Danilo Maestosi
A Palazzo Mattei di Paganica di Roma

Galleria Treccani

L'istituto dell'Enciclopedia Italiana Treccani apre uno spazio dedicato all'arte contemporanea con una mostra da non perdere sulle visioni del sapere. Da Ettore Spalletti a Gianfranco Baruchello, l'arte dialoga con l'enciclopedia

Per togliersi di dosso un po’ della polvere da monumento centenario italiano del sapere organizzato, adeguarsi al gusto mutato dei suoi affezionati lettori e conquistarne di nuovi, la Treccani ha aggiunto cinque anni fa alle sue diramazioni operative un nuovo settore dedicato all’arte contemporanea.

Un piccolo ufficio di due sole persone, diretto da Iacopo Cenni, un giovane e appassionato storico e critico d’arte, che in cinque anni di vita ha varato un programma di iniziative promozionali e contatti, sigillato da un ricco campionario di collaborazioni e invenzioni di interpreti italiani di rango dei linguaggi e delle mode del panorama visivo contemporaneo invitati a realizzare opere da riprodurre, mettere in circolo e vendere, con la formula dei multipli numerati. Puntando alla qualità e facendo anche cassetta come è normale che faccia un’istituzione culturale che rispetta anche criteri d’impresa.

Un doppio copione che ha ispirato un nuovo importante passo, la creazione all’interno dello storico edificio a due passi da piazza Argentina, Palazzo Mattei di Paganica, di un’ala di sale al pianoterra per ospitare ed esporre questi lavori. Una mostra a ingresso gratuito, appena inaugurata e in cartellone fino al 22 dicembre, che di fatto segna la nascita a Roma di una nuova galleria, a cavallo tra pubblico e privato. Un appuntamento da non perdere, in questo sovraffollato calendario di ripresa autunnale per almeno due ragioni.

La prima è la qualità, garantita dal marchio doc della Treccani e da una selezione di grandi firme certificate da musei e ribalte da serie A, delle opere esposte. Una carrellata di immagini, che senza pretese di completezza, ripropone un ampio panorama degli approcci, dei punti di vista, degli stili, dei linguaggi, degli andirivieni che caratterizzano il trapasso dalle esperienze dell’ultimo Novecento alle tendenze del nuovo millennio e strizza volutamente l’occhio a quello spicchio di pubblico che riserva alle opere d’arte le pareti e la cornice da souvenir di prestigio dei propri salotti, senza troppi calcoli da investitore in borsa, solo l’illusione di una spesa che non perda valore nel tempo. La garanzia del brand Treccani assicura che la tiratura di ogni multiplo non verrà mai sforata.

Niente di ingombrante, il formato della riproduzione non lascia spazio alle istallazioni. Intrigante da questo punto di vista la sfida che pone agli autori che su scenografie ad ampia scala hanno fondato fama e riconoscibilità di linguaggio.

Gian Maria Tosatti, “Après la Jungle de Calais”

Qualcuno la perde. La foto con cui Gian Maria Tosatti, primattore dell’ultima Biennale, si rappresenta qui, dice davvero molto poco del suo modo poetico di lavorare sul paesaggio urbano e i cimeli della memoria.

Qualcuno la vince. Ad esempio Giorgio Andreotta Calò: per evocare senza snaturarne il messaggio i calchi in bronzo dei pali di attracco della Laguna di Venezia corrosi dal tempo e dal mare, che lo hanno incoronato superstar, ne ha usato la superficie e le rughe spalmate d’inchiostro come matrici a stampa, con una resa anche più intensa.

Qualcuno si accontenta di un traguardo a metà. Ecco Piero Golia, che cita su un foglio il grande muro cosparso d’oro che aveva costruito per la Biennale di dieci anni fa, invitando gli spettatori a grattar via come souvenir quelle scorie preziose (nella foto accanto al titolo): anche qui ricorre ad applicazioni dello stesso metallo ma se tenti di scrostarlo l’immagine viene distrutta. Molto più efficace un’altra sua prova grafica in cui si lascia andare al gioco e sposta l’attenzione proprio sull’assenza: un quadro di David dedicato a Napoleone da cui cancella la figura dell’imperatore a cavallo.

