Roberto Verrastro
Su “Understanding Russian Strategic Behavior”

La strategia di Putin

«Se la Russia non può rafforzarsi, può indebolire i suoi avversari». Un saggio di Graeme P. Herd, studioso di politiche internazionali, uscito subito prima della guerra in Ucraina, spiega la strategia europea di Putin

“Non capisci, George, che l’Ucraina non è nemmeno uno Stato. Cos’è l’Ucraina? Una parte del suo territorio è Europa dell’est, ma la maggior parte è un nostro regalo”. Risale al vertice della Nato a Bucarest nell’aprile del 2008 questa affermazione di Putin di fronte al presidente americano George W. Bush, e la rievoca un volume uscito un mese prima dell’invasione russa dell’Ucraina del 24 febbraio: Understanding Russian Strategic Behavior, “Cultura strategica imperiale e codice operativo di Putin” (Routledge, 248 pp., 45,49 euro, ebook 24,50 euro). L’autore è Graeme P. Herd, professore britannico di studi sulla sicurezza transnazionale al George C. Marshall European Center di Garmisch-Partenkirchen, in Germania, istituto di ricerca bilaterale sostenuto dalla cooperazione tra il Dipartimento della Difesa statunitense e il Ministero federale della Difesa tedesco.

Nel terzo dei nove capitoli del libro (La “logica interna” della storia imperiale zarista), Herd chiarisce in modo profetico il significato di quell’affermazione: “Per Putin non c’è posto per un’Ucraina sovrana, se non con un orientamento strategico filo-russo: la scelta storica è predeterminata e, se viene fatta la scelta sbagliata, la Russia si riserva il diritto di correggerla”.

L’origine di una simile pretesa è nel fatto che “al cuore della Russia non c’è una nazione o un’etnia fondativa”, sottolinea Herd. “Mentre essere russi significa parlare russo ed essere cresciuti in un contesto culturale russo, nell’era zarista e in quella sovietica la maggior parte dei russi erano cristiani ortodossi e musulmani di origine turca. Questa radicata identità imperiale è diventata la logica interna in grado di collegare la storia zarista e la matrice istituzionale sovietica a un’odierna Russia revisionista, in cui una nuova identità russa ha potuto essere inglobata nella riforma costituzionale del 2020, che fa dei Russkiye, i russi etnici, il gruppo dominante che costituisce lo Stato. Pertanto la Russia si attribuisce il diritto di proteggere le comunità di lingua russa nello spazio post-sovietico”.

Putin considera esplicitamente il suo regime in termini di restaurazione e la sua visione del mondo comprende la nozione di teoria ciclica, ovvero l’idea che “i riformatori liberali e uno Stato debole abbiano causato un periodo di torbidi negli anni Novanta, laddove il suo regime ha creato stabilità, ordine e prosperità, ristabilendo lo status della Russia come grande potenza”. Il passato imperiale della Russia e i suoi legami etno-linguistici hanno contribuito alla riluttanza a ritenere legalmente vincolanti le frontiere post-1991, e in questo contesto l’Ucraina è vista come uno Stato artificiale la cui deriva verso l’Occidente rappresenta un contrasto all’identità nazionale russa e un cambiamento pericoloso per la sicurezza del Paese. Specialmente agli occhi di Putin che, tra il 1985 e il 1990, era a Dresda come agente del controspionaggio del secondo direttorato centrale del KGB, “dove fu testimone in prima persona della rapidità con cui nel 1989 si sgretolò la Repubblica Democratica Tedesca, in apparenza il più stabile e stalinista dei satelliti sovietici”.

Come tutte le culture strategiche, anche quella russa si compone di elementi storici di lunga durata e di imperativi contingenti, spiega Herd nel secondo capitolo (La cultura strategica russa). La deterrenza, che in Occidente è intesa come la capacità di persuadere un avversario che i rischi di un certo andamento degli eventi supereranno i benefici, in Russia rientra invece nel concetto molto più ampio di sderzhivanie (deterrenza strategica).

