Raoul Precht
Periscopio (globale)

Tre volte Aiken

In memoria di Conrad Aiken, lo scrittore statunitense morto cinquant’anni fa che ha spesso sovrapposto le esperienze tragiche della sua vita e con la sua opera. Un autore colpevolmente dimenticato dall’editoria italiana

Di solito, di uno scrittore che amiamo abbiamo in mente – quando ce l’abbiamo – un’immagine prevalente, una sola, che lo ritrae seduto a una scrivania in pieno sforzo creativo, o intento a leggere, o mentre si fuma una sigaretta fissando sornione l’obiettivo. Del poeta e scrittore statunitense Conrad Aiken – di cui ricorre il cinquantenario della morte, avvenuta a Savannah, in Georgia, il 17 agosto del 1973 – di immagini dovremmo invece averne almeno tre. La prima raffigurerebbe un ultrasettantenne un po’ pingue, ironicamente soddisfatto di sé, simile (soprattutto da seduto) a un pacifico Budda. La seconda sarebbe quella di un quarantenne in piena crisi matrimoniale, che per uscire a testa alta dalle secche dell’esistenza tenta il suicidio. E la terza – la più terribile, ma anche quella che maggiormente ispira, sebbene dissimulata, la sua produzione poetica – non potrà che essere l’immagine dell’undicenne che avverte distintamente due colpi di pistola, oltrepassa la soglia di una stanza e trova i cadaveri di entrambi i genitori. Come scriverà solo a più di sessant’anni, nell’autobiografia in terza persona dal titolo Ushant (1952), “founding them dead, [he] found himself possessed of them forever” (“trovandoli morti, si ritrovò posseduto da loro per sempre”).

Appena undici anni ha Aiken, quando il padre, un oculista assai stimato, colto da un raptus uccide la moglie e punta poi l’arma contro se stesso, sfuggendo a processi e burocrazie varie; più o meno la stessa età del protagonista di uno dei suoi migliori racconti, “Silent snow, secret snow” (“Neve silenziosa, neve segreta”), che con testardaggine oppone all’opaca realtà una ben più vivida fantasticheria, inventandosi una coltre di neve che nasconde la sporcizia e la banalità del mondo. Si può forse supporre che a salvare Aiken, come uomo e come scrittore, sia stata proprio la sua capacità di fantasticare, di affrontare la realtà su un altro piano, di rifugiarsi nel lavoro poetico per cercare – e scoprire poi magari di non poter trovare – qualche spiegazione all’enigma della vita in cui tutti siamo immersi.

Nato il 5 agosto 1889 a Savannah, in Georgia, dopo la tragedia familiare Aiken cresce presso dei prozii a Cambridge, nel Massachusetts, e dopo le scuole si forma all’Università di Harvard, dove si laurea nel 1912 e dove incontra Cummings, Pound e soprattutto Eliot, con cui istituisce un proficuo scambio d’idee e prassi poetiche, subendo inoltre l’influenza delle teorie del suo professore di filosofia, Georges Santayana, che lo spingerà verso una poesia al contempo filosofica e musicale, tanto che Aiken s’ispirerà spesso a strutture come la sinfonia o a tecniche musicali come il contrappunto. Pubblica la sua prima raccolta poetica, in seguito ampiamente sconfessata, nel 1914, e da quel momento alterna prosa e poesia, ottenendo il premio Pulitzer nel 1930, una borsa Guggenheim nel 1934, un’altra dell’Academy of American Poets nel 1957 e vari altri riconoscimenti e venendo anche nominato nel 1950 Poetry Consultant (equivalente all’odierno Poet Laureate) della Library of Congress. Una serie di attestazioni che lo tramutano, una volta tanto, in profeta in patria, visto che nel 1973 anche il suo Stato, la Georgia, gli conferirà il titolo di Poet Laureate, ma che non riescono a farne uno scrittore popolare e seguito da un numero cospicuo di lettori. Per tutta la vita Aiken si sentirà infatti ripetere dalla critica che le sue sono opere troppo difficili e in qualche caso enigmatiche, e questa specie di stigma peserà su tutta la ricezione della sua opera, tanto poetica quanto narrativa. Un risveglio dell’attenzione si avrà tuttavia negli anni Sessanta, quando si cominceranno a scorgere con più chiarezza (e anche ad apprezzare maggiormente) i legami con la psicoanalisi e la psicologia del profondo. L’interesse in particolare per Freud sembra sia stato del resto reciproco, al punto che Freud avrebbe considerato il secondo romanzo di Aiken, Great Circle, che teneva sul comodino, come uno dei suoi preferiti, e che ne avrebbe invitato l’autore a raggiungerlo in Europa per un colloquio amichevole e tre mesi di sedute psicoanalitiche. Colloquio e sedute che poi non ebbero luogo, pare per un ripensamento di Aiken, che già si trovava sulla nave per la traversata transatlantica, ma che fu convinto da un discepolo dello stesso Freud, Erich Fromm, a lasciar perdere, forse perché (ma è una mia illazione) per uno scrittore un personaggio come Freud poteva diventare davvero un’ombra troppo ingombrante. Fatto sta che i due non si conobbero e continuarono ad ammirarsi reciprocamente a distanza.

