Gianni Cerasuolo
Fa male lo sport

Gigi Riva, il patriarca

Un capo indiano, un grande campione, un mito, un eroe solitario, un bambino "difficile": Gigi Riva raccontato in un film di Riccardo Milani è un eroe del nostro tempo. Un personaggio atipico che racconta un mondo autentico

Ha l’aria di un vecchio capo indiano, di quelli che fumavano la pipa come simbolo di pace e di armonia, questo Gigi Riva affondato in una poltrona rivestita di bianco e avvolto dalla nuvola di fumo delle sue sigarette.

È l’immagine più frequente usata da Riccardo Milani per il suo omaggio al campione, che da poco ha compiuto 78 anni: un film, Nel nostro cielo un Rombo di Tuono uscito prima in Sardegna e poi nel resto d’Italia. È il lungo e bellissimo racconto di una vita straordinaria, e di un amore, un legame di un uomo verso una terra, la Sardegna, che questo affetto ha ricambiato orgogliosa e grata. Il film è una favola di tempi ormai passati, spesso infelici e tragici, dove però l’onestà e l’integrità delle persone si manifestavano anche firmando su un tovagliolo del ristorante il passaggio di un calciatore da un club all’altro. In questi giorni di ipocrisie sui Mondiali di calcio in Qatar, il lavoro di Milani è una boccata d’aria buona.

Era terrorizzato il giovane Luigi Riva per il trasferimento dalla provincia di Varese a Cagliari. «Una volta ero sull’aereo con la nazionale juniores, si andava in Spagna e stavamo sorvolando la Sardegna. Qualcuno indicò l’isola. Io guardai giù e dissi: “Meno male che non sono là…”». E qualche anno dopo, appena arrivato nel capoluogo sardo (era il 1963), osservando dalle finestre dell’albergo le lingue di fuoco della raffineria Saras di Sarroch, chiese alla sorella «se eravamo in Africa e lei, giustamente, mi diede del deficiente». Ma era nel destino l’incontro fatale: «Io sono chiuso non sono triste e malinconico, quando sono venuto qua ero già mezzo sardo».

Fotografia di Luigi Narici

Parla poco anche qui, Rombo di Tuono, il visionario soprannome dato da Gianni Brera all’attaccante con la maglia numero 11 dopo aver visto un Inter-Cagliari del campionato successivo allo scudetto, sei mesi dopo il trionfo di aprile 1970. A San Siro in quella partita (giocata il 25 ottobre e finita 3-1 per i sardi) Riva, Greatti, Domenghini e Nené si infiammarono contro i nerazzurri (che pure vinsero quel campionato) tanto che ad un certo punto della gara Sandro Mazzola si avvicinò a Riva e, quasi implorandolo, gli disse «Gigi, basta» come ricorda ancora Mazzola.

Riva ha sempre detto cose essenziali prendendosi anche un po’ in giro. Come quando descrive il primo contatto con Fabrizio De André: «È stato un freddissimo incontro perché caratterialmente lui parlava poco e io parlavo poco. La prima mezz’ora è stata una cosa tragica… Poi è nata un’amicizia, mi ha regalato anche una sua chitarra… A me piaceva perché cantava le cose vere della vita». Una delle scene più belle del lungometraggio è quella di due giovani ripresi di spalle che si versano un goccio di whisky: sono i figli dei due, Cristiano De André e Mauro Riva.

Personaggio non lo è mai stato, Riva. È rimasto sempre fuori da certa melassa e dal cinismo dell’ambiente: autentico, affidabile, riservato, generoso come quando ha assistito fino alla fine Nené. Quest’uomo bello ed elegante, amato dalle donne, che girava l’isola su una Dino azzurro metallizzato, negli anni del varietà del sabato sera entrava nei brani di Raffaella Carrà («Conto i minuti, conto le ore, tu domani giocherai, oh Gigi Riva di questo cuore quanto soffre non lo sai… io ti sussurro parole ardenti ma tu non li senti mai e quando segni gol prepotenti, chi ti abbraccia è Niccolai…») o nei siparietti di Sandra Mondaini e Raimondo Vianello («Sai, ti metterei un cornino con Gigi Riva…» diceva lei a lui).

Migravano folle di tifosi per vederlo. Sulle navi, sui traghetti diretti nel continente, era una festa. Come all’Amsicora. E i tanti sardi che abitavano a Torino, a Milano o a Roma la domenica riempivano gli stadi per sostenere la squadra, costruita da Andrea Arrica, che regalava un sogno. Era come se la Sardegna, già nei piani dell’Aga Khan, uscisse dal suo isolamento e dai mille pregiudizi negativi, venati di razzismo. Non era più l’isola dei banditi, dei sequestri, il luogo dove si veniva mandati per punizione. Come se camorra, ’ndrangheta e criminalità bella fossero anche allora delle dame di carità. Gigi fece conoscere la Sardegna agli italiani, dice Massimo Moratti.

