Laura Pinato
Cronache dal Lido

Padre Pio al buio

Alla Mostra del cinema di Venezia arriva il film di Abel Ferrara su Padre Pio. Un'opera quasi imbarazzante di stampo pienamente televisivo. Quasi due film in uno: di qua le proteste contadine, di là il futuro santo in cerca di espiazione

È approdato a Venezia 79 l’atteso film di Abel Ferrara Padre Pio con protagonista Shia LeBeouf.  Una coproduzione italiana, tedesca e inglese, che si basa sulla sceneggiatura dello stesso Ferrara e di Maurizio Braucci. L’intento del regista, come lui stesso racconta, è quello di restituire principalmente la commovente compassione che animava il santo. Più che raccontare la sua vita e le sue opere, infatti, Ferrara si concentra sull’intimità del Padre nel suo isolamento: la volontà di assumere su di sé i peccati del mondo intero, la sofferenza fisica, le visioni che lo lacerano psichicamente. Padre Pio in questa pellicola vive soprattutto di primi piani, di lacrime, di sudore, di incubi notturni.

Tuttavia, non si può dire, nonostante il titolo e l’intento di Ferrara, che Padre Pio sia il protagonista. Anzi, appare praticamente come un ospite nel film, che per la maggior parte delle sue scene racconta la misera vita degli abitanti di San Giovanni Rotondo. Molte sono le scene corali di lotta e ribellione, attraverso il racconto del dilagare del socialismo anche tra le frange meno colte della popolazione. Si può dire che le elezioni di San Giovanni Rotondo 1920 siano il focus centrale narrativo del film. Il film risulta così inevitabilmente spaccato in due filoni narrativi. Probabilmente nella mente del regista le scene corali di disgrazie popolari dovrebbero mostrare quei peccati e quel male che Padre Pio offre a Dio di assumere su di sé, così come ha fatto Cristo. Un esempio è la scena cameo di Asia Argento che interpreta un uomo che rivela a Padre Pio di fare pensieri impuri sulla figlia. Il risultato però è una pellicola composta dal “remix” di due film diversi: i primi piani di un Shia LeBeouf intenso e la tragedia sociale che si consuma nel paesino. Di fatto le due linee non si toccano mai.

Si percepisce chiaramente la fascinazione di Ferrara per una rappresentazione popolare del mistero religioso. È un film girato nel buio, nell’ombra, con continui tagli di luce calda che avvolgono l’azione in una nebbia di sacro e arcano. I massacri della povera gente, però, avvengono alla luce del sole, in piazza, in campo lungo. Il regista si è evidentemente lasciato ispirare dalla tradizione popolare italiana, dalla narrazione religiosa italiana, dalla bellezza paesaggistica italiana, ma purtroppo anche dall’abitudine di fare televisione italiana. Il film in molti punti rasenta il livello di una fiction mediocre della tv lineare. La lingua non aiuta. Il film è girato in inglese, ma senza che ci sia un livellamento di alcun tipo. Alcuni attori stentano con la lingua, tradendo totalmente la provenienza italiana, ma anche una scarsa conoscenza in sé della pronuncia inglese, altri esibiscono un livello migliore. Il protagonista parla chiaramente nella sua lingua madre. Questo pastiche linguistico rende alienante la visione.

L’uso della camera è spesso a mano e in generale trasmette un’idea più di documentario che di film di finzione in molte delle sue parti. Questo gioco potrebbe risultare interessante, potrebbe fornire teoricamente un tocco “jazz”. Tuttavia la mancanza di profondità nell’interpretazione, nella scrittura dei dialoghi, le scelte tecniche sulle transizioni e su un’effettistica di gusto amatoriale, ci fanno porre una domanda: è sufficiente un nome come quello di Abel Ferrara per giustificare la presenza a un festival come quello di Venezia, seppure nella sezione laterale e autonoma delle Giornate degli Autori? Evidentemente no. Dalla sala si esce solo provando un certo imbarazzo per l’applauso sfoggiato alla presenza della delegazione del film, durato decisamente troppi minuti.

Facebooktwitterlinkedin