Conrad Aiken

In ogni caso, per Aiken non c’è mai stata una cesura netta fra vita e opera. Tutte le sue esperienze esistenziali sono confluite, in maniera più o meno mascherata, nella sua produzione poetica, di volta in volta segnata da moduli prima simbolistici, poi espressionistici, ma sempre di grande originalità. Accusato da alcuni lettori eccellenti come Aldous Huxley di essere troppo vago e nebbioso – ma Huxley parlava della produzione giovanile, quella degli anni Dieci –, Aiken resta coerente nella sua tecnica di creare poesie incentrandole su un profluvio di sensazioni all’apparenza indistinte, salvo poi seguire un proprio percorso filosofico che lo porta a precisare sempre di più e sempre meglio i temi e concetti fondamentali, spesso articolati intorno a dubbi e domande o a vere e proprie petizioni (talora con una punta di teatralità) nei confronti dell’universo e dell’ente divino.

Alternando lunghi poemi a componimenti più brevi e pregnanti, Aiken ha cercato di scandagliare, a volte anche in modo troppo espanso e con un eccesso d’immagini e metafore, quegli aspetti della realtà che tendono a sfuggirci, a nascondersi dietro un velo, fedele alla massima, ben espressa per esempio nella poesia “Annihilation”, per cui: “The world is intricate, and we are nothing” (“Il mondo è intricato, e noi non siamo nulla”). Siamo talmente nulla che in un altro splendido poemetto, “Tetélestai”, scritto nel 1922 – l’annus mirabilis, non dimentichiamolo, dell’Ulysses e di The Waste Land –, potrà regalarci questa splendida immagine: “Say rather, I am no one, or an atom; / Say rather, two great gods, in a vault of starlight, / Play ponderingly at chess, and at the game’s end / One of the pieces, shaken, falls to the floor / And runs to the darkest corner; and that piece / Forgotten there, left motionless, is I…” (Dite che io non sono nessuno, che sono solo un atomo; / Dite piuttosto che due grandi dèi, in una volta / Luminosa di stelle, giocano pensierosi a scacchi, e alla fine / Della partita una delle pedine, urtata, cade a terra / E rotola nell’angolo più oscuro; e sono io quella / Pedina lì dimenticata, immobile…” (Le traduzioni, qui e in seguito, sono di Roberto Sanesi.)

Nel ciclo poetico “Preludes from Memnon” (“Preludi a Memnon”), del 1931 (e i versi degli anni Trenta sono quelli in cui Aiken raggiunge i risultati più alti), compare un’altra serie di osservazioni e domande filosofiche quali “What monstruous world is this, whence no escape / Even in sleep?” (“Che mostruoso mondo è questo da cui non si sfugge / Neppure nel sonno?”). Una domanda che corre in parallelo con il racconto più famoso di Aiken, “Mr Arcularis” (“Il signor Arcularis”), il cui protagonista cerca appunto di dar seguito, sia pur solo nel delirio dell’anestesia, a questo programma di fuga. (Fra l’altro, Aiken è uno dei rari autori per i quali vige una sintonia quasi perfetta tra poesia e opera in prosa.) Neanche il sogno, in definitiva, ci consente di liberarci dalla realtà, ed è da questo che nasce la protesta nei confronti di Dio: “Dream: and between the close-liked lids of dream / The terrible infinite intrudes its blue: / Ice: silence: death: the abyss of Nothing. / O God, O God, let the sore soul have peace. / Deliver it from this bondage of harsh dreams.” (“Sogno: e fra le palpebre strette del sogno / L’infinito terribile immette il suo azzurro: / Ghiaccio: silenzio: morte: l’abisso del Nulla. / O Dio, Dio, fa’ che scenda la pace sull’anima afflitta. / Liberala da questa schiavitù di sogni aspri.”) C’è una costante lotta della mente contro una realtà che non si lascia ricondurre all’unità e alla comprensione, contro un Dio che ci ostacola. In fin dei conti la peripezia umana si riduce forse all’esperienza della foglia che cade dal ramo senza emettere un suono: “Something has come and gone. And that is all.” (“Qualcosa che è venuto e andato. Ed è tutto.”)