Riva non si mosse più: una vita tranquilla, i paesaggi unici, la cura delle persone lo conquistarono subito. Neanche i miliardi di Agnelli o del vecchio Moratti, Angelo, lo convinsero a lasciare il Cagliari per Juve o Inter («Boniperti mi riempiva di parolacce al telefono» ricorda sorridendo). All’Inter una notte pensarono di comprare tutto il Cagliari: «Costava meno di Riva» ammette l’ex presidente dell’Inter. Così quando la gente percepiva che stessero per portarle via l’attaccante, allora scendeva in piazza per proteggere il campione, dichiarandogli tutto il suo affetto come continua a fare.

Questo è il film di Milani: l’abbraccio corale di un popolo verso un fuoriclasse forte e fragile allo stesso tempo, capace di rimettersi in piedi dopo i tanti, terribili infortuni che hanno costellato la sua vita sui campi («Ma era il mio lavoro, in quei momenti non devi piangere, devi reagire»). Una creatura diventata mito che ancora oggi combatte con momenti di crisi, cercando di liberarsi dalla prigione della depressione, dell’ansia, dei Lexotan. Non a caso i compagni dell’epopea del Cagliari di oltre mezzo secolo fa gli gridano alla fine del film: «Esci di lì, esci da casa…»: sono Domenghini, Cera, Tomasini, Reginato, Niccolai, Greatti, Gori, Albertosi. Friulani, lombardi, toscani, milanesi, alcuni sono diventati sardi rimanendo sull’isola come Gigi. Facce un tempo notissime, ora quasi irriconoscibili con il peso degli anni. E tuttavia Ricciotti Greatti ha gli occhi pieni di lacrime quando ricorda come se fosse ieri quella partita a Firenze, pochi giorni dopo la morte di suo padre. Gigi segnò un gol e corse ad abbracciarlo, entrambi sfogarono il dolore in un pianto liberatorio infinito. Riva subì il grande lutto paterno che aveva solo 9 anni: un infortunio sul lavoro. Poco dopo la madre Edis lo affidò a un collegio: «Penso che quei tre anni mi abbiano un po’ cambiato, soffrivo dentro di me, mi hanno anche costretto a cambiare mano nello scrivere, dalla sinistra alla destra, se no erano bacchettate…». Unico divertimento era il pallone: «Così dimenticavo tutto il resto». Anche dopo, ormai affermatosi, ogni sabato sera «sognavo sempre il gol, quando la palla toccava la rete ero a posto per tutta la settimana». Non aveva bisogno di cure per la sua anima. In quella esistenza giovanile difficile, uscito dalle grinfie monacali, si mise a lavorare, avrà avuto 14-15 anni, in una piccola azienda che faceva bottoniere per gli ascensori. Continuando a tirare calci ad un pallone. Tanto che la madre – che sarebbe scomparsa quando lui aveva 16 anni – pensava che un giorno La Gazzetta dello Sport avrebbe parlato del suo Luigi: «Lei aveva paura che giocassi con le scarpe e che le scarpe cedessero costringendola a comprare un altro paio. Per questo spesso giocavo a piedi nudi». Come un brasiliano.

Il film è scandito dal procedere ritmico dei Mamuthones di Mamoiada, dai canti e dalle filastrocche popolari, dalle parole dei tanti amici, tifosi e di giovani come Barella che si è formato alla scuola calcio di Gigi, da immagini d’archivio di gol irresistibili, rovesciate, colpi di testa, tiri che piegavano le mani dei portieri, da frammenti che ti stupiscono come quello dei tre ritratti appesi ad una parete: Gramsci, Berlinguer e Riva. Dai pensieri di un boscaiolo e “serradore”, un tagliatore, che riflette accanto ad un albero di 800 anni e sostiene che ogni tanto «deve esserci un gigante, ci vuole un patriarca». E Riva è stato un gigante, un hombre vertical come lo aveva ribattezzato Gianni Mura, «un omine balente» che rispetta e chiede rispetto, che non ha mai ceduto su certi principi. Capace di scendere, rivela Buffon, dal pullman che portava gli azzurri in giro per Roma tra due ali di folla dopo la vittoria ai Mondiali del 2006: Riva era il team manager della nazionale e abbandonò l’automezzo quando vide salire personaggi che non meritavano quell’apoteosi.

Questa è la storia di Gigirriva, uno che giocava un calcio in poesia come riconobbe Pasolini, il grande capo indiano Rombo di Tuono che vorremmo continuasse a passeggiare sulla spiaggia del Poetto.

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