Gianni Cerasuolo
Il mistero napoletano

Il pigolìo di Napoli

Da Caravaggio a Kim Min Jae, da San Gennaro a San Giuseppe dei Ruffi, da Osimhen a Jannis Kounellis: viaggio a Napoli. Che non è solo la città delle contraddizioni ma anche quella dove la realtà sembra segnata dalla magia. O dalla maledizione

Hanno imballato l’obelisco di San Gennaro con un velo bianco. Dovranno fare dei restauri, chissà da quando è messo così. Almeno nessuno potrà toccarlo per festeggiare lo scudetto quando arriverà.

Napoli, via dei Tribunali, piazzetta Cardinale Sisto Riario Sforza, quartiere San Lorenzo. Dalla sala del Coretto del Pio Monte della Misericordia si guarda bene la guglia, la si tocca quasi con mano mentre lo sguardo sale su verso la cupola della Cappella del Tesoro di San Gennaro. Quella stele antica avvolta in una specie di bambagia sembra l’immagine di una città sospesa, in attesa del titolo e magari anche della Champions, traguardo difficile ma non proibitivo. La gente continua la sua vita quotidiana, felice e in fermento, preparando la baldoria. In quartieri come Chiaia e il Vomero, ma un po’ dappertutto, si vedono festoni che vanno da una parte e l’altra delle strade. Le bandiere adornano i balconi. Nei vicoli si stendono lenzuola colorate anche sponsorizzate e un po’ sgrammaticate: «Dal Presidente Pizzeria ringrazia la squadra», è scritto su un drappo azzurro in via dei Tribunali angolo via Duomo. I rapper già propongono i loro tormentoni. In certi luoghi alcune statue hanno cambiato aspetto, diventando azzurre. Le feste del pallone producono danni seri in tutto il mondo. Succederà anche qui, nonostante il moltiplicarsi degli appelli per evitare gli eccessi. Le feste portano pure male se troppo anticipate. Così aprile sarà un mese difficile, da tenere a bada tra i desideri di sballo dei tifosi per un qualcosa che si aspetta da oltre trent’anni e che potrebbe già concretizzarsi in anticipo sulla fine del campionato (domenica 4 giugno), considerato il vantaggio sulle avversarie degli uomini di Spalletti, e gli impegni della squadra sul campo, tra l’altro con la doppia sfida di coppa con il Milan. Ragionando secondo vecchi stereotipi, i detrattori ipotizzano una Piedigrotta continua, una specie di Carnevale di Rio, insomma un divertimento esagerato e dilatato perché si tratta di Napoli dove la gente, si sa, non ha nulla da fare.

Intanto, si apparecchia il festino. Mucchi di drappi sporgono dai negozi e dai chioschi. Agli incroci e fuori dallo stadio. Una bandiera costa dai 5 ai 10 euro. Invece i bandieroni anche più di 20 euro. Tutto è rigorosamente taroccato. Mixed By Erry. Siamo nella capitale del falso. Si dice che la camorra sia dovuta scendere a patti con i cinesi ma anche con le mafie dell’Est per piazzare la merce: 9 miliardi l’anno di affari. Il Napoli con il tricolore sul petto è un grande bisinèsse. Mamadou vende la sciarpa azzurra a 5 euro ad un incrocio di viale Kennedy tra Fuorigrotta ed Agnano. Altri uomini che vengono dall’Africa sono sparsi per la città a fare la stessa cosa. Se fai il saputello, la risposta del tifoso di strada è un trattato d’economia: «Scusate, e chi tene ’e sorde per comprarsi ’na sciarpa bbona?».

È il giorno dopo l’Eintracht, calcio, lacrimogeni e black bloc. Una giornata qualsiasi per la gente che lavora. Di interrogazioni e compiti in classe per gli studenti. Di studi, pratiche e tribunali per i professionisti. Un formicolio di auto in via Foria. Sul lungomare, in via Acton va anche peggio: i cantieri rendono infernale l’attraversamento della città.

Pochi giorni dopo la partita di Champions, uno sparo di notte agli chalet di Mergellina ha ucciso un ragazzo di 18 anni. Un bravo ragazzo si sottolinea, come se un morto ammazzato debba essere sempre un malavitoso. La tragedia ha fatto precipitare le quotazioni dei buoni pensieri. Eccolo il male oscuro che riemerge. Ha scritto Titti Marrone sul Mattino: «…un colpo di pistola ha spento i diciotto anni e la vita di Francesco Pio strappando la nuova cartolina con il cielo azzurro-forzaNapoli e chioma di Osimhen al posto di quella del pino. Ed è come se il fragore dello sparo ci avesse svegliato dal sogno della città redenta dalla squadra che finalmente le toglie i “paccheri” da faccia…».

