Marta Morazzoni
Un viaggio singolare e rivelatore

L’Ilektrikò racconta

«L’Atene contemporanea pare un disturbo rispetto all’ideale classico». Per lo più sconosciuta ai turisti, ce la svela Petros Markaris, lo scrittore che ha creato il commissario Charitos, spostandosi in metropolitana da un capo all’altro della città. Ed è tutta “un’altra storia”…

Me lo dicevano tutti che Atene è una brutta città, un po’ arruffata, magari ripulita dopo le Olimpiadi del 2004, ma con pochi scorci di fascino, quelli del passato classico naturalmente, mentre il resto è traffico, rumore e un’accozzaglia di quartieri dalla fisionomia incerta. Tutto vero o molto prossimo alla verità, ma ci sono delle ragioni e c’è una storia che le declina. È quella parte di storia che conosco con approssimazione, incantata come sono dal pur breve periodo aureo, mentre del lungo travaglio successivo, inghiottito dentro l’evoluzione dell’Europa, mi sono curata poco. Atene per me è la grande assente dell’età moderna; anche il suo approdo alla libertà, enfatizzato dai romantici, è un territorio in fondo poco frequentato. Probabile, per esempio, che diventare capitale, nel 1835, l’abbia in certo senso messa in imbarazzo. L’apparato statale, i funzionari, la corte, venivano tutti da Nauplia nel Peloponneso, una città elegante, con un sentore di Venezia che la illumina ancora oggi. Atene non era preparata e chi venne a insediarsi al seguito di Ottone I di Baviera, re di Grecia (ma non dei Greci), non ci si trovò bene. È un’ipotesi per spiegare la fisionomia composita della città che ha il monumento più iconico della storia dell’Occidente, ma poi si sbriciola in quartieri anonimi, in una sovrapposizione di brutti condomini che l’hanno piano piano mortificata, sostituendosi alle case modeste, con orti e giardini modesti. È stata una metamorfosi lenta, che ha accelerato il passo poi nel secondo dopoguerra, ed è la ragione per cui Petros Markarisi definisce Atene «la città della permuta»: non è una definizione lusinghiera, non per una capitale che, a quanto pare, ha barattato la sua fisionomia non brillante ma coerente, con un anonimato nato dalla speculazione edilizia: un bilocale o un trilocale in uno di questi scatoloni grigi in cambio del pezzo di terra su cui sorgevano casa e giardino. 

È una delle tante considerazioni che mi hanno colpito nel libro di Markaris Atene nel metrò (La Nave di Teseo, traduzione di Andrea Di Gregorio, 277 pagine, 18,00 euro)Il libro propone un itinerario alternativo a quello convenzionale che si aggira di solito intorno all‘Acropoli e conosce poco altro della città; alternativo anche perché introduce alla storia di Atene dopo la liberazione dei Turchi, quando è cominciata la sua modernità. Del 1869 è la costruzione del primo tronco di linea metropolitana, che collegava il centro città al Pireo, e mi vengono subito in mente le Lunghe mura che fecero dell’Atene classica una fortezza, agganciandola al suo porto e rendendola imprendibile. Almeno questa era la convinzione ai tempi dello splendore della πoλίς. Per inciso, non andò così e ad Atene toccò la rovinosa esperienza delle guerre del Peloponneso che la misero in ginocchio. 

Oggi l’Ilektrikò, così gli Ateniesi chiamano la prima linea del loro metrò, taglia longitudinalmente la città da sud a nord, attraversando i quartieri di cui Markaris decifra la fisionomia con la puntualità di chi è dentro la storia e il quotidiano di questa città. E se ci affidiamo a questo percorso, ci addentriamo nella realtà formicolante di un’Atene viva, non cristallizzata nell’aura della cultura classica. C’è un paesaggio umano che la connota, dalla gente del porto del Pireo e del Falero (dove per altro oggi sorge il magnifico edificio della fondazione Niarkos, opera di Renzo Piano), in su verso il centro, la parte che il turista conosce meglio, fino ai quartieri di un’aristocratica periferia di cui è sovrano il demo di Marousi. E qui non può non venire in mente il magnifico libro di Henry Miller Il colosso di Marousi. Per dire che anche noi, turisti per caso, a volte ci ritroviamo in qualcosa di familiare! Sempre da turisti abbiamo dato un occhio ai mercatini, percorso le viuzze della Plaka, dove la comunità turca ha lasciato un segno che oggi ne fa il quartiere con la maggiore visibilità. Ci siamo mischiati alla gente che, la notte del sabato santo, si affollava nella chiesa di san Demetrio a prendere una fiammella del fuoco sacro portato da Gerusalemme. Abbiamo leggermente allargato l’orizzonte, ma per lo più abbiamo avuto sotto gli occhi un’estranea, la Atene contemporanea che pare un disturbo rispetto all’ideale classico.

Invece proprio di questa Atene ci parla Markaris. Il suo viaggio di fermata in fermata dell’Ilektrikò è nel segno della concretezza mista a una certa disillusione e a qualche amarezza. Il leit motiv “una volta era meglio” corre leggero sui binari: una volta!, quando la città non si era ancora consegnata al turismo massificato che ha modificato persino i menu nei ristoranti, che ha rovinato la retsina, il vino leggero che va bevuto appena spillato, e non imbottigliato come ormai usa dappertutto. Al turista che non ne sa niente lo scrittore spiega la condizione di Nea Ionia e Nea Filadelfia, i quartieri dove si insediarono i greci cacciati dalla Turchia nel 1922 e riaccolti da una madre patria poco in grado di provvedere a loro, tanti erano e così disancorati! La città da questo punto di vista prende un altro aspetto, si fa più leggibile, svela i particolari dentro un quadro enorme. Per coglierla per intero poi basta salire al Licabetto, l’altura da cui il Partenone appare appollaiato su una modesta collinetta, mentre le case in un informe amalgama si allungano verso il mare da una parte, dall’altra si arrampicano come un esercito di opliti sui fianchi della montagna. Questa gigantesca, arruffata Atene che racchiude momenti di una bellezza commovente, per esempio il nuovo museo dell’Acropoli con gli spazi vuoti, pronti ad accogliere le metope di Elgin, come sarebbe giusto e come avrebbe voluto già a suo tempo Melina Mercouri! questa Atene, dicevo, attraverso il racconto di Markaris si fa più vicina: il mito dell’età classica si rafforza, ma cresce anche la percezione di un altro tempo, un’altra storia, altri Ateniesi, oltre Pericle, Fidia e la stagione della πoλίς.

Nell’immagine vicino al titolo, uno scorcio dell’interno della Fondazione Stavros Niarchos progettata ad Atene da Renzo Piano

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