Giuseppe Grattacaso
Nel cimitero di san Felice a Ema

Cercando Montale

Perdersi tra le tombe di gente semplice, poeti, scrittori, alle porte di Firenze, in cerca di un maestro delle parole che sembra giocare a nascondino con chi lo va a cercare. Dov'è finita, la tomba di Eugenio Montale? E lui, è sempre qui?

Il piccolo cimitero di san Felice a Ema è poco fuori dell’abitato di Firenze, nella prima zona collinare del Galluzzo. Ci arrivo in auto salendo da porta Romana e percorrendo il viale del Poggio Imperiale, che mi permette di osservare, sul fondo della via in salita, come su uno scenario un po’ stinto, l’austera facciata della villa medicea che ospita dal secondo decennio dell’Ottocento l’educandato Ss. Annunziata. Conquistato dalla parola educandato, dai suoni antichi, da quel soffio leggero di trine e merletti, dalla nebbia di ciocche bionde e di sorrisi timidi, che la lenta cadenza delle sillabe suggerisce, mi sembra di percorrere strade sonnacchiose e ciondolanti, residuo appannato di un’epoca estinta da tempo.

In effetti, una volta davanti il cimitero, che è a lato della chiesa che un tempo fu monastero, facciata romanica, portale sormontato da una piccola lunetta in marmo bianco e verde, mi sembra che solo qui, forse solo per oggi, Firenze sia ancora quella del secolo scorso, con quell’aria sorniona e appisolata, quella specie di abbandonata attesa che ancora si percepiva tra le case e tra la gente che le abitava agli inizi degli anni Ottanta del Novecento, quando ho cominciato a frequentarla assiduamente. Era in quegli anni già solo un refolo, che portava con sé l’odore della Firenze di qualche decennio prima (e con l’odore il rumore dei passi di Montale e Palazzeschi, Ottone Rosai e Antonio Bueno, Landolfi, Arturo Loria, Romano Bilenchi, tanto per dire). Non era più quella Firenze, ma tanto bastava.

Piero Santi amava Firenze e un po’ anche la detestava. Fingeva di detestarla. Biasimava la sua parte becera e mondana, non gli eccessi, ma quell’eccessivo esibizionismo delle forme, quel mettersi in mostra che si stava già tramutando nel commercio della propria anima più nobile, il darsi troppo facilmente a tutti. Nelle torme dei turisti, ancora non diventate masnade dissonanti, intravedeva le masse dei tanti che sarebbero venuti dopo, che poco sanno e poco in fondo vogliono sapere. Ne parlava sempre dell’amatodiata città e delle sue laceranti passioni, delle tenerezze che ancora sapeva effondere, così come sempre ne aveva scritto nei romanzi, nei racconti, nei diari, a cominciare da Il sapore della menta, Amici per le vie, Libertà condizionata, fino ad arrivare a Sic!, il suo ultimo eccentrico romanzo, una vicenda di reincarnazione di anime (tra cui Oscar Wilde) in corpi di altri.

Sono qui per lui e per Eugenio Montale, perché le loro spoglie riposano, come si dice, nel piccolo, assolato cimitero, a poca distanza l’una dall’altra. Voglio credere sappiano di essere vicini, che possano di tanto in tanto salutarsi, scambiarsi qualche parola. Eusebio, come si faceva chiamare il poeta, è insieme alla moglie Drusilla Tanzi, che per lui e per tanti fu la Mosca. Furono amici, Santi e Montale ‒ il primo più giovane di poco più di quindici anni ‒ e si frequentarono quasi quotidianamente nel periodo in cui Montale visse a Firenze, prima e immediatamente dopo la seconda guerra mondiale. Piero Santi ne parla, tra l’altro, nel romanzo Il sapore della menta, dalle pagine del quale emergono anche le figure di Tommaso Landolfi e Carlo Emilio Gadda.

Fa molto caldo, è tempo di miraggi e di cicale, ma tra la pietra e il cemento cimiteriale i tremuli scricchi ossessivi delle rapper che stazionano sugli ulivi arrivano da un’inspiegabile lontananza, sono solo un sottofondo d’ovatta. Giro tra le strette vie del camposanto, evito un piccolo gruppo di persone, elegantemente e sobriamente abbigliate, forse un po’ demodé, come per un matrimonio o un funerale d’altri tempi, che attorniano il custode, il quale armeggia rumorosamente, a colpi di martello e piccone, intorno a una tomba. Attraverso, sulla sinistra, il passaggio che, per mezzo di pochi scalini, porta alla parte inferiore del cimitero, per così dire la più recente, la meno ricca anche, della necropoli che in ogni caso non ha nulla di monumentale. So dove cercare, ci sono stato già altre volte.

Invece giro a vuoto, salgo scendo gradini, tra loculi più o meno grandi, ordinati in file ordinate, come sono sempre i loculi. Palazzine popolari, si direbbero, ma con una loro ossequiosa dignità. Le prime sudate esplorazioni sortiscono l’unico effetto di farmi scoprire che è sepolto qui anche Bilenchi (da rileggere assolutamente il romanzo Conservatorio di Santa Teresa e i racconti La siccità, Il gelo), ma del mio amico Santi e del suo amico Montale nessuna traccia. Mi volto verso un angolo, che mi sembrava di aver già attentamente osservato, mentre sono assalito dal dubbio che qualcosa sia accaduto, che quei defunti, per una ragione o per un’altra, non siano più al loro posto, qualcuno forse ha traslocato in altro luogo per decorrenza dei termini, o chissà forse allontanato per cattiva condotta. E mentre mi arrovello nel cercare una ragione della sparizione, eccolo lì, PIERO SANTI scrittore. Mi fermo un poco in compagnia dei ricordi e delle parole di Piero, dei suoi gesti misurati e sorridenti, dei silenzi invece sconsolati.

