Nicola Bottiglieri
Sulle tracce di De Agostini/5

Storia della Candelaria

Il viaggio verso la Terra del Fuoco prosegue a Rio Grande, dove c'è la Candelaria, una delle missioni salesiane più antiche dell'America Latina. Fu fondata nel 1893 da un gruppo di sacerdoti piemontesi arrivati da Punta Arenas

La storia della missione salesiana della Candelaria merita di essere conosciuta. Si tratta di una vicenda straordinaria, sia perché la maggioranza delle persone coinvolte erano italiane, sia perché essa avvenne nella Terra del Fuoco, dove la steppa incontra l’oceano atlantico, in uno dei luoghi più desolati della terra. E la costa è punteggiata dagli scheletri delle navi naufragate. Tanto che possiamo dire che il “far west italiano” si ebbe alla fine del mondo, dove i pionieri non sparavano con le pistole contro gli indiani, ma cercavano di proteggerli dalle uccisioni degli allevatori di pecore, armati delle durissime “gallette del marinaio” e del crocifisso, il treno venne sostituito dalla nave ed il whiskey dalla grappa. Anche se oggi, a queste latitudini, come in tutta l’Argentina, la bevanda più diffusa è il Fernet Branca mischiato alla Coca Cola.

La missione fu fondata nel 1893 da un gruppo di sacerdoti piemontesi arrivati da Punta Arenas sul vapore Amadeo, che aveva attraversato lo stretto di Magellano e costeggiato l’isola della Terra del Fuoco. Subito incontrarono l’ostilità degli allevatori di pecore, estancieros, pertanto il gruppo fu obbligato a sbarcare 80 chilometri più a nord di Rio Grande, nella Bahia San Sebastian. Dove vi era già stata qualche anno prima una strage di indios da parte dell’esercito argentino. Don José Menéndez, proprietario di vastissime aree della Terra del Fuoco non voleva sacerdoti fra i piedi, pronti a denunciare le atrocità che venivano commesse nei confronti degli indios. In attesa di recarsi nel luogo stabilito, i salesiani costruirono una baracca, sulla quale issarono la bandiera italiana e quella argentina. Qualche mese dopo, ripresero la marcia verso sud e finalmente arrivarono alla foce del fiume rio Grande, dove fondarono la missione chiamata «La Candelaria». Il gruppetto era composto dal torinese Beauvoir, Antonio Bergese, Paolo Ronchi e Giovanni Ferrando, tutti piemontesi. Un incendio distrusse la prima casa costruita, quindi la missione venne spostata vicino al capo Domingo a 12 chilometri dalla città. Cabo Domingo era stato teatro della strage di centinaia di Onas ad opera del famoso Red Pig (Alexander Mc Lennan, uno scozzese dai capelli rossi) che “lavorò” per conto della famiglia Menéndez. Si vantava di aver ucciso più indios di quanti bicchieri di whiskey avesse bevuto. Morì di delirium tremens in Scozia. Oggi la missione non accoglie più gli indios Selk’nam (Ona) ma è divenuta una scuola che forma tecnici preparati per l’allevamento del bestiame.

Due anni dopo l’arrivo dei sacerdoti, il 3 aprile 1895 arrivarono alla foce del Rio Grande (il fiume darà il nome alla città che sorgerà nel 1921), sul vapore Torino le suore Luisa Ruffino (nata a Torino) di 29 anni, Rosa Massobrio (Alessandria) 46 anni, Rosa Gutiérrez (Santiago del Cile) 28 anni, accompagnate da Monsignore Giuseppe Fagnano (Rocchetta Tanaro, Asti) 51 anni, prefetto apostolico, che aveva comprato il vapore per muoversi più liberamente in questa parte del mondo, in modo da dare assistenza diretta ai missionari dislocati a queste latitudini. Prima di farsi prete, Fagnano era stato un garibaldino, e questo spirito irruente e deciso lo manterrà per tutta la vita. La suora Rosa Gutiérrez, in seguito, farà un vocabolario della lingua Ona di 60 pagine, raccogliendo tutte le parole del linguaggio femminile che usavano le donne, che messe a confronto con le definizioni che alle stesse parole dava Padre Beauvoir, autore di un vocabolario più ampio, risultano differenti. Insomma le indie davano alle loro parole un “significato implicito” sconosciuto dagli uomini.

Il vapore Torino era partito da Punta Arenas il 30 marzo, aveva attraversato tutto lo stretto, poi aveva costeggiato la Terra del Fuoco, fino ad arrivare alla foce del fiume, dove vi era un semplice molo di legno, che fungeva da porto. Avevano trovato una tempesta e si erano rifugiati in una baia fin quando l’oceano non si era placato. Alla foce del fiume trovarono ad attenderle i salesiani arrivati due anni prima che le accolsero con entusiasmo. Ora la missione era al completo, le suore avrebbero fatto scuola alle donne, i sacerdoti agli uomini, raccogliendoli tutti negli steccati della missione, dando loro da mangiare e proteggendoli contro le violenze dei soldati, dei cercatori d’oro.