La Russia spende in armamenti tra 150 e 180 miliardi di dollari all’anno (tre quarti dei quali per armi nucleari), e più di un trilione di rubli fuori dal bilancio ufficiale della difesa, ma Putin non conta solo su una triade nucleare indipendente (un arsenale nucleare a disposizione in ambito terrestre, navale e aereo) e su forze armate convenzionali modernizzate. “La deterrenza avviene in tre modi: per intimidazione, per negazione e per punizione. Il rispetto per la grande potenza della Russia assicura stabilità e viene generato dalla paura, che è fondamentale nella cultura strategica russa: la Russia teme di non essere temuta e intende davvero come difensive le azioni che dall’esterno appaiono offensive. La negazione consiste nel ridurre le proprie vulnerabilità impedendo che si creino le condizioni per attacchi da parte di un avversario, a cui la punizione è inflitta dai costi inaccettabili derivanti da operazioni dirette non solo contro la sua infrastruttura militare, ma anche contro la popolazione civile, in modo da moltiplicare i danni socioeconomici”.

Contrariamente alla narrazione corrente in Occidente, Herd evidenzia che “questa strategia è interamente razionale. Se la Russia non può rafforzarsi, può indebolire i suoi avversari. Il regime è vulnerabile alla tranquillità: una politica estera costruttiva permette alla Russia una limitata rilevanza strategica e rifletterebbe il suo potere decrescente al di fuori dell’ambito militare e nucleare. Un presidente post-Putin continuerebbe probabilmente a concentrarsi sugli stessi obiettivi strategici”.

Per Putin, l’agosto del 1991 rappresentò una sconfitta e un’umiliazione psicologica, prosegue Herd in apertura del quarto capitolo (Eredità sovietiche. Stalin, Breznev e Putin). “La continuità tra il tardo stalinismo e l’èra Putin è nella mobilitazione militare-patriottica contro un nemico esterno che pone una minaccia esistenziale”. Il nemico è un Occidente che espande i suoi interessi economici, militari e politici attraverso l’allargamento della Nato e dell’Unione europea, a spese dei mercati e delle sfere d’influenza della Russia. Tra il 2012 e il 2020, l’economia russa è cresciuta dell’uno per cento all’anno, la metà del tasso di crescita dell’Unione Sovietica tra il 1977 e il 1985, entrando così in una stabile stagnazione simile a quella sperimentata al tramonto dell’era Breznev. E Putin ha trovato un modello retorico proprio nel passato sovietico: “Andropov, capo del KGB dal 1967 al 1982, come Putin concepiva la politica internazionale in termini di operazioni speciali sotto un altro nome”. Nel pensiero conservatore russo, aggiunge Herd, è inoltre determinante l’apporto di Carl Schmitt, filosofo e giurista tedesco scomparso nel 1985, che nel 1933 aderì al partito nazista. “La Russia contemporanea è il katechon biblico, l’eroica figura capace di respingere l’Anticristo e ritardare l’avvento dell’apocalisse. Il concetto di geopolitica ortodossa suggerisce che la Russia è leader del mondo slavo ortodosso, capace di promuoverne la cultura lungo uno spazio sovranazionale che comprende i Balcani, il Mar Nero e il Mediterraneo orientale dalla Serbia alla Siria. La battaglia per la Crimea è quella per il monte Sinai della Russia, la culla della sua civiltà e della sua leadership ortodossa nel mondo, che difendono i valori cristiani meglio dell’Occidente, un’idea messianica della missione civilizzatrice della Russia già presente in altra forma nello zarismo e nell’era sovietica”.

Ma il putinismo è molto più che la somma di alcune parti del passato. “L’élite russa è convinta che una sovversiva strategia occidentale di gibridnaya voina (guerra ibrida) stia attaccando Putin a colpi di intelligence e sanzioni economiche, in quanto principale rivale geopolitico dell’Occidente”, esordisce Herd nel capitolo cardine del saggio, il quinto (Il putinismo e lo Stato ibrido della Russia). E in una rottura senza precedenti con il passato, “ogni settore chiave, dalla finanza all’economia, passando per i mass media, le forze armate, l’energia e la politica estera, è supervisionato dai servizi segreti. Non esclusa la chiesa ortodossa russa”.

