Andrea Carraro
Dialogo tra due narratori

Lo scrittore razionale

Incontro con Gianluca Barbera: «Il mio approccio alla scrittura è razionale. Anche una lingua troppo ricercata, letteraria, ampollosa, mi pare di intralcio al mio disegno artistico. Il racconto deve essere “naturale”, onesto, autentico, la lingua asciutta, limpida, essenziale»

Gianluca Barbera, emiliano, del ‘65, ha trascorso infanzia e adolescenza a Correggio, come Tondelli, vive da parecchi anni a Siena, fra le colline del Chianti… tu sei uno scrittore di cui ci siamo occupati più volte su Succedeoggi, – uno scrittore molto interessante e prolifico, hai già scritto forse una ventina di libri pubblicati con vari e diversi editori.

«Sedici libri».

E sotto pseudonimo?

Altri 4, molti anni fa.

Tenendoti comunque sempre lontano dal mainstream, mi pare, dalle mode editoriali, autofiction compresa, spaziando fra i “generi”, riscoprendo modelli narrativi del passato, – “libro di viaggio”, “romanzo d’avventura” (Magellano, Marco Polo, Castelvecchi), biografie romanzate L’ultima notte di Raul Gardini (Solferino), Magellano e il tesoro delle Molucche (Rizzoli) e ancora romanzi di avventura per ragazzi, libri-interviste, romanzi satirici alla Sterne: La truffa come una delle belle arti (Aliberti compagnia editoriale)…. Anche nell’ultimo che hai pubblicato Se il diavolo (Interzona-Polidoro), ti servi di un archetipo narrativo-letterario tradizionale, quello del “patto col diavolo”, – che anche io usato in un mio romanzo, Sacrificio, non potevo non dirlo!, – all’interno di una costruzione biografica inventata, vagamente esoterica, per alcuni versi scabrosa, di uno scrittore amato, Simenon, cui forse senti un po’ di assomigliare. Nella prolificità, ma forse anche in altre cose.

La sua prolificità era prodigiosa, è stato uno degli scrittori più fecondi di sempre, con oltre 400 libri pubblicati.

Nel romanzo a ogni modo racconti, che il segreto della sua vulcanica prolificità scaturiva da un “patto con il diavolo”, incarnatosi un certo giorno, quando lo scrittore era ragazzino, su una spiaggia di ciottoli, in Vallonia, dove risiedeva coi suoi genitori, nelle fattezze respingenti di un paziente di manicomio (il frenocomio di St Nicholas per esattezza) sfuggito al controllo dell’inserviente sanitario, – personaggio di cui fai una ieratica e sinistra descrizione, da narratore di razza, – un uomo “smisurato”, dalla “testa oblunga, magrissima, un volto cavallino, i capelli rasati, gli occhi sporgenti di chi soffre di tiroide e percorsi da venuzze accese, un sorriso fisso, come se indossasse una maschera”, e che insomma predisse al futuro creatore di Maigret:  “Io ti condanno, come Mida. Ma invece dell’oro tramuterai ogni cosa in parola. E ogni parola sarà scritta con il sangue. Per ogni libro che scriverai, e ne scriverai moltissimi, qualcuno morirà.

Attorno alla vita di Simenon – cominciano a fioccare, via via che si afferma come scrittore sempre di più, fino a raggiungere una celebrità planetaria, strani incidenti, coincidenze, uccisioni inquietanti – anche nel suo periodo americano, – come se davvero il demonio mantenesse la sua promessa! «Certo, lui era ateo, – scrivi – ma sono proprio gli atei a credere più sentitamente nel diavolo». E la biografia del grande scrittore belga-francese costeggia quasi certe trame nere dei suoi romanzi.

Gianluca Barbera

Prelevo: “La mattina dopo, quando al Pavillon ne vide la foto sul giornale ricordò di averla incrociata la sera prima mentre tornava all’Ostrogoth dopo aver fatto spesa al negozio di alimentari. Una coincidenza? Un segno del destino? Proprio nel momento in cui lui cominciava a scrivere di delitti, un delitto entrava nella sua vita, anche se dalla porta laterale.” 

Hai fatto anche tu, Gianluca Barbera, un patto col diavolo?

Io ho fatto un patto con la vita. Faccio lo scrittore a tempo pieno, scrivo. Tutto qua. Nessun mistero, nessuna alchimia. Non potrei mai smettere. E poi è la cosa che mi viene meglio, innegabilmente. Ho talento per l’affabulazione. E per certi abissi. Magari mi vengono peggio altre cose, ma non dico quali.

E dille, dai, in una battuta…

Ok, allora, mi riescono difficili, più difficili, le storie d’amore, ecco, l’ho detto, il romance è un genere che non mi appartiene, in generale le atmosfere troppo sentimentali, cariche di romanticismo, mi annoiano o mi stuccano, da autore e da lettore!