Nelle “cronache della missione” scritte in italiano, l’arrivo delle suore è così descritto: «Giunsero alla Terra del Fuoco il 3 aprile. Venne ad incontrale al porto il Rev. Don Giuseppe Beauvoir con alcuni confratelli ed indii. Bello era vedere come gli indii, vedendo Monsignore, subito per allegria, gettarono il capello per aria salutandolo; per maggiormente farle festa spararono vari tiri. Per prima cosa furono alla Capella o piccolo e misero Oratorio, per salutare il padrone di casa, e ringraziarlo di non averle lasciato andare in bocca ai pesci, dopo visitarono la loro casa, bastanza spaziosa, però da terminare. Dopo due giorni dacché erano giunte le condussero a visitare le case degli indii, questi appena le videro: siccome non sapevano che esseri fossero, le corsero tutti attorno e dicevano nel loro linguaggio: Capitano dammi galletta. Le toccavano, le accarezzavano; le vestimenta; e poi si toccavano loro stessi dicendo che desideravano essere vestiti come le Suore…Monsignore Fagnano che molto li ama, li trattava con un affetto particolare; distribuì loro galletta promise loro che li avrebbe vestiti».

Alla missione arrivavano gli indios cacciati dai loro territori, ai quali bisognava dare vestiti, alimenti, mentre si insegnavano loro i rudimenti della religione cattolica e, come fanno sempre i salesiani, la pratica di un lavoro artigianale: le donne a filare la lana e gli uomini impegnati nella falegnameria o nell’allevamento del bestiame. Fin dall’inizio la Candelaria ebbe circa 350 indios, molti dei quali morirono di tubercolosi, altri ritornarono “alla vita selvaggia” insofferenti a vivere nelle abitazioni che avevano porte e finestre. Civilizar y cristianizar non fu mai una cosa semplice.

Le lettere che Beauvoir inviava a Fagnano a Punta Arenas sono piene di richieste di alimenti, di vestiti e attrezzi da lavoro. A queste lettere egli rispondeva come poteva, sollecitando anche la casa madre di Torino affinché sollecitasse i benefattori piemontesi a donare con più generosità quanto poteva essere utile alla missione. In cambio dei doni ricevuti, agli indios veniva messo il nome di colui che aveva provveduto ai loro bisogni. Tuttavia Fagnano, da vero imprenditore piemontese, non si limitava a chiedere aiuti in Italia ma cercava di rendere la missione autosufficiente, provvedendola una volta di 59 buoi, 300 mucche ed altri animali da allevare, tanto che alla fine riuscì ad avere circa 20 mila capi di bestiame. Come del resto aveva già fatto a Punta Arenas, dove aveva avviato una fabbrica di mattoni, che andavano a sostituire il legno con il quale si costruivano le case. Da allora gli incendi cessarono e con i proventi delle vendite egli poté costruire la cattedrale della città, oggi dichiarata monumento storico.

Mi sono recato alla foce del Rio Grande che ancora oggi scorre in un deserto stepposo e l’impressione di desolata lontananza è ancora viva, nonostante la città sia cresciuta in fretta intorno alle fabbriche che assemblano apparati elettronici fabbricati altrove. Mi chiedo sempre cosa abbia spinto quegli uomini a venire “a sud del sud, quasi fuori dalla carta geografica” per fondare luoghi di raccolta che dovevano proteggere indios nomadi lontanissimi in tutti i sensi dalla regione Piemonte. Questa scelta estrema fu fatta in nome della fede per obbedire al dettato evangelico “porterai la mia parola fino alla fine del mondo”, ma oltre questa ragione religiosa, altre motivazioni personali dovettero motivare questi uomini e queste donne a venire a vivere la loro vita in regioni del mondo ancora sconosciute. Disperato bisogno di un “altrove” dove nascondersi? Odio verso la città e le sue manifestazioni? Una forma di ascetismo condiviso? Gli uomini che formarono le prime missioni salesiane, iniziate nel 1875, dovettero avere un fisico di ferro, una capacità di iniziativa straordinaria, un equilibrio mentale solido. Questi “emigranti della fede” hanno lasciato i loro nomi nella geografia del territorio ed il loro esempio nelle memorie cittadine. Anche se ancora oggi una corrente di pensiero “revisionista” vede nella loro azione un contributo alla distruzione dei nativi americani.

La seconda ondata di missionari delle quale faceva parte De Agostini, giunto a Punta Arenas nel 1910, non fu da meno. Continuarono a lavorare nei sentieri aperti dai primi pionieri e poiché le comunità degli indios erano quasi del tutto sparite, attraverso i collegi rivolti agli argentini ed ai cileni riuscirono a creare le fondamenda di una cultura urbana che vive nelle città nella Terra del Fuoco. La “modernità” del 900 qui è precipitata con la violenza di un fiume in piena travolgendo quanto incontrava. Pertanto le fotografie di De Agostini sono divenute memoria storica, le “cronache” dei missionari radici di un passato, ma anche “inconscio collettivo” di società formatesi da poco. Le fotografie, le scritture sono più antiche dei monumenti in pietra, ed i nomi dei salesiani presenti nelle strade vere proprie cerniere con il passato. Qui il vuoto della geografia si è intrecciato con quello della storia ed il vento della natura è andato a braccetto con la violenza dei cercatori d’oro, dei cacciatori di pelle di foca, degli estancieros che hanno cancellato un passato millenario per aprire immensi pascoli alle pecore. La Terra del Fuoco ha un cuore di tenebre.

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