Giuliano Capecelatro
A proposito di "Napoli stanca"

Quantistica napoletana

Una raccolta di scritti di diciassette scrittori (per la cura di Mirella Armiero) affronta l'indeterminatezza della metropoli partenopea. Sempre più nell'occhio del ciclone tra moda e leggende

Quanta Neapolis! Premessa. Spiace per le salmodianti “parenti” di Faccia ‘ngialluta. Ma se l’ufficialità si ostina a celebrarlo, con la doppia replica della cruenta ostensione, alla prova dei fatti san Gennaro non si può più considerare il santo patrono della città. È fuori contesto storico, detronizzato, al più un simpatico cimelio folcloristico.

Il riferimento mitologico all’altezza dei tempi – in una comunità che dagli albori si pasce e tramanda miti – è, e non può non essere, Werner Heisenberg, l’uomo che nella ventosa, pietrosa – e ormai polverizzata – Helgoland, covò e diede al mondo la teoria dei quanti, che affascinò e poi scombussolò Albert Einstein, che, non credente, si appellò addirittura all’essere supremo nel tentativo di confutarla.    

Napul’ è…  non più donna di provincie, per l’inconsolabile cordoglio dei passatisti, e un po’, magari tanto, bordello, in varie accezioni. Per afferrarne il volto, l’anima, o quello che sia, cangiante, o almeno per tentare di raccapezzarsi, si sono cimentati diciassette (oh, 17! Ma Napoli non è la patria della superstizione?) scrittori indigeni. E, per la cura di Mirella Armiero, hanno dato alle stampe un libro dal titolo maliziosamente ambiguo, Napoli stanca (Solferino editore, pagg. 304, euro 18,50).

Chi conosce e ha un rapporto osmotico con la città, sa che è proprio così. Da metropoli di infinite suggestioni e povera assai di organizzazione, Napoli ti sfibra, ti mette a terra; viverci è un esercizio complicato, al limite dell’ascetismo estremo. Ma non è solo questo; dietro la tellurica vitalità, il teatrino spesso ad usum turisti di un esistere spensierato, scanzonato da alunni del sole, la vecchia sirena si mostra fragile, esausta. E quasi evoca la desolata confessione, riportata da Petronio, della Sibilla Cumana: Σίβυλλα τί θέλεις;… ἀποθανεῖν θέλω. (Che vuoi, Sibilla? Morire).

Già, la sirena delle origini. Nell’introduzione, Armiero osserva che la creatura eponima (Parthenope) “non può evolversi, crescere… abbandonare il folclore salvando la tradizione”. Contraddizione che la espone anche a critiche impietose. Da qui, da un titolo sferzante, la prima mossa dell’opera. Un giornale francese che, non molto originale, sentenzia: “Napoli terzo mondo”.

Convinzione comune, nelle parole di Armiero, è “che la condizione di emergenza… si trasforma sempre più spesso in sistema. L’eccezione diventa la regola”. La reazione suscitata dal titolo gaglioffo, dunque, non ha le sembianze di un indispettito amor di patria, l’orgogliosa levata di scudi di un campanilismo offeso.

Nella naturale disparità degli interventi, l’invettiva amara contro la propria città si associa all’esplorazione e documentazione di realtà meno conosciute. Che solo chi è radicato nel territorio può percepire e affrontare.

Lo scorrere degli interventi funziona da lanterna magica (se si accetta la metafora anacronistica); ad ogni giro, si staglia davanti al lettore una nuova figura, una diversa declinazione di città. L’occhio collettivo ripercorre la desolazione lunare di Bagnoli, ferita a morte con la dismissione dell’Italsider; l’abbandono risentito di san Giovanni a Teduccio, nel proliferare di self24 (aperti, cioè, a ciclo continuo) e la fioritura speranzosa di bed&breakfast; lo squallore avveniristico del Centro direzionale, parodistica New York irta di torri smargiasse; si immerge nell’underworld senza tempo di certi vicoli del centro, seminascosti tra le pieghe della città grecoromana, ricettacoli di vite che obbediscono a codici primordiali, dove spesso alligna una ferocia ancestrale.   