Niente di troppo provocatorio, comunque, lungo tutto il percorso. La mostra punta al divertente e al gradevole: chi si metterebbe in casa un’icona che trasmette malessere? Si annacqua così nella riproduzione a scala ridotta anche l’intenzione del cileno Alfredo Jaar di rendere omaggio ad Antonio Gramsci proclamandolo ancora in vita con una finta pagina di giornale su cui incastona una piccola gabbia sporgente da pappagallino, vuota e con le sbarre spalancate.

Alfredo Jaar, ”Gramsci è vivo”

Qualche punta di disagio traspare solo dalla serie di fotogrammi con cui Rossella Biscotti racconta la sua terapia di riabilitazione in palestra dopo una frattura. Lo sforzo e il dolore resi servendosi dell’effetto di congelamento delle immagini in sequenza usato dai pionieri della fotografia.

Raro che un’artista concettuale – e qui quasi tutti lo sono – calchi la mano, ancorato com’è a codici in cui più che l’opera conta il processo o il rimando che le ha dato senso e sostanza. Ancor più raro che una confessione d’autore così personale non scivoli nei trabocchetti del narcisismo, insidia in cui precipitano anche gli artisti che privilegiano e ostentano la bussola della ragione.

Questo sfogo a metà era intitolato Alfabeto ed era inserito in una serie di lavori presentati alla fiera Artissima. Tutti su ingaggio dell’ufficio Arte Treccani: una schiera di autori invitati a seguire la traccia dell’ordine alfabetico di un dizionario, scegliendo la lettera in cui collocarsi. Opere su committenza che partono da una casa editrice di enciclopedie e lì trovano il loro punto d’arrivo. Offrendo agli artisti stimoli di un confine da rispettare e occasioni di visibilità, e garantendo alla Treccani iniezioni di creatività e buon gusto.

È su questa ibrida sponda che la mostra assicura al visitatore l’attrazione di un richiamo di originalità che più la impreziosisce. E meglio sottolinea il rilievo della scesa in campo di questa nuova costola editoriale

Due le chicche che mi hanno colpito. La prima è una lunga fila di volumi allineati su uno scaffale che rilancia bagliori pacati ma inconsueti di un celeste color cielo. È una riedizione dell’Enciclopedia che è la prima ragione sociale e culturale della Treccani, ideata e realizzata in pochi esemplari numerati da un grande scultore abruzzese, da poco scomparso, Ettore Spalletti. I testi sono invariati ma le dimensioni più raccolte e quel vistoso cambio d’abito trasforma l’invito alla consultazione in un’avventura dell’anima giocosa e rassicurante, cancellando quell’obbligo militaresco e aristocratico d’erudizione che sembrano imporre i dorsi grigio stivale e i rigidi decori delle lettere alfabetiche della storica versione originale.

Gianfranco Baruchello, “Psicoenciclopedia Possibile”

Ancora più ardita la seconda commessa. La sfida lanciata a Gianfranco Baruchello, inimitabile faro delle avanguardie concettuali degli ultimi settant’anni, di realizzare, confezionare e illustrare a piacere un proprio dizionario a misura del suo modo ironico di affrontare la vita e guardare il mondo, rispettando il copione dell’ordine alfabetico e della sequenza dei lemmi ma libero di reinventarne il significato, le combinazioni etimologiche, i collegamenti di parole e concetti. Peccato che il libro sia esposto sotto teca. Sfogliarlo è come provare l’ebrezza del volo a caduta libera, lo spettacolo di oggetti che ti spariscono davanti all’improvviso in un ciclo di stupefacenti mutazioni. Un testamento di assoluta e bizzarra creatività, piacere intellettuale, che la sua morte recente ci consegna come un territorio da esplorare con gratitudine e senza nostalgie.

Giusto e naturale che una galleria partorita da una casa editrice dia ampio all’arte di parola, uno dei terreni più battuti dagli autori contemporanei anche se inquinato da troppe imitazioni furbe e di maniera. La prima speranza è che questa nuova strada non si accontenti di riconferme e ritorni commerciali ma, allargando il suo, si strutturi come un ponte culturale tra due universi confinanti, la scrittura saggistica e le arti visive, l’immaginario della lettura e quello dello sguardo, tra i quali si è consumato, aldilà di ogni apparenza, un dannoso divorzio.

La seconda è che la logica e la difesa del sapere che continuano a guidare la Treccani possano riaccendere dibattito e studi, tentativi di ridare all’arte d’oggi un’identità perduta con la progressiva resa ai capricci della mercificazione. Smentendo la vulgata coniata da Andy Warhol e ancora in voga che arte sia solo quella che si vende e si compra come tale.

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