Anche per me è così, – seconda intrusione dell’io! – su questo dettaglio convergiamo!

Il mio approccio alla scrittura è razionale – anche quando mi affaccio in territori irrazionali, fantastici, come in questo romanzo. Anche una lingua troppo ricercata, letteraria, ampollosa, mi pare di intralcio al mio disegno artistico. Il racconto deve essere “naturale”, onesto, autentico, la lingua asciutta, limpida, essenziale.

Da qualche parte scrivi che – ecco, testuale: – «Maigret è uno che dice pane al pane e vino al vino. Niente miracoli deduttivi, solo intuito allo stato puro. È uno del popolo che non sopporta i ricchi…(…) Non dà giudizi morali, perché sa che è la vita a essere sbagliata; che la legge non ha sempre ragione. Insomma è uno che si limita a svolgere nel migliore dei modi il suo lavoro di poliziotto. Non odia i criminali. Li arresta perché è il suo mestiere, tutto qua». Anche tu, da scrittore, da artista, odi un po’ i ricchi? Tendi a rappresentarli satiricamente…

La ricchezza è un enorme spreco di risorse, secondo me. Persone che hanno montagne di soldi e altri che non hanno niente. Viene da alzare il sopracciglio. Sinceramente la ricchezza non mi interessa. Ho sempre pensato che l’unico mestiere che valesse la pena di fare è quello di scrittore. Molti ricchi darebbero via parte della loro ricchezza per essere grandi scrittori. Ma un grande scrittore che darebbe via il suo talento per essere ricco non l’ho mai conosciuto. La ricchezza e la povertà spesso sono un fatto quasi casuale. A volte è questione di un capello. Le cose nel mondo potrebbero anche andare diversamente.

Li racconti in tanti modi nei tuoi libri, dico i rovesci di fortuna, i repentini cambiamenti di status dei personaggi… Mi viene in mente ancora la tua genealogia di truffatori nel libro La truffa come una delle belle arti, del 2016, che non ricevette tutti i riconoscimenti e il successo che ha avuto Magellano (ancora pochi ti conoscevano), ma a me piacque molto, era un romanzo molto italiano, nel senso che raccontava bene proprio il carattere degli italiani.

Io nel tempo mi sono scavato un piccolo mondo, dove trovano spazio solo le mie cose. Quelle che rimpiangerò in punto di morte. Le persone che amo, un buon libro, un buon film, le passeggiate, il mare, l’odore dell’avventura. Tengo sempre Borges con me. Adoro Kundera. E Bukowski. È la mia triade. E poi Stevenson. A volte assaporo libri di altri tempi. A volte cose ultra-contemporanee. Trovo l’epoca attuale la più stupida di ogni tempo. Forse meno violenta, ma profondamente stupida. E poi detesto le mode, le tendenze, le parole che tutti pronunciano.

Si vede da quello che scrivi – e anche da quello che hai pubblicato come editore, alla Melville soprattutto – e a Theoria, come direttore editoriale… anche autori politicamente controversi come La Rochelle, ricordo… di cui ripubblicaste Piccoli borghesi.

A me interessa l’arte, non la politica. L’arte è anche politica, certo, ma non nella mia testa. Che vuoi che me ne importi di un discorso politico quando posso sentire il rumore del vento a bordo della Hispaniola e mentre da qualche parte sventola il Jolly Roger? Il mondo così è mille volte più bello. Quando un autore è bravo è bravo, stop.

Se il Diavolo, per citare ancora il tuo libro, ti chiedesse di rinunciare a scrivere in cambio di un posto in Parlamento, o a capo di una grande azienda, che faresti?

Scoppierei a ridere! Vedo quelle dei politici e dei manager come “vite sprecate”. Balle & slogan! l’unica cosa che abbia un senso per me: scrivere (e leggere), con tutto il rispetto per il resto del mondo, che ha mille volte più ragione di me.

L’altra faccia della medaglia?, c’è sempre l’altra faccia della medaglia, la maledizione che l’arte si porta sovente dietro?

È che sono egocentrico! Fastidioso! Ma se io sento questo, che devo farci? Devo mentire? Io ragiono, ma soprattutto “sento”. Se sento una cosa significa che è autentica, che mi appartiene. Inutile discuterne. Prima una cosa ci piace, e poi cerchiamo di giustificare perché ci piace. La ragione viene dopo.

Credi molto nel tuo fiuto!

Direi di sì. Nessuno può confutare quello che io sento, a meno di darmi del bugiardo. Al massimo potete dire che non vi piace come sono fatto. Lo capisco. Ma del resto io non vorrei mai che il mondo assomigliasse a me. Io non cerco mai di imporre la mia visione del mondo agli altri. Dico solo: lasciatemi il mio angolino. Ecco la differenza tra me e i dogmatici, quelli che pensano di avere ragione. Io non ho ragione, io sono così, sento così, tutto qua. Posso provare a migliorare, è una vita che lo faccio, a volte con buoni esiti. Mi disciplino. È necessario per vivere con gli altri, ma faccio sempre più fatica. Lasciatemi il mio Melville, il mio Conrad, vi lascio tutto il resto.

