Ida Meneghello
Il cinema de laMeneghello

Pavese, lentamente

Il film che Laura Luchetti ha tratto da "La bella estate" di Cesare Pavese è lento e spesso noioso. Malgrado la bellezza della storia da cui proviene, malgrado le emozioni evocate e la Torino fine anni Trenta...

«A quei tempi era sempre festa. Bastava uscire di casa e traversare la strada, per diventare come matte, e tutto era così bello, specialmente di notte, che tornando stanche morte speravano ancora che qualcosa succedesse». È l’incipit folgorante de La bella estate di Cesare Pavese, il libro che dà il titolo alla trilogia premio Strega 1950, un romanzo sulle scoperte, le delusioni e il dolore che segnano inevitabilmente il passaggio dall’adolescenza alla maturità. Pavese lo definì «la storia di una verginità che si difende», dagli uomini che non capiscono, dal mondo che calpesta l’innocenza, la sua fragilità, il suo pudore. Una sceneggiatura praticamente perfetta, piena di quella meraviglia per la vita che inizia e che tutti abbiamo vissuto, la storia che ci ricorda i nostri fanciulleschi beati giorni e lo scrittore che li ha cantati come nessun altro. C’era materia per fare un film all’altezza delle aspettative.

Purtroppo la regista Laura Luchetti (non mi pare ci sia parentela col più celebre Daniele) trasforma questo tesoro in una pellicola lenta, a tratti incomprensibile, monocorde per l’uso eccessivo della camera a mano e dei primi piani, ottenendo un risultato che mi ha annoiata in più di una scena. Eppure è bella la fotografia dei caffè e dei tram, dei locali di campagna dove si andava a ballare per conoscere i ragazzi e non sentire la voce tonante del duce diffusa dagli altoparlanti in città, belle quelle strade di Torino, deserte nel silenzio della neve che ancora cadeva nel 1938, facile riconoscere i portici che dalla stazione vanno verso piazza San Carlo, dove si passeggia e si chiacchiera nelle notti del Salone del libro.

E allora perché ho rischiato di appisolarmi mentre il racconto procedeva senza coinvolgermi? La prima perplessità è per l’età della protagonista: Ginia, la ragazza di campagna arrivata in città per lavorare in un atelier di moda, nel romanzo ha l’ingenuità dei 16 anni, nel film è interpretata dalla brava e ispirata Yile Yara Vianello, attrice che di anni ne ha 24, già vista in diversi film, amata da Alice Rohrwacher, infatti la rivedremo in sala con “Chimera”. Accanto a lei c’è la folgorante bellezza di Amelia, modella disinibita di pittori di ogni età, giovane donna che la seduce e la confonde con il suo fascino e la sua esperienza, impersonata dalla figlia di Monica Bellucci e Vincent Cassel, l’esordiente Deva che ha tutte le insicurezze dei suoi 18 anni (e certo è facile prevedere per lei una carriera all’altezza dei genitori). Uno scambio di ruoli e d’età che provoca in chi guarda un effetto straniante, se ovviamente ha letto il romanzo.

La lentezza della regia (certe scene sono girate in tempo reale), le riprese a mano e alcuni tagli che rendono incomprensibile il racconto (compresa la scena finale), tutto questo ha prodotto il risultato di lasciarmi spettatrice ai margini di una storia in cui avrei voluto invece entrare con entrambi i piedi.

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