colore e De Staël con le sue nature morte, i paesaggi trasparenti, e la costante ricerca di luminosità. La parola “essenzialità” è cruciale sia per Morandi che per Montale. Scrive Montale in “Mediterraneo” (dagli Ossi di seppia): «Avrei voluto sentirmi scabro ed essenziale/ siccome i ciottoli che tu volvi/ mangiati dalla salsedine». E nella sua prima intervista, rilasciata a Piero Bargellini, direttore del “Frontespizio”, nel 1937, Morandi dice: «Prima di morire vorrei condurre a fine due quadri. Quello che importa è toccare il fondo, l’essenzialità delle cose».

Se il contenuto della poesia di Montale, come abbiamo detto, è costituito da oggetti insignificanti, quotidiani, la forma è assai diversa. Il poeta ricorre a parole poetiche, inconsuete. Ecco qualche esempio: volviinvece di volgi (usato dal 1313, dal latino di provenienza indoeuropea volvere ); falbe: giallo scuro tendente al rosso (aggettivo usato dalla fine del secolo XVI, prestito germanico per tramite di altre lingue, dall’occitano falb, dal germanico falwa, tedesco falb); abbacinare(usato dalla seconda metà del secolo XIII, derivato da bacino con il prefisso –a: designa l’antica pratica di accecamento mediante un bacino rovente); ventura (usato dal secolo XIV): sorte, destino (dal latino ventura: il futuro, letteralmente le cose che stanno per venire ); olla(usato dal secolo XIII): recipiente di terracotta destinato alla cottura e conservazione dei cibi, prestito latino, variante popolare di aulla,“pentola senza anse”. In italiano è voce di trasmissione dotta, mentre è di trasmissione diretta nei dialetti settentrionali. 

Due opere esposte a Palazzo Reale di Milano. La mostra è a cura di Maria Cristina Bandera

Fra Morandi e Montale c’è stato un rapporto diretto: il poeta acquista dall’artista un piccolo mazzo di fiori del 1942 e una natura morta del 1946 che illuminano il salotto della sua casa di Milano. I due non si frequentano e non si scrivono, ma possono definirsi amici: hanno in comune vicende, luoghi, persone, così uno sa molte cose dell’altro e ne segue il lavoro. Possono vedersi e scambiare qualche parola ai tempi di “Solaria” e dell’“Antico Fattore” a Firenze, dove Montale vive, e Morandi si reca spesso perché lì ha amici vicini al poeta. Infine, forse nella più esauriente intervista televisiva a Montale, realizzata da Leone Piccioni nel 1966, (“Incontri: Eugenio Montale”), il poeta, accostando al ricordo di de Pisis quello dell’artista bolognese dice: «Morandi l’ho conosciuto molto più tardi. Eravamo pure amici. Mi ha venduto a prezzo, diciamo così, irrisorio… due quadri: uno di crisantemi, molto bello, e poi un quadro di bottiglie», (li acquistò direttamente dal pittore in Via Fondazza).

In Una pietra sopra Italo Calvino così descrive la temperie culturale di quel tempo: «Il rigore di Montale, Ungaretti, Bilenchi, Morandi, l’esattezza della luce che avvolge l’umile realtà delle cose sono stati l’eredità che abbiamo tratto dall’ermetismo. Ci hanno insegnato a tenerci all’osso, che ciò di cui possiamo essere sicuri è pochissimo e va sofferto fino in fondo entro di noi: una lezione di stoicismo». 

Sia per Morandi che per Montale le donne di famiglia rivestono una grande importanza: per il pittore, la madre e le tre sorelle rappresentano l’abbraccio caldo della casa, quelle voci che non lo fanno sentire mai solo; Montale è indirizzato agli studi dalla sorella Marianna, ed è lei per prima a scoprire la vena poetica del fratello più giovane. Morandi non ha una vita sentimentale: oltre a quelle familiari non ci sono altre presenze femminili nella sua esistenza: quasi che la famiglia e la sua arte colmassero del tutto la sua sfera emotiva. 