Movida, sneakers macchiate, bum, un colpo di pistola, un corpo a terra, così, per sbaglio. A Napoli non spara più soltanto la camorra. A Napoli girano troppe armi. Sarebbe davvero una cosa tanto assurda porsi oggi l’obiettivo di disarmare Napoli? ha chiesto provocatoriamente – avendo ragione – Marco Demarco dal Corriere del Mezzogiorno.La violenza dei nostri giorni dilaga ovunque: ai baretti della Riviera di Chiaia, a Mergellina ma anche ai Murazzi, a Trastevere e sui Navigli. Però qui avverti altro, ogni cosa si carica di diversi significati. Perché poi leggi che la Campania è la regione in cui due minori su tre (dai 6 ai 17 anni) non hanno mai aperto un libro, secondo “Openpolis”, e fai collegamenti. A inizio dell’anno un magistrato descriveva questa situazione: «C’è un deserto di valori che interessa le periferie ma anche i salotti buoni della città, nei weekend e nelle zone della movida basta uno sguardo ad una ragazzina per scatenare una rissa. A Napoli è in atto una guerra di sguardi…».

Nei giorni di San Giuseppe e delle zeppole, Time aveva assegnato alla città il posto numero 12 nella classifica dei posti più belli del pianeta (preceduta da Pantelleria). Il New York Times intervistava Kvaratskhelia. E poche settimane prima Jill Biden, la first lady degli Stati Uniti, aveva ordinato pizze di passaggio con il suo jet a Capodichino. Pare anche che Starbucks e Mondadori vogliano aprire nella Galleria Umberto un grosso locale dove prendere un libro ed un cornetto. Però, in parallelo, lo storico Metropolitan, cinema nel mezzo di via Chiaia, uno dei salotti della città, rischia di chiudere. Il Nuovo Teatro Sanità ha cancellato il cartellone nel quartiere del risveglio perché, all’improvviso, non ha il certificato di agibilità dopo anni di attività in una chiesa del Settecento e i costi dei lavori sono eccessivi. Si alzano e si abbassano saracinesche in continuazione. E su qualche muro sono apparsi, ancora una volta, striscioni contro De Laurentiis. Chiaroscuri napoletani.

Voglio andare a vedere Caravaggio. Che era un ultrà del Napoli, è certo. La pala delle Sette opere di misericordia. Me lo aveva suggerito il mio amico Nicola ricordandomi il film di John Turturro, Passione, e quella scena emozionante dove Fausto Cigliano pizzica la chitarra davanti al dipinto cantando Catarì, una poesia musicale: Marzo, ’nu poco chiove e n’ato ppoco stracqua…

«Non era Fausto che guardava il quadro ma Caravaggio che ascoltava Fausto», scrisse il regista statunitense quando dovette ricordare il raffinato musicista napoletano il giorno dopo la morte nel febbraio del 2022. «Fausto si era molto preparato per quella scena, era contentissimo, emozionato» ricorda Rodica Dorina Aretu, la vedova di Cigliano, tredici anni dopo la realizzazione del film.

E una volta arrivato qui, nella chiesa dentro il Pio Monte, avverti che quella tela ha a che fare in qualche modo con la gente che hai visto per la strada. Forse allo stadio. Il quotidiano diventa immagine sacra, ha scritto Roberto Longhi. Gli angeli lazzari che sventolano le lenzuola, la popolana che allatta il vecchio, l’oste che dà da bere all’assetato, la Madonna che sembra precipitare in un vicolo. Tomaso Montanari lo ha spiegato bene per la Rai qualche anno fa, citando Longhi, «è la vita di ogni giorno che Caravaggio tira sulla tela». Sottolineando un fatto: che i fondatori del Pio Monte stabilirono che quell’opera non poteva essere copiata né muoversi da quel posto perché doveva prevalere «il pubblico decoro» e non l’interesse di un privato. Era il 1621: una bella lezione.

La chiesa, un ottagono, ha sette altari, quante le opere di misericordia corporale. Su ogni altare una tela di artisti del Seicento napoletano: i grandi Luca Giordano e Battistello Caracciolo. E poi altri di cui non sai nulla e devi aprire libri: due di Fabrizio Santafede (era il Raffaello di Napoli), Giovan Bernardo Azzolino (Bernardino il Siciliano, essendo nato a Cefalù), Giovan Vincenzo Forlì. Sull’altare di fronte all’ingresso, il Caravaggio.

Ai piani superiori, il Palazzo ospita la Quadreria, una pinacoteca con quadri e oggetti donati via via nei secoli al Pio Monte. Piccoli tesori di altri artisti dell’epoca (Massimo Stanzione, Mattia Preti, un autoritratto buio e con gli occhiali sul naso di Luca Giordano) che erano rimasti inaccessibili al pubblico fino agli anni Settanta. Lo strano è che mentre sei immerso in queste sale che odorano d’antico tra tele e pianoforti a coda che non si possono toccare perché rischiano di sgretolarsi, ecco che ti compaiono in fondo, prima di uscire, delle sedie conciate a modo suo da Jannis Kounellis oppure la Quarta opera di misericordia di Mimmo Paladino o un angelo particolare di Igor Grubic.

