Danilo Maestosi
Alle Scuderie del Quirinale di Roma

Calvino da vedere

La grande mostra che le Scuderie del Quirinale dedicano a Italo Calvino (e ai suoi rapporti con l'arte) è una delusione: a parte qualche intuizione di Giulio Paolini o Gianfranco Baruchello, le parte "scritta" sovrasta quella direttamente in esposizione

La pagina più intrigante è all’esterno. È un’istallazione luminosa presa in prestito a Torino dove da oltre 20 anni viene esposta come addobbo natalizio. E, collocata lungo la strada che da via Nazionale porta al Quirinale, supera il portone delle Scuderie e si arresta davanti all’obelisco dei Dioscuri. Di giorno si notano appena delle sagome porta lampadine. È col buio che lo spettacolo inizia a intrattenere senza distinzione i passanti. Le luci accese scolpiscono quelle figure nel cielo: un uomo in equilibrio su un mappamondo stilizzato, dietro e davanti un tappeto di astri e pianeti, lune piene e a forma di falce. La notte che ci precipita addosso la corona incantata dei suoi astri e la danza di quell’omino che ripete in bilico nel vuoto un gioco da circo come ogni tanto ne improvvisano ragazzi squattrinati ai semafori, per rastrellare una mancia.

La magia è in quel guizzo di stupore, che Calvino, morto un decennio prima non ha fatto a tempo a vedere, ma avrebbe sicuramente apprezzato. Ricambiato dall’autore che ha inventato quel paesaggio posticcio, disegnato nell’aria, che rende omaggio ad uno dei personaggi più noti dello scrittore, Palomar, indagatore dei misteri e della memoria del cosmo. L’autore è Giulio Paolini, un maestro degli imprevedibili incroci tra arte povera e arte concettuale, che Calvino ha conosciuto a Torino e con cui ha condiviso una lunga amicizia.

Di Paolini è anche una delle opere esposta nella prima sale delle Scuderie del Quirinale, a siglare l’incipit della grande mostra Favoloso Calvino, in cartellone fino a febbraio, con cui questo padiglione settecentesco, il più prestigioso centro espositivo della Capitale, rende omaggio allo scrittore, inserendosi nelle celebrazioni del centenario dello scrittore (1923-1985). Si tratta di un foglio rettangolare sul quale Paolini ha disposto un campionario di piccoli fogli sovrapposti, su ognuno dei quali è incisa una lettera del cognome di Calvino. Il progetto di una lastra funebre per la sua tomba, commissionato dalla moglie ma mai realizzato, ci informa una didascalia accanto al quadro.

Un lavoro incompiuto, un’intenzione imprigionata su carta, come le ambizioni di questa mostra, che avrebbe dovuto e potuto indagare su un versante in ombra della complessa biografia di Calvino, i rapporti diretti e reciproci di scambio tra il letterato e i colleghi delle arti visive, giocare di più sulle emozioni anarchiche dello sguardo e invece finisce per appiattirsi sui tragitti combinatori sotto controllo della parola scritta.

Una mostra da leggere più che da vedere insomma. Rappresentata al meglio, nella sua complessa articolazione più dal catalogo, compilato con preziosa attenzione all’impianto espositivo dall’Electa, che dalla presa diretta delle immagini sgranate lungo il percorso. Sovrastate dalle spiegazioni, dalle chiose, dalle citazioni distillate da pubblicazioni e documenti inediti di Calvino che le affiancano alle pareti come un complemento primario.

Più agevole leggerle e rifletterci su sfogliando su un divano il catalogo che coglierle e trattenerle, decifrarne gli spunti, i paradossi, le deviazioni impreviste di senso e associare quei testi alle immagini, viste o intraviste in piedi e di fretta, lungo il percorso, scaglionato in una ventina di siparietti, sui due piani della galleria.

Una modalità di narrazione sofisticata, calibrata più sul gusto e le attese di una platea di fans ben addestrati, che non preoccupata di gettar ami in presa diretta al pubblico in transito di oggi, maleducato dai social, ed in particolare alle nuove generazioni che non hanno ereditato quella venerazione per il personaggio e per la lettura.

Dubito che a Calvino sarebbe piaciuta. Avrebbe appagato un autore che nel raccontare in una canzone la Resistenza antinazista ad una ragazza cresciuta nel dopoguerra, ammette come un cruccio che lo tormenta, “io non so se a narrar mi riesca la mia storia all’età che tu hai ora”.

