Teresa Maresca
La mostra di Gregory Crewdson a Torino

Scrivere con la luce

C’è «l’America che ha perso la sua anima» nelle immagini del fotografo americano che predilige il crepuscolo e cattura con i suoi scatti le lucciole creando costellazioni. In “Eveningside” narra la periferia urbana con «edifici e umanità a brandelli»

Due riflessioni sulla mostra del fotografo americano Gregory Crewdson che si è chiusa ieri alle Gallerie d’Italia di Torino, dal titolo Eveningside, che si potrebbe tradurre liberamente “di sera”. Già in precedenza le mostre di Crewdson avevano come titolo una parte del giorno, o meglio una luce della giornata, trattandosi di una forma d’arte la sua che, appunto, “scrive con la luce”. Così c’era stata Twilight, crepuscolo, mentre questa raccolta torinese è introdotta da piccole foto notturne, in cui il fotografo cattura quelle che sembrano Fireflies, lucciole, con una tecnica semplice, mai più usata nei successivi lavori del fotografo. Ho trovato bellissimi questi primi scatti, realizzati con due macchine fotografiche su pellicola analogica in bianco e nero. Realizzate nei boschi urbani di Becket, nel Massachusets, fissano una serie di costellazioni di luci al crepuscolo, oppure con pochi scatti realizzati con tempi di esposizione più lunghi, il fotografo coglie lucciole intrappolate in barattoli di vetro e reti di zanzariere.

Dunque Crewdson preferisce fotografare la parte finale della giornata, la sua parte crepuscolare. E questa è principalmente, mi sembra, la sua dichiarazione di poetica. I soggetti di Eveningside sono i paesaggi americani di periferia urbana, visti nell’ora della sera e nel loro degrado crepuscolare, edifici e umanità a brandelli. Così è immediato il rimando all’epopea dei disperati di Cormac McCarty (Oltre il confine, Cavalli selvaggi, Non è un paese per vecchi) come a quella di Steinbeck (Furore, Uomini e Topi, La valle dell’Eden), un mondo americano “diventato freddo”, duro, impersonale e inautentico. La stesso sentimento del declino che troviamo nei personaggi del teatro di Albee, di Miller, di O’Neill. 

La mostra di Gregory Crewdson a Torino @andreaguermani

Nella raccolta Eveningside compaiono figure umane dentro i confini della loro vita quotidiana, donne dentro un appartamento o personaggi al bar, tutti visti dall’esterno della finestra o della vetrina, e questo è un evidente “omaggio” a certi quadri di Hopper. E come Hopper “omaggiava” i frames dei film di Hitchcock, Crewdson usa un metodo cinematografico per le sue foto. Si chiama staged photography(fotografia messa in scena o allestimento cinematografico), e prevede effettivamente l’allestimento di un vero e proprio set cinematografico. L’artista non scatta quasi mai foto da solo, come tutti i fotografi, ma per ogni scatto lavora con una équipe di produzione cinematografica di circa quaranta persone, tecnici della luce, allestitori del set, designers, direttori della fotografia.

Tale tecnica è anche definita cinematic photography e il risultato è come un fermo immagine da film. Le grandi dimensioni delle stampe contribuiscono a questo inganno ottico, alla sensazione di trovarsi al cinema. Solo che qui è tutto fermo, il movimento del cinema è perduto, offeso nella sua etimologia di movimento, di vita che scorre. Nei quadri di Hopper ti sembra di veder tintinnare i bicchieri di chi beve al bancone del bar o di sentire le chiacchiere allegre. In questi apparenti frame di Crewdson tutto è fermo, pur creando un doppio inganno, la foto che imita il cinema e diventa una still life. Che se la si nomina nella sua traduzione italiana, è una natura morta, simile al genere della pittura antica, con i canestri di lepri stecchite e di fagiani cacciati. È ancora una volta l’America che ha perso la sua anima, il suo soffio vitale e mobile, come sembra dirci Crewdson. 

Nell’immagine vicina al titolo una delle fotografie di Gregory Crewdson esposta alla mostra torinese

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