Sfondo su cui sfilano capipopolo, magari inquadrati in rispettabili partiti politici; quinte tra cui a un tratto monellescamente si affaccia una figura grottesca, summa dei difetti e trivialità del napoletano verace– ammesso (e non concesso) che quest’espressione abbia un senso. Fa capolino la Napoli sempre più fatuo set cinematografico, fabbrica di illusioni e delusioni. Si snoda il tragitto perverso della droga, che qui trova una delle sue capitali e una filiera produttiva di straordinaria efficienza e duttilità.

Città nella città, la lugubre fortezza del carcere di Poggioreale, enclave affollata di destini non abbastanza bastardi da rinnegare l’amore. La musica, biglietto da visita più abusato della città, esibisce scenari inusitati, in cui non campeggia il virtuosismo di Bruni e Murolo, la tradizione melodica diffusa in tutto il pianeta, ma irrompe rabbioso, irriverente, sguaiato, il rap di ragazzi svezzati in sordide hinterland, formatisi nell’accademia autarchica dei centri sociali.  

È cronaca recente. Di colpo, è esplosa una stagione di improvvisa e inspiegabile napoletanofilia, fomentata da tour operator e agenzie di viaggi. Torme di turisti, spesso del tutto sprovveduti, assediano e stravolgono il centro storico, suscitano nuove, insaziabili cupidigie. Fenomeno che potrebbe risultare letale, trasformare Napoli, annientarla per offrire al visitatore uno sterilizzato prodotto standard, un simulacro di città simile a mille altre mete del turismo globalizzato.

Non meno che a Milano, a Parigi e Londra risuona l’idioma napoletano. Come funghi spuntano un po’ dovunque, anche al di là dell’oceano, pizzerie e pasticcerie che brandiscono a garanzia di genuinità l’emblema del golfo o del Vesuvio. E si può scoprire l’esistenza di giganteschi cornetti ischitani (in decenni e decenni di operosa peregrinazione tra le isole, mai sentiti nominare; al più, memoria proustiana, nelle narici permane il profumo delle brioche aleggiante a via Forlovado, nella lontana Capri dell’infanzia).

Napul’ è… tante, tante cose. E il giudizio può pendere dalla parte dell’immagine rosea che, in polemica con altre feroci critiche, ne diede a suo tempo lo scrittore Erri De Luca, o della spietata raffigurazione che gli contrappose il collega Peppe Lanzetta. Napoli stanca realizza un racconto a più voci che, nel variare degli argomenti e dei registri, si dipana agile e si segue con piacere. Ma l’interessante esplorazione dei diciassette pionieri non esaurisce certo un panorama che non sembra avere fine. Napul’è

Ma che ci azzecca, a questo punto, Werner Heisenberg? Ci azzecca, e come! L’oscillare perenne dell’immagine della città, che mai si attesta su un definitivo punto di equilibrio, dà ragione della potente candidatura del fisico tedesco a santo laico, novello patrono della tormentata metropoli. L’instabile Napoli è città quantistica; rappresenta, anzi, la capitale universale dell’indeterminazione, che è il punto centrale, fisico e filosofico, della teoria dei quanti (i quanta nel linguaggio della scienza); gli elettroni – i fattori – che la compongono non hanno traiettoria e posizione definite, possono muoversi in un senso o in un altro, finché non li fissa l’osservazione. Sotto le balze rossastre del Vesuvio, con le sue leopardiane e fatidiche ginestre, tutto è in movimento, fluttuante, a partire dal territorio. Proteiforme, fluida, inafferrabile. Quantistica, Napoli si afferma specchio veridico del nostro incasinatissimo e quanto mai indeterminato essere.

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