Ida Meneghello
Il cinema de laMeneghello

Fassbinder resuscitato

Con “Peter von Kant” François Ozon rende omaggio a Rainer Werner Fassbinder. Ma il suo non è solo un remake del celebre film del 1972. È anche una riflessione sulla fragilità (e la vanità) del cinema

Ecco un film che manda in brodo di giuggiole chi ama il cinema. Peter von Kant di François Ozon è un omaggio, dichiarato fin dal titolo, al primo film di Rainer Werner Fassbinder, Le lacrime amare di Petra von Kant, 1972, sei donne in scena tra le quali Hanna Schygulla. Era, come dicono gli esperti, un “kammerspiel”, cioè un “dramma da camera”, un racconto di derivazione teatrale che si svolge tutto in una stanza. E del resto la pellicola si basava su un testo per la scena dello stesso Fassbinder (per inciso, grande annata il 1972 per il cinema che rifletteva sui rapporti di potere nelle relazioni, è l’anno anche di Ultimo tango a Parigi!).

La stilista Petra von Kant vive con una assistente apparentemente muta che tiranneggia, un’amica le presenta una ragazza bellissima di cui lei si innamora follemente, la ragazza inizia a trattarla con la stessa crudeltà che Petra riserva all’assistente. È un gioco di specchi che Ozon trasforma tutto al maschile rispettando i ruoli e persino citando i dialoghi: «Io credo che l’essere umano sia fatto per vivere con i suoi simili. L’unico grande guaio è che non ha mai imparato a farlo», diceva Petra. E qui lo ripete Peter.

Per riuscire in un’operazione filologica così raffinata, che va ben oltre la banalità di un remake, ci vuole un protagonista d’eccezione: Ozon lo trova nello straordinario Denis Ménochet, stessi baffi e occhiali scuri, giacche con grandi revers e gestualità esagerata, lui urla, si incazza e beve gin tonic come un Fassbinder resuscitato. Domanda legittima: che senso ha rifare un film tedesco di oltre mezzo secolo fa, mettendo nei panni del protagonista il regista morto nel 1982? È solo il gioco di un cineasta iper-produttivo che si diverte a parodiare il cinema di ieri (come in Mon crime ancora nelle sale), o in questo film Ozon vuole raccontarci qualcosa di più di di lui e di noi?

Forse i protagonisti di questo gioco di specchi e di rimandi non sono solo Petra e le sue donne trasformate in uomini vanitosi e fragilissimi che si agitano nel mondo vanitoso e fragilissimo per eccellenza che è il cinema. Forse è lo stesso Ozon che si specchia in Fassbinder e insieme a lui ci racconta qualcosa che ci tocca tutti: quanto potere, crudeltà, indifferenza e solitudine possono nascondersi in un rapporto d’amore. Magnifiche presenze sono Isabelle Adjani e Hanna Schygulla. Tu chiamala, se vuoi, nostalgia.

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