Per arrivare in via dei Tribunali ero sceso a piazza Cavour dalla linea 2 della Metro, quella che attraversa i Campi Flegrei. E avevo imboccato via Duomo. Mi sembra di fare il turista, un figlio imbastardito di questa terra. Manca che vada dal Cristo Velato e il tour sarebbe perfetto. Mi fermo, invece, alla chiesa di San Giuseppe dei Ruffi, attratto dalla doppia scala davanti al tempio. Come spesso capita nei Decumani. Dentro c’e una cancellata a protezione di un altare che custodisce un enorme ostensorio dorato. Al di là dello sbarramento una suorina prega. Strano abbigliamento. Un saio tutto bianco, come fosse un domenicano, e una stola rossa davanti. Mi hanno spiegato: sono le “sacramentine”, le religiose che assicurano le preghiere a domineddio accaventiquattro, come si dice oggi. Ogni panca della chiesetta è dedicata: a Carolina Castello Miraglia, ad esempio. Uscendo, mi attrae la targa in marmo dello slargo: Piazzetta San Giuseppe dei Ruffi. A guardar bene, però, qualcuno ha cancellato la gambetta della lettera erre. E quindi mi trovo in Piazzetta San Giuseppe dei Puffi. Creatività del sacrilegio.

In via Duomo ci sono negozi di griffe alla moda ed edifici carichi di cultura. La Biblioteca dei Girolamini è avvolta da teli e impalcature: chiusa. Vado avanti. E lì al Duomo, alla Cappella di San Gennaro, trovo il santo protettore al solito posto. Non è avvolto da bandiere e non ha al collo sciarpe con la scritta Forza Napoli Sempre. Che strano…

Turisti e classi di ragazzi sono davanti a lui. Sento deutsch sprechen un po’ ovunque. Anche castigliano. E accenti sardi. Una guida spiega a dei giovani di un liceo di Olbia che San Gennaro era uno tosto: avevano cercato di ammazzarlo in tutti i modi e lui aveva resistito. Tentarono di dargli fuoco dalle parti di Cimitile di Nola: niente. Poi lo portarono all’Anfiteatro di Pozzuoli e le belve che lo avrebbe dovuto sbranare erano sazie e quindi pure lì, Gennaro, l’aveva scampata. Infine l’avevano decapitato sulla collina della Solfatara, sempre a Pozzuoli, ed una ragazza aveva raccolto il sangue. Quello che si squaglia ad ogni miracolo.

Il Napoli calcio delle meraviglie è laico. Non ha bisogno di San Gennaro. È un prodigio terreno: muscoli e ferocia agonistica, strategia e tattica. Osimhen e Kim, un nigeriano e un coreano. Poi ci sono anche kosovari, polacchi, georgiani, camerunensi, francesi, norvegesi. Una Babele di squadra che assomiglia alla città meticcia che rappresenta, gente che parla inglese quando bisogna capirsi sul serio e scherza con qualche parola del dialetto: che sfaccimme, hanno sentito dire a Zambo Anguissa e a qualche altro.

Allo stadio ad un certo punto si avverte un pigolio: KimKimKim. Che dite? È il sostegno, l’applauso per il difensore coreano Kim Min Jae: KimKimKimKimKim… Provate a sussurrarlo di continuo e ad amplificarlo per 50 mila persone. Vi sembrerà di stare in una batteria di pulcini. Invece sono al Maradona. Distinti, anello inferiore. Qui è davvero festa tra bambini, donne e gruppetti di paesani di Kvara, georgiani, avvolti nella bandiera bianca con le cinque croci rosse. Ognuno ha una macchia azzurra addosso, a volte rosa. Sono cappelli, sciarpe fatte all’ultimo momento con la data della partita e l’avversario del Napoli, scaldacolli. Non si fanno coreografie, pochi sono gli striscioni e le bandiere, anche perché gli ultrà protestano contro le restrizioni imposte saggiamente dal club. I cori si sentono qua e là. Ed esplodono soltanto alla fine. È un tifo anarchico, ha scritto sul Napolista, Raniero Virgilio, con la solita ironia: «Il tifo disorganizzato è una interessantissima incarnazione postmoderna e post pandemia dell’anarchismo di cui questo sport a volte è portatore». Piuttosto, lasciare il proprio posto e raggiungere l’esterno è un’impresa perché non sai dove mettere i piedi, in pratica non ci sono corridoi, devi scavalcare file di sediolini (e se ci fosse un’emergenza?). Non si vedono steward. La gente si arrangia come può. Anche ai bagni: «Per 100 euro vulevo piscià dentro un Richàrd-Ginori. E invece…», si sente dire e quasi ti scappa un sorriso. La cena è una palatella con prosciutto e mozzarella. Patatine e Coca Cola per i più giovani. Pure cartoncini di sushi. Oppure la pizza dopo. Quando inizia la partita, comincia l’arteteca, una ginnastica particolare, una ola speciale che si pratica solo qui: ci si alza e ci si siede a seconda di come va l’azione. Quando Kvara dribbla sul lato sinistro tutti si sporgono a sinistra quasi ad accompagnare l’attaccante verso la porta. Dalle file più indietro si sente gridare: «Assettateve, seduti…!». Ma quelli più avanti, i primi della gradinata, hanno i cartelloni pubblicitari ad altezza occhi e come fanno? Devono mettersi in piedi per intravedere qualche cosa. Va così per tutta la partita: che fatica.


Le fotografie sono di Gianni Cerasuolo

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