Kirill, il Patriarca di Mosca e di tutte le Russie, sostiene che “il principe Vladimir (980-1015) scelse la cristianità ma non l’Europa, quindi la Russia è in Europa, non dell’Europa. Oggi l’ortodossia ha un ruolo decisivo nel diffondere il patriottismo quale sostituto della modernizzazione. Questa forma di controllo è completata dai delitti sponsorizzati dallo Stato di giornalisti indipendenti e critici”. La tradizione della nomenklatura sovietica continua con una differenza essenziale. La nomenklatura comunista controllava collettivamente una proprietà che in teoria apparteneva allo Stato, mentre quella attuale fa altrettanto con una proprietà che in teoria è intestata a una moltitudine di individui ed entità aziendali, come se ci fossero proprietari privati. Ma uno sguardo attento alla natura del potere (che significa l’accesso a Putin) e alla sua distribuzione in Russia, “indica l’esistenza di uno Stato ibrido, che non va confuso con la guerra ibrida”, puntualizza Herd.

Uno Stato ibrido è caratterizzato dalla completa eliminazione delle istituzioni, vale a dire dalla permeabilità dei confini tra il pubblico e il privato. L’élite politica è anche l’élite economica: la Russia è governata da quelli che la possiedono. “In pratica uno Stato in Russia non esiste dal 1993. La leadership di regime nello Stato ibrido della Russia coincide con una rete parallela di potere che associa capi dei grandi conglomerati economici, alcuni ministri di governo, leader di macchine politiche regionali e oligarchi. La competizione intra-regime per le risorse economiche continuerà a essere gestita da regole non scritte stabilite dall’intero gruppo, ma garantite da Putin. La cerchia interna di quest’ultimo è identificata dal Dipartimento del Tesoro statunitense in 96 oligarchi, inclusi i fratelli Kovalchuk, Gennadiy Timchenko e Arkadiy Rotenberg. Nel 2015, la compagnia di Rotenberg, la Stroygazmontazh, attiva nel comparto delle infrastrutture, ha ricevuto 228 miliardi di rubli per la costruzione del Ponte di Crimea (lungo 18 km) e altri cinque contratti da 197 miliardi di rubli dalla statale Gazprom, tutti senza gara d’appalto”. Con simili budget gli oligarchi spalleggiano anche lobbies straniere, “usando la corruzione per assoggettare politici e rendere la Russia strategicamente rilevante”.

La sintesi di Herd è lapidaria: “Putin è capo dello Stato e leader di un’organizzazione che ufficialmente non esiste. Questa abilità di essere nello stesso tempo principe della luce e delle tenebre ne spiega la durata al potere. La corruzione sistemica lega l’élite di Putin e genera fedeltà attraverso gli affari, i servizi segreti e la politica. Putin può regolare il livello di corruzione che sarà tollerato e avviare procedure giudiziarie selettive per tenere in equilibrio le fazioni dell’élite. Un cambio di leadership romperebbe il contratto tra loro e Putin”.

Uno sguardo al futuro del conflitto in corso si ricava dal sesto capitolo (Il codice operativo di Putin. Deduzioni e implicazioni per la stabilità del regime). Putin ritiene che la Russia abbia il diritto di infrangere le regole internazionali e che farlo senza essere punita sia prerogativa di una grande potenza. Seguendo le regole dettate dall’Occidente sarebbe ridotto al rango di giocatore marginale e irrilevante. Putin agisce per dimostrare la sua capacità di escalation, “ma intende l’escalation come preventiva, finalizzata a evitare uno scontro diretto tra grandi potenze”, in una fase in cui la Russia si sta posizionando in un ordine globale emergente attraverso l’alleanza con la Cina e la cooperazione militare con il Medio Oriente e l’Africa.

“È anche probabile che nel tempo la portata dell’escalation di Putin si incrementi al crescere della sua tolleranza per il rischio”, osserva Herd. Putin ha infatti una mentalità tattica prima ancora che strategica. Il suo decisionismo dell’ultimo minuto alimenta un’imprevedibilità “che serve anche a prevenire un potenziale accerchiamento interno del presidente, rafforzandone il potere e lo status di fronte a subordinati formalmente fedeli”. Herd nota infine che Putin, per via della sua esperienza nel KGB, “ha un debole per le operazioni segrete e ibride che possono avere potenti effetti asimmetrici. La sua preferenza per l’azione coperta al posto della diplomazia è chiara”. Un ruolo di spicco in tal senso è svolto dall’unità 29155 del GRU, il servizio segreto militare, “primariamente responsabile di sabotaggi, atti di terrorismo e omicidi in Paesi stranieri”.

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