Valeria Viganò
Alla Casa delle Letterature di Roma

Il calcio scritto

Ieri c'è stata l'assegnazione del Premio Sandro Onofri per il reportage letterario a "Il fuoco invisibile" di Daniele Rielli. Prima, Valeria Viganò ha ricordato la passione per il calcio dello scrittore romano

Ieri pomeriggio a Roma si è tenuta la cerimonia conclusiva del Premio Sandro Onofri per il reportage letterario promosso da Succedeoggi Libri. La Giuria composta da Pier Vittorio Buffa, Andrea Carraro, Simona Cives, Nicola Fano, Filippo La Porta, Daniela Matronola e Valeria Viganò ha assegnato il Premio Sandro Onofri 2023 a Il fuoco invisibile di Daniele Rielli (Rizzoli) dedicato al racconto del Salento stravolto dalla xylella. La Giuria, poi, ha voluto segnalare due libri che affrontano con determinazione e coraggio le problematiche insite in due differenti “fronti di guerra” dei nostri giorni: Nell’inferno della camorra di Ponticelli di Luciana Esposito (Iod Edizioni) e Sottoterra di Luciana Coluccello (Piemme). Prima della premiazione, c’è stato un ricordo di Sandro Onofri, scrittore romano morto prematuramente nel 1999, nel corso della quale è stato letto il piccolo, affettuoso ritratto di Valeria Viganò che qui riproponiamo.


Il legame tra letteratura e calcio, per chi ama entrambi, come me e Sandro Onofri, ha attraversato decadi. Il primo fu Leopardi che decantò le gesta di un tale ragazzo che si dilettava con il pallone, e poi via via gli altri, poeti come Saba e Cucchi, scrittori come Galeano e Montalban, fino ai giorni nostri con Hornby e Handke. Ma il più popolare, perché amava con parole quasi sacre il gioco del calcio, fu Pasolini. E lo praticava dovunque con chiunque, mescolandosi alle bande di ragazzotti che si fronteggiavano in partitelle.

Con tali antenati, il confronto non era facile. E io ero una donna. Eppure, sollecitati da Nicola Fano che ce lo propose, Sandro Onofri e io affrontammo, sulle pagine de l’Unità per cui entrambi scrivevamo, la partita di calcio che ci univa su sponde contrapposte: Roma-Inter. Non c’è alcun dubbio su chi fosse romanista. Sandro era visceralmente attaccato alla città, ci era nato e io già mi immaginavo il classico tifoso giallorosso, appunto viscerale, accecato, entusiasta, partecipe con mente e cuore. Nessun tifoso è paragonabile a quelli che tengono per la Roma. Noi interisti siamo più compassati, critici, spietati se la squadra gioca male. La Roma ha mille radio che la seguono, l’Inter mooolto meno.  Gli ultras sono discorso a parte perché in qualsiasi stadio vadano, commettono ignominie.

Eravamo lì davanti alla televisione, dialogando su come fare, cosa proporre ai lettori, cosa scrivere da letterati appassionati. Mentre scorrevano le immagini di gioco, Sandro era composto come un gentleman, non credevo ai miei occhi. Poi ho ragionato e mi sono detta, il mio amico è un uomo corretto e speciale. Scherzavamo sulle due squadre che giocavano da schifo, la classica partita infarcita di errori. Commentavamo scuotendo la testa di tattiche, prestazioni, entravamo in specifiche tecniche di due che la sanno lunga. La partita era finita 0-0, con qualche scaramuccia tra i giocatori e l’arbitro. Sandro e io ci siamo guardati sconsolati, ambedue amavamo il bel gesto, i piazzamenti giusti, i tackle senza fallo, la grande parata. Al fischio finale ci siamo abbracciati, un po’ delusi dallo spettacolo. Abbiamo dato i voti ai nostri idoli, cercando da scrittori di usare la lingua che sapevamo per proporre un linguaggio diverso. Lui ci è riuscito benissimo, mostrandomi come un romanista possa essere obiettivo e leale e centrando perfettamente la prestazione dei suoi giocatori. Ne ho un ricordo indelebile, soprattutto del suo grande sorriso. Ci eravamo divertiti tantissimo.

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