Giorgio Morandi, “Fiori”, 1957, collezione privata

Morandi ha bisogno di poesia, il rapporto con la parola scritta è particolarmente importante nei suoi anni di formazione e di prima maturità, tra il 1910 e il 1940. È stato un giovane pieno di curiosità e interessi, pronto a ogni scoperta. Il primo poeta che sente vicino è Leopardi, nel quale, insieme a Pascal, trova pienamente realizzato quel “sentimento delle cose” che è guida costante del suo agire. Nella sua biblioteca si trovano infatti i Canti e le Operette morali (suoi “livres de chevet” ). Nel 1913-14 il giovane pittore incontra da solo, senza mediatori, lo “studente” Dino Campana e gli acquista una copia della prima edizione dei Canti Orfici. La generazione dei poeti più giovani guarda la pittura di Morandi per riflettere più a fondo e creare la loro opera in versi, ma secondo Marilena Pasquali è la voce di Mario Luzi quella più vicina al rigore etico di Morandi: convive con il dubbio, il senso del limite, il tempo sospeso. Scrive: «Ci sono suoi versi che dicono dell’artista e della sua opera assai più di pagine e pagine di riflessione critica». Nel Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini si ritrovano i paesaggi dipinti negli anni della guerra, dove la morte annunciata è l’attesa e l’assenza che trovano corrispondenza nel verso «Attraverso quella valle piena d’assenza degli uomini» e ancora: «E stanno/ nella materia/ o sono/ nell’anima i colori?».

Fra Morandi e Montale le somiglianze sono di due tipi: da un lato si può trovare, come ha detto Montale, che «la poesia è la costruzione di un oggetto. Un oggetto fatto di parole, ma pur sempre un oggetto»; dall’altro – e qui le cose si fanno più complesse – si possono cercare affinità nel pensiero e nella sensibilità, in una possibile visione condivisa del mondo. Il pensiero sostiene la costruzione dell’immagine, la mente guida e si pone al servizio della penna e del pennello. In entrambi la capacità di osservazione del reale è spinta all’estremo. Anche nella concezione del paesaggio le loro sensibilità (pur così diverse) si incontrano; l’espressione “paesaggio poetico” vale sia per il pittore che per il poeta, soprattutto per gli scorci di natura estiva. Come i Paesaggi dipinti negli anni Venti e nei primi anni Trenta, così quelli di Montale sono visioni ferme nel sole, fissate nel tempo e nello spazio. Basta confrontare il Paesaggio di Villa Comi o il Paesaggio con il muro rosa con i versi «Gloria del disteso mezzogiorno/ quand’ombra non rendono gli alberi/ e più e più si mostrano d’attorno/ per troppa luce, le presenze, falbe». C’è colore nella poesia di Montale: nell’immagine dipinta trova una sorgente d’ispirazione, un approdo. Se per Montale «Svanire è dunque la ventura delle venture», nei capolavori di Morandi degli anni Cinquanta, e negli ultimi acquerelli il contorno si apre, lo spazio perde peso e si dissolve «svanisce nell’aria» (cito ancora Marilena Pasquali.

In una intervista rilasciata nel 1951 a uno scrittore tedesco Morandi confessa con soddisfazione: «Ho avuto la fortuna di una vita senza eventi significativi». E Montale, analogamente, ha detto: «Ho vissuto al cinque per cento».

Man mano che gli anni passano, e l’esperienza di vita aumenta, sembra che sia in Morandi che in Montale, con il crollo delle illusioni, l’opera si ponga sempre più come “presenza di un’assenza”. Affiora un pessimismo esistenziale, si accentua il desiderio di allontanarsi dal mondo, di non cedere più alle sue lusinghe menzognere. È un ripiegarsi su se stessi, e le rispettive “forme della vita che si sgretola” si possono individuare anche nella piena maturità. 

Giorgio Morandi, “Natura morta”, 1959, collezione privata

Gli ultimi capolavori di Morandi nascono da questa dimensione psicologica ferita: sono nature morte scarne in cui la pennellata delinea oggetti sempre più solitari e silenziosi. È sperimentazione pura, i modelli cambiano identità: una natura morta si confonde con il paesaggio, il colore sembra esplodere, corolle di fiori monocrome suscitano emozioni profonde, come la Natura morta di forme affioranti dalle sabbie mobili del fondo, donata dalla sorella più piccola alla Città di Bologna e conservata al Museo Morandi. E resta la lirica più inquietante del primo Montale: «Forse un mattino andando in un’aria di vetro,/ arida, rivolgendomi, vedrò compiersi il miracolo:/ il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro di/ me, con un terrore di ubriaco/ …ed io me ne andrò zitto/ tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto». Anche Morandi appartiene a quegli uomini che hanno il coraggio di voltarsi, anche lui conosce il segreto inconfessabile, ma per tutta la vita ha cercato di ricomporre l’inganno consueto per sé e per gli altri. Per entrambi l’arte è lo scudo, il filtro che evita uno scontro con la realtà. Sono artisti che non vogliono cedere alla tentazione di allontanarsi del tutto dal reale, attratti da quel segreto inconfessabile che solo pochi conoscono, alla ricerca caparbia di un senso.

In una pagina dello Zibaldone Leopardi scrive che per comprendere un libro bisogna leggerlo almeno due volte. È una raccomandazione che si addice a questo libro per la sua densità, la competenza fuori dal comune di Marilena Pasquali, le sollecitazioni e le suggestioni che esercita in chi lo legge. 

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