Giuseppe Grattacaso
A proposito di "Scrivere sul margine”

Versi sul vuoto

La nuova raccolta poetica di Matteo Pelliti esplora quello spazio che i versi lasciano come in sospensione sul confine del foglio: il territorio dell'immaginazione lasciato aperto dalla poesia

C’è sempre un ampio margine bianco che chiude, e nello stesso tempo in qualche modo dilata, il verso di ogni poesia. È uno spazio che va lasciato incompiuto e che bisogna però anche riempire di ciò che non è immediatamente dichiarato e che va comunque pensato e immaginato. Di quella zona inespressa e di quella possibilità, evasiva e da evadere, si nutrono le parole. C’è qualcosa insomma che i versi lasciano come in sospensione sul confine del foglio. Scrivere sul margine, posarsi a riflettere su quell’esitante crinale bianco, prossimo al vuoto eppure denso di potenziali significati, è il compito di ogni lettore di poesia e il sogno di ogni poeta.

Per Matteo Pelliti, tra le voci più significative della sua generazione (è nato nel 1972 a Sarzana, vive a Pisa), scrivere sul margine, muoversi in bilico nello spazio estremo, terra di tutti e di nessuno, tra la fine della riga nera d’inchiostro e l’abisso su cui il foglio si affaccia, è attività auspicabile del pensiero poetico: lì è possibile scrivere l’annotazione, apparentemente precaria e sfuggente, che in fondo rende vive le parole, le espande e le sparge, proprio nel momento in cui le riduce e le costringe. Lì, a un passo dal limite che affaccia sull’indefinito, la parola si rigenera e viene rimessa in circolo.

Scrivere sul margine è il titolo della nuova raccolta di Pelliti, da poco pubblicata da Interno Poesia, arricchita dai disegni di Guido Scarabottolo, che costituiscono una sorta di mappatura del margine. Con le loro linee che si intrecciano e scorrono in parallelo, i disegni di Scarabottolo fanno della pagina un luogo interamente ‒ paradossalmente ‒ composto da margini. La scrittura insomma, quando non vuole adattarsi alla piattezza della comunicazione ordinaria, diventata ai nostri giorni particolarmente grigia e sciatta, deve scegliere di camminare lungo i margini. Il titolo dunque è anche una dichiarazione di intenti, il segno di una poetica organizzata, per così dire, in chiose, in riflessioni accessorie, in note a pie’ di pagina, alla ricerca della significazione, che può dimostrarsi indicativa e rilevante, proveniente dal mondo laterale e di confine.

La raccolta si presenta innanzitutto come una riflessione metalinguistica. Nella prima sezione, che significativamente ribalta il titolo del volume in Non scrivere sul margine, le modalità in cui si aggregano e comunicano le parole della poesia possono diventare simili agli atti che portano alla formazione della nuvola di zucchero filato (“Preso un bastoncino sintattico, / s’inizi a farlo ruotare lentamente / nella conca di metallo”, Fare poesia), ma anche all’azione di ammassare  gli abiti nello spazio ristretto di un piccolo contenitore (“Scrivo cercando di stipare / gli abiti per una settimana / in una quarantottore, / quelli per due giorni / in una ventiquattrore, / quelli per una giornata / in un tascapane”, Stipare). La poesia è costretta insomma a reinventare la realtà, per comprenderla e raccontarla, a gonfiarla e allungarla, a fabbricare sogni, ma anche a condensare e asciugare, a comprimere per evitare tutto il superfluo.

In fondo il margine può estendersi fino a quell’ampia terra di nessuno, che è la vita di tutti i giorni: la nostra presenza nella nostra vita e in quella collettiva ha sempre bisogno di essere meglio osservata. Leggiamo la poesia Anno nuovo: “Tra la buona fine e il miglior principio / sta una terra di nessuno, senza auguri, / silenziosa, calma, nitida: è lo scrivere / sul margine”. Scrivere sul margine è anche, come si diceva, un continuo, puntiglioso esercizio al fine di eliminare le scorie, il grasso in eccesso, le parole che sviano e fanno massa, che non affondano nella realtà ma che confondono la percezione: “Scrivere sul margine / è una palestra di semplicità: / insegna a non scrivere / come si pensa ma / a pensare come si scrive” (In palestra).

Il procedimento di Pelliti tende a disseccare senza inaridire, a svuotare senza prosciugare, anzi volendo determinare così una diversa, più significativa strada di accesso alla comprensione degli eventi. La sua è una lingua senza orpelli e senza scivolamenti nel pathos gratuito. Si intravede, nei versi di questa raccolta più ancora che nelle precedenti (le più recenti sono Del corpo abitato del 2015, Dire il colore esatto, 2019, Somiglianze di famiglia, 2021) o forse in questo caso con maggiore consapevolezza, la lezione di due poeti molto amati: Umberto Fiori e Valerio Magrelli.

Procedere in questo percorso che permettere di scrivere guardando il vuoto, può significare anche considerare le grandi questioni, come quella ambientale, che hanno condotto tutta l’umanità a vivere ormai in una zona di confine, così come a confrontarsi con altre emarginazioni, come avviene nelle poesie Emarginati, Un Dio, Panopticon, che compongono un trittico molto intenso e riuscito sull’argomento: “la mensa dei poveri, la osservo / dall’alto, vedo la fila formarsi / sul marciapiedi e questo mio spiarli, / questo stare al margine, fa di me / l’emarginato vero perché li vedo / anche quando non li guardo, / e non li guardo / per non vederli”.

Nell’ultima sezione del libro (semplicemente Sul margine), Pelliti recupera una dimensione più partecipe, una scrittura che non analizza più solo se stessa, ma che utilizza quell’analisi e quelle riflessioni per penetrare più a fondo nel racconto di ciò che le si muove intorno. Perché poi, in fondo, la poesia è sempre “Scrivere come se la pagina fosse / uno strato di ghiaccio sottile / su acque profonde”.


La fotografia accanto al titolo è di Deborah Raimo

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