Torniamo un momento al tuo eroe, Simenon, di cui fai un ritratto che suona veritiero, autentico e divertente da leggere: lo scrittore belga-francese ci appare per quello che probabilmente era, al colmo della sua carriera letteraria, un uomo divorato (ma anche illuminato) dai suoi vizi, dei suoi demoni: le donne, il sesso mercenario, il denaro, l’alcol, l’ebbrezza del successo, i locali notturni, ma anche i grandi incontri – Jean Cocteau, Gide, entusiasta dei suoi libri, con cui dialoga a lungo, anche per lettera, scambiandosi preziosi pareri sull’arte, sulla scrittura, Fritz Lang, la scrittrice Colette, Federico Fellini, e molti altri, fra scrittori e artisti e celebrità del jet-set parigino e mondiale… Qual è il libro migliore di Simenon e quale il migliore di Gianluca Barbera? Per gioco…

A me piace “Il cane giallo”. Ma ovviamente sono così tanti che è quasi impossibile decidersi. Il mio migliore? “Se il diavolo” e “Il segreto del Gran Maestro”. E poi forse quello che sto scrivendo sul terrorismo nero. Un tuffo in un mare oscuro. Vite condotte all’insegna del nulla. Omicidi e stragi, non dico per idee sbagliate, ma per il nulla. Vite fondate su un tragico equivoco. Vale anche per i terroristi rossi.

Come mai non parli mai direttamente di te, della tua vita nei tuoi romanzi, fai a meno del tuo io? Andando in controtendenza rispetto alla nostra epoca, alla cultura narcisistica dei social… forse già te l’ho chiesto…

Sì, non parlo mai di me. Non mi ritengo interessante. E poi si può dire che appaio sotto mentite spoglie in molti dei miei personaggi!

Ti consideri uno scrittore postmoderno? E se sì in che senso?

Direi che sono postmoderno nell’utilizzo/nel riuso che faccio dei generi letterari tradizionali (il romanzo avventuroso e comico settecentesco, il libro di viaggio, il romanzo filosofico ecc.)… A volte penso che lo scrittore a cui somiglio di più sia l’Umberto Eco del Pendolo di Foucault. O il Bruce Chatwin di In Patagonia. Due estremi, che però si toccano.

Potrei chiederti perché, in che modo si toccano. Ma mi interessa di più un’altra domanda: quanto c’è di vero nella tua biografia di Simenon e quanto di inventato, in percentuali, quali margini concedi alla fiction e quanto alla verità documentata, storica.

Un settanta per cento di vero e il resto invenzione. Nel concreto, io faccio così, prendo un personaggio, una storia e li rivolto come un calzino. Poi ricompongo le tessere, i frammenti, come pare a me, per scoprire nuove angolazioni, nuove verità, nuove prospettive. La mia è una prosecuzione della comedié humaine.

Accidenti! Però, ambizioso!

In Se il diavolo mi interessava parlare proprio del mestiere dello scrittore, ciò a cui ho dedicato tutto me stesso.

Parlami della tua formazione letteraria, sei un lettore precoce? Quale è il primo romanzo che hai letto? Quando hai deciso che da grande avresti fatto lo scrittore?

Fare lo scrittore lo voglio, lo sento, lo sogno da sempre. Non ho mai pensato ad altro. Ogni libro che ho letto, si può dire quasi ogni cosa che ho fatto l’ho fatta in funzione di quello. Una vita costruita attorno a un’idea. Una questione identitaria. Io non sono altro che quello, senza quello non sarei niente, non esisterei. Il primo libro che ho letto è Barra tutta a dritta di Gianni Caratelli, di cui si sono perse le tracce, nel senso che non si trovano praticamente notizie nemmeno in rete. Ovviamente appartiene a un’altra era. È una storia di mare, la vicenda di uno studente che si imbarca su una nave mercantile come mozzo e compie il giro del mondo. Deve essere nato tutto da lì.

Però hai fatto anche l’editore, lo abbiamo detto, per un certo periodo. Tuttavia a un certo punto hai smesso per fare solo lo scrittore. Come è andata? Sentivi che la scrittura aveva bisogno di maggiore spazio nella tua vita. 

Te l’ho detto, a me è sempre e solo importato fare lo scrittore. Però, per necessità, ho fatto anche altro. E naturalmente lavorare nell’editoria era quanto di più prossimo. Come dire: se ami una donna, e quella al momento è irraggiungibile, almeno stalle appresso, con discrezione. Prima o poi poserà gli occhi su di te. Diventare degli scrittori dotati di senso è un’impresa non da poco.


Lo fotografie (tranne quella di Gianluca Barbera) sono di Roberto Cavallini.

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