Loretto Rafanelli
“Dimenticato sul prato” di Cesare Viviani

Abitare la parola

Nella nuova raccolta il dire poetico per l’autore toscano «rimane fondante centro», «spazio dialogico verso gli altri e verso se stesso». Un dire prosciugato, scheletrico, afasico, essenzialità necessaria per oltrepassare «il nulla che ci attraversa» e giungere alla verità delle cose

Il libro di poesie di Cesare Viviani, Dimenticato sul prato (Einaudi, 90 pagine, 10 euro), focalizza delicati passaggi di una realtà ostile che offusca gli orizzonti, i sentimenti e la ragione, ecco allora che l’autore, nel suo dire, evita di seguire le scontate vie codificate e avvisa e incalza il lettore ad andare “oltre”, come dice in questi versi: «La misericordia dei semplici/ è spazzata via da sempre/ dalla violenza/ degli esempi comuni». Viviani si esprime con un dettato breve e affilato, che sfiora l’aforisma, e che può apparire assertivo, ma non di meno si può ritenere accogliente. Dimenticato sul prato è una raccolta fatta di pochi testi, pensiamo che l’autore l’abbia costruita in tempi brevi e consegnata ai suoi lettori come vi fosse l’urgenza di approfondire alcuni decisivi incroci esistenziali, come fosse indispensabile “aggiungere” un pensiero ulteriore rispetto al passato. 

Qui la poesia del poeta pur non discostandosi troppo dai suoi precedenti lavori, evidenzia un maggiore stato di solitudine e pare non voler ricorrere all’istanza religiosa e neppure usare vuote formule letterarie, “rifugiandosi” invece nella parola come se questa fosse l’unico ambito in cui abitare, mentre cocente e assordante riecheggia in lui la convinzione che «il nulla che ci attraversa/ è la vita». La parola poetica è ciò che Viviani ha “coltivato” in tanti anni, ed è, crediamo, la sua esistenza, specie mentre vede il presente che si diffonde crudo nella sua severa disposizione all’abisso. Ecco allora avvertire la scena come una sorta di condanna, in cui «il condannato può diventare/ disperato». Una disperazione che quasi rinuncia a raccontare di sé, ma solo a suggerire ciò che gli sta attorno e che appena intravede, nell’amara disposizione di ripensare il tutto: «Per fare le cose buone/ come le fanno gli altri,/ come le fanno tutti/ quanto dolore». 

Cesare Viviani

Col tempo la poesia di Viviani, parimenti alla propria visione esistenziale, si è sempre più prosciugata, fino a divenire di una essenzialità scheletrica, quasi afasica, in cui i pensieri sono tesi a un andamento sostanzialmente monocorde. La parola quindi rimane fondante centro, non salvifica forse ma decisiva, in quanto spazio dialogico verso gli altri e verso se stesso, come qui afferma: «La parola è più di ogni governo/ e potere,/ di ogni territorio,/ di ogni abisso marino,/ di ogni vetta altissima e ghiacciaio,/ di ogni scoperta e fede,/ di ogni medicina e filosofia,/ arte e scienza». Si potrà anche dire che con le parole abbiamo detto quasi tutto, ma pure proprio attraverso esse si può aggiungere che si è distrutto tutto, si pensi alla natura, rispetto alla quale «ci siamo dimenticati/ di non essere riducibili/ a parole». 

È che non si può ragionare per frammenti di parole, blaterandole in continuazione, pensando così di comprendere la vita, è opportuno invece insistere su un altro versante. Ecco allora che Viviani fissa l’attenzione sul particolare di una biografia, per poi avvertirne l’inadeguatezza: «cos’era la biografia/ nella vasta metratura della casa,/ e nel volume di quel palazzo antico?». Siamo, noi esseri umani, poco in fondo, siamo minuzie e senza intendere la costruzione che ci sottende corriamo il rischio di non capire ciò che ci circonda, quindi proprio la complessità che spiega la vita. Dobbiamo cercare, suggerisce il poeta, di andare oltre ogni semplice pensiero e sperare che in un attimo, in un bagliore, in un’ora si possa rintracciare il senso dell’esistenza, il senso del nostro esserci qui adesso e ricostruire anche il nostro passato e ciò che ci attende: «Una spirale a scendere,/ ogni scalino da contare,/ ma ci sarà pure un’ora/ in cui si condensa la vita/ e diventa visibile e chiara/ nella sua vera materia». 

E probabilmente solo attraverso l’afasia si può giungere alla verità delle cose. Ma un’afasia dai mille silenzi, dalle mille voci, in grado di mettere a fuoco, per quanto possibile, la nuda verità o la realtà immediata, superando quella «estetizzazione dei contenuti, annichiliti dalla potenza del meccanismo stilistico» come diceva Eliot. È indispensabile vivere appieno «il patimento che c’è/ dietro l’accordarsi dell’orchestra», nella speranza che si riesca (e affermarlo oggi nel momento di un conflitto in corso e nel pieno di tragedie infinite, parrebbe assurdo) a vedere che: «La storia di una vita/ e quella dell’umanità/ si racchiudono in una semplice/ elementare sequenza:/ un ospite/ che è atteso e arriva,/ e poi trova le condizioni/ per la permanenza». 

Ospitalità allora diviene il concetto cardine, richiamo a una manifestazione di generosità, di tolleranza, un atto di gratuità, rammentando, come disse il martire cristiano Cassiano da Imola, che «Poiché in voi accolgo Cristo, devo servirvi con tutto il mio zelo», oppure, citando Edmond Jabès, che «tu sei quello straniero che sono io». La poesia, nel linguaggio di Viviani, diviene così uno sguardo attento sulla nostra esistenza e su quella della collettività, uno sguardo allo stesso tempo compassionevole e accogliente, per quanto debba essere esigente e “spietato” nello scrutare quella ulteriore verità che è il tema da sempre della vera ricerca poetica.

Nell’immagine vicina al titolo, particolare di “Falso specchio” di Magritte

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