Danilo Maestosi
Alla Vaccheria di Roma

Figurine del ‘900

Si intitola “Dal futurismo all'arte virtuale” una mostra che rielabora e trasfigura l'arte del Novecento seguendo una tendenza "pop" ormai molto diffusa. E i visitatori vengono chiamati a "riconoscere" le opere, più che a conoscerle

Dal futurismo all’arte virtuale. Promette e dà spettacolo la mostra, in scena fino al 5 gennaio alla Vaccheria dell’Eur, con questo titolo gridato a lettere maiuscole. Merito delle cento e più opere sgranate lungo il percorso, che offrono una sorta di fascinoso e inusuale ripasso della storia dell’arte degli ultimi cento anni e degli autori che ne hanno scritto le pagine più importanti. Una passerella inevitabilmente incompleta e diseguale perché rispecchia il gusto, e la relativa capacità di muoversi sul mercato di Gianfranco Rosini Gutman un gallerista collezionista di lungo corso che prosegue la meticolosa azione di setaccio avviata dal padre, con una evidente inclinazione per la pop art e una lodevole attenzione a colmare i vuoti più vistosi, pescando nelle riserve di altri colleghi. Ma con la bussola di un interesse commerciale di cui bisognerebbe fare la tara.

Poco importa invece se mancano all’appello nomi e movimenti importanti. O se altre figure sono appena e malamente citate. La galleria di grandi firme presenti all’appello basta e avanza per trainare richiamo e onorare quest’operazione di decentramento, voluta e finanziata dalla Decima circoscrizione per portar pubblico e offerta di qualità ai confini di questo quartiere da ricca borghesia, l’Eur, che nonostante le sue tante solide e datate attrazioni, resta un dormitorio di periferia.

La Vaccheria, un capannone d’allevamento in disarmo recuperato con un calibrato restauro insieme allo spicchio di campagna che lo circonda, non nasce del resto come museo, ma come centro espositivo e di aggregazione costretto per le sue dimensioni a cercare una platea oltre i suoi confini e offrire stimoli e occasioni a chi gravita stabilmente in quella fascia di territorio. Come ha fatto un anno fa, affidando l’inaugurazione ad una mostra di cartello, dedicata ad Andy Warhol, e a una seconda passerella impaginata con grande cura che riservava metà del padiglione ai lavori di artisti che gravitano in zona. Due iniziative ad ingresso gratuito. La formula ha funzionato: buone recensioni e un incoraggiante passaparola, oltre diecimila presenze dichiarano gli organizzatori che per festeggiare quest’esordio provano ora il bis: una nuova mostra, pilotata dalla stessa squadra, che mantiene in cartellone gli stessi artisti di casa, ma insegue nella seconda metà della Vaccheria un altro leitmotiv più indeterminato e corale che strizza l’occhio al popolo e ai modi di comunicazione dei social.

Un difetto di strategia, a mio avviso, aver mantenuto invariato il copione del primo capitolo: il già visto priva la manifestazione di partecipazione e di spinta dal basso, e la riconferma in massa non giova neppure gli artisti in proroga, l’assenza di sorpresa evidenzia la bassa qualità di molti lavori e una selezione senza filtri.

Più complesso prendere invece le misure alla mostra di cartello. Il modello scelto dai due curatori, Giuliano Gasperotti e Francesco Mazzei, è quello gettonatissimo in Rete di Instagram. Chiunque può accedere e pubblicare le immagini che ha postato, che siano vere o manipolate non importa, la vittoria è calcolata sul numero di follower, dei rimbalzi e dei mi piace con cui continuano a girare. Sono immagini riprodotte e adattate al pubblico onnivoro e presenzialista della Rete, che in genere non ha tempo né voglia di interrogarsi troppo su ciò che sta vedendo. Nei casi migliori un dialogo a distanza, sostitutivo. Tra i critici e gli osservatori più integrati del contemporaneo e dei mass media da Terzo Millennio è un’esperienza più aderente al modo con cui il popolo dei non addetti immagazzina le suggestioni della creatività altrui. Una postura di memoria e di sguardo che finirà per soppiantare la presenza di cimeli dal vivo e l’inquadramento storico che caratterizza i musei. Non c’è il rischio di offrire alla vista un film di oggi senza sonoro, come fosse un film muto?

