Paolo Petroni
Al Teatro dell'Opera di Roma

Le donne di Poulenc

la direzione di Michele Mariotti e la regia di Emma Dante trasformano “Dialogues des Carmélites” di Francis Poulenc da grande dramma di stampo religioso in uno spettacolo dedicato a tutte le situazioni in cui le donne diventano "martiri"

Tanti applausi e davvero un bel successo per questi stupendi Dialogues des Carmélites di Francis Poulenc che tornano all’Opera di Roma dopo trenta anni, aprendone la stagione con la regia di Emma Dante e sul podio Michele Mariotti al suo debutto come Direttore musicale del Teatro. Si replica sino al 6 dicembre nella originale versione francese, tratta dal dramma di Georges Bernanos del 1949.

L’opera di Poulenc, di qualche anno successiva e fedele nel testo all’originale e alla sua forte ispirazione religiosa che affronta il tema della Grazia, ne mette in risalto una valenza più esistenziale, indagandone e dando forza al rapporto tra eroismo e paura, tra solitudine e l’essere parte di un gruppo, di una scelta. E la paura, tranne nel caso della Superiora che la vive davanti all’ignoto, è sempre esterna al mondo delle carmelitane, è quella dei famigliari di Blanche, della politica che teme la religione, mentre loro sono salde nella difesa della propria vocazione. Un’opera fondamentalmente corale ma giocata attorno a due caratteri contrapposti, quello della forte e decisa Madre superiora, che, davanti alla morte, sarà preda della paura e di una crisi disperata che fa vacillare la fede, e quello di Blanche, donna fragile piena di insicurezze e paure che cerca rifugio nel velo e nel convento, e che proprio davanti alla fine invece si ricatterà coraggiosamente, scegliendo, lei che potrebbe salvarsi, di seguire al martirio le consorelle, portate alla ghigliottina nei giorni della Rivoluzione francese, il 17 luglio 1794, colpevoli solo di aver deciso di continuare le proprie, collettive pratiche religiose, dopo essere state private dell’abito e del convento. La ricerca di un rifugio di Blanche, che pareva tutto esteriore, troverà invece una sua lenta maturazione interiore attraverso una meditazione sulla morte in seguito a quella sconvolgente della priora. Il sibilo e i colpi secchi della lama della ghigliottina, che ritma alla fine la musica, si riverbera su tutta l’opera dandogli un più forte e simbolico significato.

Poulenc non altera la struttura dialogica e teatrale originale di Bernanos e la musica cerca una sua profondità nel farsi commento, nel ricostruire parallelamente la propria emozionalità e drammaticità con una strumentazione ricca di timbri e colori ma aperta pure a delicati squarci psicologici, sottolineature anche di momenti muti dell’azione, di grande modernità e di derivazione forse pucciniana, accanto a quello spirito di Monteverdi e Mussorgskij indicato come guida dallo stesso compositore, scomparso a Parigi nel 1963 a 65 anni. Come in tutta la sua produzione, anche nelle “Carmelitane” si tenne lontano dalle contemporanee ricerche dell’avanguardia, puntando sul dar corpo con leggerezza e incisività alle sfumate e indefinite atmosfere dell’impressionismo di matrice più squisitamente francese.

Questo allestimento, e in parte anche la lettura musicale, sono molto diversi da quello del 1991 diretto da Jan Latham Koenig, che si definiva un devoto di Poulenc, e la regia nitida e pulita di Alberto Fassini con le monocrome scene di Pasquale Grossi. Un’edizione chiara e limpida, tendente a una trasparenza tutta spirituale, mentre la lettura di Mariotti, che ha parlato di “fanatismo, scontro tra politica e religione, modi di affrontare la morte, tutte tematiche in cui si rispecchia il nostro tempo”, pur sottile e psicologica, tende a una soluzione più corposa e con precisi effetti. Potremmo forse dirla più moderna nell’affondare nel corpo e nell’essere femminile, in consonanza con la poetica e lo spirito della regia della Dante, che gioca anche col fisico delle sue protagoniste. Ne dà un’immagine di forza anche col loro abito monacale, trasformato dalla costumista Vanessa Sannino con un corpetto che appare lucido, argenteo come una corazza e in testa un tondo cappello con cupola, quasi un elmetto più che un’aureola.

Concretezza e fisicità che tornano nei movimenti, nelle indicazioni di recitazione, nel contrasto poi con le guardie della rivoluzione arrivate loro a spogliarle materialmente della tonaca. Non sono più suore che oppongono la fede alla ragione vivendo un contrasto sempre in un difficile equilibrio, ma donne che finiscono per ricordare di più quelle di oggi in lotta contro le umiliazioni imposte dal mondo in cui vivono, e proprio la Dante ha detto che il suo lavoro è dedicato alle “donne che sono state e continuano ad essere martiri”. Eppure uno dei momenti belli e davvero alti della rappresentazione è quel Cristo che dalla Croce si cala tra le suore adoranti e scompare tra esse, si fonde fra di loro, e allo stesso modo, poi da loro, dalla loro fede scaturirà per tornarsene al suo posto.

Soprattutto infatti, a dare una diversa pesantezza alla rappresentazione sono le scene, firmate da Carmine Maringola. Al centro c’è la bella, incisiva e suggestiva trovata di una serie di cornici che, all’inizio, contengono a grandezza naturale ritratti femminili di David, come delle suore, donne prima di prendere il velo, poi diventano con un battente porte delle celle del convento, e alla fine ghigliottine che, con la sciabolata del calar di una tendina, cancellano le suore portate al sacrificio. E’ il grande, imponente contorno che opprime cupo e sembra negare ogni spiritualità con l’eccesso di dimensioni e la pesantezza anche del disegno di quelle grate simboliche e con tutte quelle pareti d’oro alle spalle, o l’ordinatissima, alta e scura scaffalatura geometrica di teschi col suo richiamo ai Cappuccini di Palermo (nel cui disordine invece si rispecchia quello della vita).

In sintonia con la qualità raffinata e complessa della musica di questo capolavoro del Novecento e la lettura comunque intensa di Mariotti, che ha parlato di “una ricerca musicale interiore, con le pause che urlano, cambi bruschi tra impeto e dolcezza, una musica fatta di chiaroscuri”, sono le applaudite interpreti, dall’americana Corinne Winters, che ricrea inquietudini di corpo e anima della protagonista Blanche de la Force, a Anna Caterina Antonacci col sacrificio e l’assolutismo nella fede della Priora sino alla disperazione in punto di morte, con la tonaca che si fa camicia di forza, e ancora Ewa Vesin (Madame Lidoine), Ekaterina Gubanova (Mère Marie de l’Incarnarnation), Emoke Baràth (la vitale Suor Constance), Sara Rocchi (Suor Mathilde), con, da citare, Bogdan Volkov, fratello di Blache. E gli applausi hanno calorosamente sottolineato la partecipazione di tutte, e hanno avuto i loro picchi per Mariotti e Emma Dante.


Le fotografie sono di Fabrizio Sansoni

Facebooktwitterlinkedin