Montale non può essere lontano, mi dico. Ricomincio la ricerca, passo dopo passo, tomba dopo tomba. Non c’è. Né lui, né Drusilla naturalmente. Mi viene in mente di aver letto, qualche anno fa, che la concessione del loculo fosse scaduta, c’erano state polemiche. Li avranno portati via, penso. Esco con un po’ di amarezza in più e con l’idea di non aver cercato con cura.

Di fronte alla Propositura, la chiesa, c’è il viuzzo di san Felice a Ema (si chiama proprio così, viuzzo), che è lastricato e costeggiato da alti muri a secco, quasi un olio di Rosai. Intorno alberi e cicale, che non vedo ovviamente ma che sento sfogarsi con dovizia, anche quelle che quando ero nel cimitero avevano scelto il mutismo. Percorro lo stradino con grande calma fino alle prime abitazioni. Mi fermo, penso a Montale, torno sui miei passi.

Appena la connessione lo permette, in pratica solo in una stretta fascia di terreno, peraltro in pieno sole, davanti alla chiesa, scopro da una nota dell’Ansa del novembre del 2019 che Montale in effetti ha rischiato di essere sfrattato (è scritto così) da san Felice a Ema, ma che tutto poi è rientrato. La tomba è ancora lì. Perché non l’ho vista?

Ci riprovo. Il custode ora è nel suo stambugio accanto all’entrata. Non lo vedo, ma lo sento muoversi. Lo chiamo. Mi chiede di aspettare un attimo. Faccia pure con calma, concedo. Sento acqua che corre da un rubinetto. Aspetto.

Quando esce è in canottiera. Stende una maglietta bianca e dei pantaloni da lavoro, che evidentemente ha appena lavato, sulla piccola ringhiera che delimita lo spazio antistante il bugigattolo. Cerco Montale, dico, è ancora qui, vero? Ci sono stato qualche anno fa, aggiungo. Non confesso che solo mezz’ora prima ho cercato senza successo. È nella parte bassa del cimitero, mi rassicura lui, se vuole la accompagno, non è facile trovarlo. Non fa niente, dico io, mi sembra di ricordare. Scenda sulla sinistra, mi orienta il custode, deve cercare dove c’è un quadrato, è lì vicino, proprio in direzione di un piccolo pino.

Ci riprovo. Ora so dov’è Bilenchi, in quale angolo riposa Piero Santi. Li ritrovo senza nessuna difficoltà, ma di Montale non c’è traccia. Ricomincio a girare a vuoto e a sudare. Le cicale sono lontane. Il quadrato di cui mi parlava il custode non esiste o forse non è un quadrato. E non c’è nessun albero nel camposanto, nemmeno nelle vicinanze, tanto meno il memorabile piccolo pino. L’unico pino è gigantesco e strafottente, come sanno essere i pini, ed è a circa duecento metri. In direzione di quel pino ci può essere di tutto, la chiesa, l’intero cimitero, Firenze. Rileggo per l’ennesima volta nomi e cognomi di tanti, di alcuni ricordo ormai l’esatto posizionamento, l’anno di nascita: dal mio girovagare precedente non si sono mossi, ma mancano Montale e Drusilla.

Sono sconfortato. Continuo a cercare un piccolo pino che non c’è, un loculo che non si palesa. Poi desisto. Mentre mi dirigo verso l’uscita, incrocio il gruppo che prima sostava davanti alla tomba a cui lavorava il custode. Ora i loro sguardi sono diretti verso un loculo alto. Una giovane donna (insieme a lei un coetaneo e una donna e un uomo anziani, forse i genitori) parla di una zia che dipingeva (è quella, mi pare di aver inteso Guendalina o altro nome aristocratico d’antan, che occupa il loculo verso cui guardano) che ha lasciato diversi quadri di non eccelsa fattura, e di un’altra pittrice più brava della zia, che sta due loculi più in là. Si stimavano, dice.

Io penso che forse la zia conosceva Piero Santi, che per qualche tempo ebbe anche una galleria d’arte, che gestiva insieme a Paolo Marini, e chissà forse lei e la sua amica avevano un tempo frequentato Montale. Sapete dove si trova ora il poeta, vorrei chiedere agli astanti imparentati con la pittrice di scarso talento, ma non ho il coraggio. E se dovessero rispondermi che è proprio vicino a un’altra zia, scrittrice, nei pressi di un quadrato in direzione di un piccolo pino?

Passo davanti alla postazione del custode. Dall’interno non proviene più alcun rumore, lui non si mostra, io ne sono contento.

Non si è fatto trovare Montale, penso l’abbia fatto apposta, che in fondo da quando è arrivato in questo luogo ci è stato e non ci è stato. Del resto che cosa ci si può aspettare da uno che ha scritto di aver vissuto al cinque per cento? La poesia che contiene la curiosa affermazione si chiama Per finire, appunto, e si presenta, appunto, come una raccomandazione ai suoi posteri “(se ne saranno) in sede letteraria”, ai quali chiede di fare “un bel falò di tutto che riguardi / la mia vita, i miei fatti, i miei nonfatti”. E poi, senza mezzi termini: “Vissi al cinque per cento, non aumentate / la dose”.

Come ho fatto a non capire, io postero (se sono) in sede letteraria? Se il giocoliere Eusebio (o Arsenio o, più semplicemente, Eugenio) è vissuto al cinque per cento, come può stazionare nella morte in percentuale più alta? Mi sono imbattuto in quel novantacinque per cento di non esistenza e di non morte, mentre il poeta se la rideva, con quel suo viso tondo, fintamente austero, ma sotto il velo sempre beffardo, ironico e giocoso. Fintamente vivo, fintamente morto.

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