Ma il rischio più grosso è quello del sovraffollamento di immagini, davvero troppe appese alle pareti una accanto all’altra, battezzate solo dal titolo e dal nome dell’autore, in qualche caso dall’anno di produzione. Certo, ragioni di spazio, Ma il sospetto è che ai visitatori si chieda non di conoscere le opere, entrarci davvero in contatto, ma di riconoscerle. Di registrare in memoria più che il contenuto, la firma, dando per scontato che a tutti sia nota. Sia sufficiente a celebrare l’incontro. Come se quei quadri fossero solo una collezione di figurine. Penso alle figurine Panini, quegli album con le foto dei titolari di tutte le squadre del calcio di serie A. Li sfogli con piacere, ma non con il piacere che provi, se ami il football, a vedere una partita in diretta, allo stadio o in tv.

Peccato perché in mostra c’è più di una chicca. Dai tappeti che arrivano da Casa Balla, al portfolio di litografie Anni Trenta che un equilibrista della poesia e della leggerezza come Alexander Calder ha dedicato al mondo del circo. Dai social, un’altra piattaforma di massa, deriva il secondo espediente che i curatori hanno usato, più che per compensare questi difetti, per aggiungere verve allo spettacolo. Il modello è il trattamento che i consumatori d Tic Toc riservano alle immagini, rielaborandole, correggendole, condendole con aggiunte di ironia. I curatori ne hanno ricavato quattro teatrini, separati dal percorso, come capsule. La vista dei quadri potenziata da sfrontate aggiunte al copione. Ecco un campionario di pupazzi gonfiabili progettati in serie da Niki De Saint Phalle immerso in un labirinto di piante, a simulare a scala ridotta una delle sue creazioni ambientali più ammirate, il parco dei Tarocchi in Toscana. L’opera d’arte come un facsmile. L’autrice, ormai scomparsa, si sarebbe probabilmente divertita.

Non sono affatto certo che un pittore superbo coma Giorgio De Chirico avrebbe apprezzato il ritocco con cui gli allestitori hanno voluto chiosare un suo quadro Anni Sessanta, che segna il suo ritorno in chiave pop alla pittura metafisica che quarant’anni prima lo aveva incoronato tra i padri del surrealismo. Nel buio si staglia la misteriosa e malinconica geometria di una delle sue piazze. Ma a dilatarne l’effetto ecco subito accanto una fila di arcate al neon che sembrano proseguire il tragitto di quelle dipinte. Licenza di curatela che aggiunge rumore al silenzio. Giusto? Sbagliato? Una delle tante forzature con cui i critici del sistema si sostituiscono agli artisti, relegandoli a poco a poco all’afasia. Siamo davvero sicuri che il modo migliore per dare voce a un’opera sia il ricorso al doppiaggio? Lo si fa anche al cinema, ma almeno tra i cultori del grande schermo c’è chi protesta.

La capsula più deludente è comunque la quarta. Una stanza dove alcuni capolavori del futurismo sono rielaborati al computer. Un inno acritico di benvenuto all’intelligenza artificiale, fondato su un’analogia impropria e sommaria con l’esaltazione del progresso di quel movimento d’avanguardia. E affidato ad un campionario di rielaborazioni di segni e colori rubacchiate qua e la. Divertente se non vai per il sottile. Ma chi ha detto che le mostre vadano lette e consumate come prodotti all’ingrosso. Anche se sono ad ingresso gratuito come questa. Intelligenza artificiale e qualità d’autore sono due termini in conflitto. Come arte e creatività.

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