Ecco, questa mostra non riesce, stenta a traghettare oltre il ponte lo sguardo e l’anima di un visitatore impreparato e poco addestrato. Riesce a farlo in pochi casi: esemplare quella luminaria di Paolini, che arriva diretta agli occhi e al cuore, attraverso le scorciatoie emotive dell’arte visiva, senza dimenticare il personaggio d’altro mestiere cui si è ispirata. Violando la promessa di un approccio equidistante tra due universi espressivi paralleli e volte convergenti dichiarata dal sottotitolo: il mondo come opera d’arte. Carpaccio, De Chirico, Gnoli, Melotti e gli altri.

È vero gli autori citati, sono tutti presenti con qualche opera, ma è un dosaggio centellinato, riservato in esclusiva a lavori e maestri ai quali Calvino ha dedicato citazioni e commenti, ripescati soprattutto dalla sua produzione pubblicata. Ma ai quali è stata tolta voce.

Prendiamo gli artisti ai quali Calvino, anche nella sua veste di curatore editoriale, ha chiesto in prestito le copertine o le illustrazioni di racconti e romanzi usciti in libreria o ristampati. Ecco ad esempio la smagliante galleria di disegni di Emanuele Luzzatti dedicata alle sue fiabe, persino una sintesi a fumetti del Visconte dimezzato, I due si sono sicuramente incontrati e ne hanno discusso insieme. Che si sono detti? Che analogie e che differenze nel loro modo di vivere e dar corpo al mondo delle fiabe, sui quali hanno costruito entrambi la loro carriera. Sappiamo perché e come Calvino ha esplorato l’inesauribile sorgente narrativa delle favole. E Luzzati invece?

Altro esempio, e altro sodalizio importante. Quello tra Calvino e Gianfranco Baruchello, maestro-filosofo dell’arte post dadaista conosciuto e frequentato a Parigi. Nel siparietto riservato ai tarocchi, fonte d’ispirazione del Giardino dei destini incrociati, e altri esperimenti successivi, è inclusa una lunga lettera che Calvino spedisce a Baruchello, per confessargli con entusiasmo gli infiniti spunti di racconto scoperti nel dispiegare davanti a sé e interrogare quelle carte di origine così antica, piene di figure e simboli parlanti. Possibile che Baruchello non gli abbia risposto? Magari per illustrargli altre vie da percorrere. Lui che aveva anticipato di una decina d’anni la passione sfrenata per i codici narrativi e i sentieri segreti delle mappe geografiche. E in una grande tela, intitolata Palomar, aveva dato addirittura forma e colori alle esplorazioni cosmiche di uno dei personaggi più noti dell’ultimo Calvino.

Se il dialogo c’è è tutto trascritto e accompagnato in una sola direzione. Quella letteraria. Un po’ è dovuto al copione obbligato di queste celebrazioni su ricorrenza, che scivolano inesorabilmente verso l’agiografia. O l’autocensura. Come è capitato con il quasi totale oblio della figura di Elsa De Giorgi, con cui Calvino divise da adultero anni di bruciante passione.

Un po’ è dovuto all’insediamento in cabina di regia di un superesperto accademico come Mario Barenghi, allenato più al saggio che all’invenzione. Avaro nel concedersi divagazioni arbitrarie, come la chiamata in scena di artisti che non sono stati compagni di viaggio di Calvino, ma si sono avvicinati a lui e al suo sguardo più di molti sodali, seguendo i codici di consapevole e inconsapevole libertà del proprio mestiere.

Ecco lo spettacolare palazzo foresta, assemblato tre anni fa da Eva Jospin, francese, 48 anni appena: una parete di rami secchi e alberature modellata come una sorta di castello, che raccoglie e moltiplica gli echi ariosteschi di fughe, scomparse e agnizioni di cui è intriso tutto l’immaginario di Calvino, ma si misure con le nuove angosce per una Natura assediata e ferita. Ecco il miracolo di leggerezza compiuto da Pedro Cano, 80 anni, spagnolo, nel reinventare col pallore e la trasparenza dei suoi acquarelli le architetture, la malinconia, gli incubi e i sogni, i fantasmi delle Città invisibili.

Peccato, un’occasione sprecata. Sarebbe stato interessante capire se questa fascinazione calviniana così capace di generare e rigenerare visioni è davvero orizzonte e barriera comune contro la mercificazione e la deriva nell’indistinto del mondo dell’arte. Resta per fortuna, ed è raro che accada, il catalogo a documentare e fissare nella memoria il lavoro di raccolta documentale e scavo biografico di questa mostra.

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