Erica Nemore
Il faro di Rubjerg Knude

Escape

In una società vincolata dalla condivisione diventa difficile ritrovarsi per entrare in intimità con se stessi. Ma esiste un luogo dove il silenzio non parla e tacendo si raggiunge davvero la distanza dalla realtà. Per ricongiungersi con la propria essenza...

Bombardati, siamo costantemente mitragliati da impulsi, da rumori, dal visivo… il caos. 
Vogliamo tutto, troppo, e subito. Cerchiamo bellezza, perfezione, come se ci dimenticassimo che le sue radici affondano nell’armonia tra i contrasti, nello star bene.
Quando si ha un figlio si invita sempre la mamma a non proporre una sfilza di attività al bambino, indurre all’eccesso conduce al nulla. 
Una società immersa in una bolla di ipocrisia, devota all’opulenza, spesso può destabilizzare, lasciare un vuoto nel petto.
Dove andare per liberarsi del non essere? Al confine tra la vita e la morte, lo scibile e l’ignoto, il limite e l’abissale. 

In Danimarca, sulla costa del Mare del Nord nel comune di Hjørring, (regione dello Jutland Settentrionale) è possibile prender parte alla potenza inarrestabile della natura.
Il faro di Rubjerg Knude svetta cadente, tra dune di sabbia a picco sul mare, sulla scogliera Lønstrup Klint, a 60 metri sul livello del mare. Il suo destino sembra segnato da una fine imminente; l’implacabile avanzata del mare, che ogni anno erode circa un metro e mezzo della costa, unita allo spostamento di 9 metri dei dossi circostanti, spinge gli studiosi a credere che sarà completamente inghiottito dalla terra e dal mare entro il 2025. 
Una rinnovata Atlantide va incontro alla sua sorte. 
Inaugurato nel 1900 e dismesso già nel 1968, al tempo si trovava a più di duecento metri nell’entroterra, un punto di riferimento per i marinai erranti. 
Anche le colonne portanti però sono destinate a crollare: non ci sono certezze nella vita, bisogna imparare a stare in equilibrio, a cogliere il fascino dell’instabilità. 

Nel 2019 il faro è stato spostato lontano dalla costa, a 70 metri nell’entroterra, utilizzando dei binari costruiti appositamente per impedirne il crollo. 
Ormai coperto per metà dalla sabbia, attrae oggi milioni di turisti, pronti a ricevere le sue ultime istanze, un ultimo addio all’umana utopia. 
Attraverso sentieri desolati, che consentono la vista di panorami mozzafiato, si raggiunge la struttura. 
Una corsa rinvigorente, un profondo respiro al sapore di salsedine, le spalle si alleggeriscono dai fardelli del quotidiano e ci si immerge nel miraggio. 
La sensazione di libertà coincide pienamente con quella di arrendevolezza. 
L’uomo cessa il fuoco di fronte alla possente natura.
Il faro svetta precariamente per concedere l’estremo piacere della vista dell’orizzonte sconfinato.
C’è silenzio, quello vero, che stride nelle orecchie e paralizza, che stordisce e ammutolisce allo stesso tempo. 
Tante chiacchiere… la consapevolezza ha il suono della quiete. 

Soffia il vento, piccoli mulinelli di polvere si sollevano in aria, non c’è frastuono, le menti vorticano. 
Ogni cosa riacquisisce il proprio senso originario, ha inizio un processo di autodeterminazione generale. 
È possibile salire fino in cima al faro e sporgersi per lanciare lo sguardo all’infinito, «così tra questa immensità s’annega il pensier mio: e il naufragar m’è dolce in questo mare». 
Non si percepiscono le vertigini, né il timore, nonostante la consapevolezza dello stato in cui verte l’edificio. 
Frasi d’amore, pensieri, parole, di fronte al declino l’uomo esprime amore. 
Non ha scelta e decide di amare, di apprezzare le piccolezze, i frantumi. 
Secoli di edificazione, ma al termine della vita si ricercano gli affetti. 

Prima di tornare tra le dune e prima di tornare nella globalizzazione concediti il tempo necessario a farti una carezza, abbracciati. 
Corri, salta, saluta il passato, accogli il futuro imminente, accetta il presente. 
Sai già che tra qualche giorno quel momento toccante sarà solo un ricordo sbiadito, al suo posto il passo frettoloso per star dietro ai ritmi frenetici della società.
Allora non hai imparato nessuna lezione? Ma quale lezione? Ho visto la verità e sono tornata alla realtà. 
Ho ricordato… spero di non dimenticarlo mai. 


Nell’immagine vicino al titolo, “Viandante sul mare di nebbia” di Caspar David Friedrich

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