Ida Meneghello
Il cinema de laMeneghello

Passages al buio

“Passages”, il film di Ira Sachs, è la storia di un amore a tre, costruita un po' sulla falsariga di “Jules e Jim”. Ma senza la passione vitale del capolavoro di Truffaut. Qui tutto resta sepolto nei meandri di Parigi

Non so se il regista americano del film Passages, Ira Sachs, abbia letto l’opera monumentale che il filosofo tedesco Walter Benjamin dedicò ai “passages” parigini, dove l’autore rifletteva (riflessione durata tredici anni) sull’infinito caleidoscopio umano utilizzando i passaggi che attraversano il cuore della capitale francese, non solo in quanto luoghi urbani capaci di collegare strade e quartieri, ma come chiavi di lettura della modernità, soglie che mettono in comunicazione mondi diversi in quel caotico incessante fluire – di persone, merci, flâneurs, prostituzione, arte, moda, gioco – che chiamiamo vita. Se l’avesse letto, forse avrebbe fatto un altro film, magari meno provocatorio, meno fisico e disturbante, adottando uno sguardo più sottile nel raccontare la storia di un triangolo amoroso (l’irraggiungibile Jules e Jim) in cui al vertice c’è un uomo egocentrico e infantile e non la magnifica Jeanne Moreau di Truffaut.

Passages è un film molto lodato, ma francamente mi ha delusa. È tutt’altro che un brutto film, è che gli manca qualcosa, un quid che ha a che fare, credo, con il fascino della leggerezza. Perché c’è solo sesso e manca l’ironia del gioco. La storia è intrigante fin dalla prima inquadratura: Tomas è un regista tedesco che sta girando le ultime scene del suo film a Parigi e comanda gli attori a bacchetta come fa con i suoi amori. È un uomo nervoso, ambiguo, veste in modo provocatorio, sfacciatamente affascinante, usa la seduzione per esercitare il potere sul set e nella vita, come un bambino prende ciò che vuole fregandosene delle conseguenze, le vite che non sono la sua non lo riguardano. Così oscilla senza ritegno tra Martin, il marito comprensivo, e Agathe, la giovane donna di cui si innamora inaspettatamente e che accoglie la sua identità fluida senza pregiudizi.

I “passages” si intrecciano tra un appartamento e l’altro, tra una relazione e l’altra, nelle notti parigine che Tomas attraversa pedalando “à bout de souffle” sulla sua bicicletta. Tomas giustifica il suo egoismo con il sogno impossibile di una famiglia queer, finché entrambi, l’uomo e la donna, metteranno fine ai suoi giochi. Per fortuna non c’è il dramma finale: nell’ultima scena la camera insegue il primo piano di Tomas con gli occhi pieni di lacrime (rabbia? rimpianto? finalmente ha capito il dolore degli altri?) che pedala furiosamente sulle macerie delle sue relazioni. Discutibile invece la scelta del regista di girare una lunga scena di sesso al limite della pornografia tra Tomas e Martin che nulla aggiunge alla storia.

Passages non mi ha convinta ma merita di essere visto per la bravura degli attori: Ben Whishaw, Adèle Exarchopoulos (La vie d’Adèle), Erwan Fale (Winter boy). Ma soprattutto per lui, Franz Rogowski, amatissimo nel film di Giacomo Abbruzzese Disco boy, uno dei migliori attori della sua generazione, con quella recitazione urgente e quella dizione faticosa (come Joaquin Phoenix ha la cicatrice di un labbro leporino) che lo rendono unico.

Facebooktwitterlinkedin