Teresa Maresca
Al Teatro Due di Parma

Shakespeare pop

Massimiliano Farau mette in scena “Pene d’amor perdute” di Shakespeare in chiave metà pop e metà filologica. Strizzando l'occhio al musical che ne trasse Kenneth Branagh, le canzoni dei Beatles si mescolano ai versi

Prodotto dal Teatro Due di Parma, la commedia di Shakespeare Pene d’amor perdute, per la regìa di Massimiliano Farau e nella scintillante traduzione di Luca Fontana, è quanto di più fedele alla scrittura dell’autore, non solo nel testo, ma soprattutto nelle intenzioni. La storia: Ferdinando, re di Navarra, e tre colti uomini di corte, sottoscrivono il patto di dedicare tre anni allo studio, senza cadere in tentazioni o distrazioni. Niente donne entro un miglio dalla corte, niente sesso. Arriva però la bella principessa di Francia con tre dame del seguito, per discutere della contesa terra d’Aquitania. Inutile continuare negli sviluppi della trama, facilmente immaginabili.

È sicuramente una delle scritture più eufuistiche del bardo, scoppiettante di virtuosismi, calembours, giochi di parole, divertissement, ma seguendo lo sviluppo narrativo l’autore arriva a rovesciare l’assunto iniziale, e la commedia si rivela una beffa della ricercatezza e delle buone maniere cortesi. I quattro gentiluomini, tutti colti e raffinati, ma soprattutto Biròn, fanno a gara a deridere fra loro le nuove arrivate, con fare maschile, non volendo ammettere di esserne attratti, e in presenza delle signore, con il proseguire delle azioni, sfoggiano la loro erudizione, i motti, la composizione di versi manierati, tentando di corteggiarle. Ma le cortigiane e la principessa sono divertite e abili quanto i quattro uomini a parlar forbito, a utilizzare l’ironia per respingere civettuole il corteggiamento e scoraggiare ogni tentativo di assalto con la derisione. Però l’amore colpisce tutte e tutti, e il lieto fine è rimandato di un anno, questa volta secondo la regola dettata dalle ragazze, quando gli uomini saranno pronti a parlare in modo sincero, a esprimere i propri sentimenti senza eufuismi.

Ecco quindi che la commedia ridicolizza i modi artefatti e i motti di spirito tanto in voga nella società letteraria del tempo, ironizzando e sottolineando il dato della insincerità delle parole ricercate: non si può parlare d’amore con il cervello, è necessario aprire il cuore. Sarà infatti particolarmente puntuale la “punizione” che l’amata da Biròn infligge al suo spasimante: lui, il più eufuistico di tutti, il più abile a confondere l’avversario linguistico con la sua logica tagliente, lui dovrà trascorrere un anno tentando di far sorridere i sordomuti negli ospedali, senza usare le parole, ma aprendo il cuore, appunto. Anche la quinta coppia, quella parodistica e comicissima formata da Don Adriano de Amado, qui in scena il funambolico e dinoccolato Massimiliano Sbarsi, e dalla contadina Jacquinette (Irene Mantova), ha un segreto doloroso che impedisce il godimento d’amore, perché Don Adriano porta un cilicio sulla pelle, e sarà Jaquinette, ancora una volta una donna, a liberarlo in scena dal penitenziale attrezzo. Tutti molto bravi, i giovani appena diplomati e gli attori dello Stabile del Teatro Due: Pavel Zelinskiy, il re di Navarra, e i suoi tre cortigiani, Marco Fanizzi, Luca Cicolella e Stefano Guerrieri; la Principessa e le tre dame, Rebecca Sisti, Francesca Somma, Maria Laura Palmeri e Barbara Alesse; Boyet alias Salvatore Palombi; Marcadet, Marco Corsucci; il paggio Maria Chiara Arrighini; e ancora Luca Nucera, Davide Gagliardini e Massimiliano Aceti. L’invenzione del regista, Massimiliano Farau, è nell’aver voluto abbozzare all’idea di un musical, sulla falsariga forse del film di Brannagh, scegliendo di utilizzare le canzoni dei Beatles, per la maggior parte tratte dall’Album Bianco, il più melodico dei fab four, a intervallare gli atti della commedia. Anche la grafica del libretto di scena è la stessa grafica pop di alcuni album beatlesiani.

Ma il pop finisce qui, l’allestimento è del tutto shakespeariano, persino le scene di Fabiana Di Marco rimandano a un universo dove regna la geometria esoterica di forme perfette, di rimandi ai luoghi della poesia cortese, occhi e labbra, nei volumi e nel giardino all’italiana, in cui i protagonisti sono chiusi sin dall’inizio. È la perfezione del gioco del wit, dell’ingegno a tutti i costi, dell’intelligenza spinta alla sua esibizione estrema, dove non c’è posto per le irregolarità delle forme del cuore. Le luci di Luca Bronzo ci fanno trascorrere nell’unità di tempo dal giorno all’ascesa della luna. E i versi ricreati dalla traduzione e mirabilmente detti dagli attori fanno girare la commedia davanti ai nostri occhi come in un meccanismo da gioco, una splendida giostra barocca.

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