Ma non deve sembrare, da questi pochi esempi, che quella di Aiken sia una poesia di disperazione, e men che mai di una disperazione autocompiaciuta quale spesso appare in poeti presunti e autoproclamati tali. In realtà, Aiken è un poeta assai versatile e vario. A mo’ d’esempio di felice osservazione psicologica si veda “The Quarrel” (“La disputa”), in cui una discussione fra innamorati è felicemente descritta e riportata sui giusti binari di una sostanziale assurdità (assurdità, almeno, dinanzi all’immenso dolore del mondo). E si veda anche con quale maestria, ma anche con quale delicatezza e spietatezza, Aiken descrive le dinamiche amorose in “Voyage to Spring” (“Viaggio verso la primavera”). Perché, come ricorda in “The Logos in Fifth Avenue” (“Il logos nella quinta strada”): “It is absurd: we look for meaning, find / that we are lost in an algebraic surd” (“Assurdo: noi cerchiamo un perché, poi ci scopriamo / perduti in un assurdo algebrico”). Del resto, la colpa non è (solo) nostra, della nostra inadeguatezza: come scrive in un’altra poesia, “Sound of Breaking” (“Suono di cosa spezzata”), la vera scoperta finale sta nel fatto che il mondo è un “crashing of disordered chords and discords”, ovvero uno “scroscio d’accordi in disaccordo e dissonanze”. Non è forse un caso che sul letto di morte Joyce stesse leggendo proprio le poesie di Aiken, né che un critico acuto come Harold Bloom lo considerasse uno dei più grandi lirici del modernismo statunitense.

Sul piano strettamente storico-letterario, ad Aiken dobbiamo almeno due scoperte e una promozione che devono essere segnalate (e apprezzate): la prima scoperta è quella di William Faulkner, di cui a differenza di tutti gli altri critici riconobbe la grandezza fin dai primissimi libri; la seconda è quella di Malcolm Lowry, per il quale fu una specie di mentore e padre poetico e che del resto con Aiken si sentì sempre in debito, non foss’altro che per il fatto di aver spudoratamente imitato, nel suo primo romanzo Ultramarine, un precedente libro di Aiken, Blue Voyage, senza che questi tuttavia se ne adontasse. (Pare che Aiken gli avesse anzi proposto, scherzando, di rompere gli indugi e intitolarlo direttamente Purple Passage.) A Lowry lo unì una stretta amicizia e complicità, e sarà proprio durante una visita al più giovane collega a Cuernavaca che nel 1937 Aiken deciderà di separarsi dalla seconda moglie. In seguito, dopo la pubblicazione di Under the Volcano, i rapporti con Lowry si fecero leggermente più tesi, conditi forse da una punta d’invidia ben dissimulata (e comprensibile) nei confronti del “discepolo” di successo. Infine, la promozione di cui dicevo: con la sua generosità intellettuale, Aiken ha anche avuto il grande merito di contribuire, in qualità di curatore dell’edizione postuma delle sue poesie, al risveglio d’interesse per Emily Dickinson. Basterebbe tutto questo a riservargli un posto d’onore nella letteratura del Novecento, ma c’è, come abbiamo visto, molto di più. Detto ciò, dispiace dover chiudere con una nota dolente riguardante, ancora una volta, la nostra editoria, di cui pure si dice che traduca molto, più di tante altre editorie nazionali. Pubblicheremo dunque pure tanti testi dalle altre lingue, e dall’inglese in primis, ma come avviene la selezione dei testi da tradurre? Ebbene, se ora siete incuriositi e volete leggere un libro di Aiken, che siano poesie o racconti, inutile fare un salto in libreria; dovete ricorrere per forza di cose alla sezione “vintage” dei vari fornitori on line quali Amazon, ibs/Feltrinelli, Mondadori, ecc. In italiano, i testi più recenti sono infatti alcune poesie tradotte da Quasimodo nel 1968, i racconti contenuti nel volume La vita non è un racconto, pubblicato nel 1964, nonché, sempre dello stesso anno, la selezione di poesie curata da Roberto Sanesi con il titolo Il logos nella quinta strada. Tutti questi libri sono quindi usciti quando il poeta era ancora in vita, e quello a noi cronologicamente più vicino risale a cinquantacinque anni fa. Non credo che ci sia bisogno di ulteriori commenti.

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