Laura Pinato
Cronache dal Lido

Debutti veneziani

La rassegna Biennale College, dedicata alle opere prime e seconde, festeggia dieci anni con quattro film interessanti: dall'italiana Monica Dugo all'azera Tamina Rafaella, dalla finlandese Hanna Västinsalo al kazako Eldar Shibanov

I titoli proposti dalla decima edizione della Biennale College, nell’ambito della Mostra del cinema di Venezia, sono quattro. La Biennale College Cinema è un percorso dedicato esclusivamente a opere prime e seconde, che permette a regista e produttore di passare dall’idea alla realizzazione di un film a micro budget nell’arco di soli dodici mesi. L’italiana Monica Dugo (nella foto) dirige Come le tartarughe, prodotto da Cinzia Rutson; dall’Azerbaigian Tamina Rafaella presenta Banu, prodotto da Katayoon Shahabi; la finlandese Hanna Västinsalo è autrice di Palimpsest, prodotto da Cyril Jacob Abraham; infine Gornyi Luk (Mountain Onion), diretto da Eldar Shibanov e prodotto da Yuliya Levitskaya.

Come le tartarughe è un film che racconta il diritto di ognuno a soffrire a modo proprio. Apprezzo molto le parole della regista nel descrivere il proprio stile: “Non indugiare sul dolore, farlo sentire ma levare lo sguardo sempre un attimo prima piuttosto che un attimo dopo”. Monica Dugo, classe 1969, fa il suo esordio alla regia, ma è nome già noto dello spettacolo italiano, avendo alle spalle una carriera da attrice televisiva. Il film racconta la storia di una famiglia in crisi: una donna viene lasciata improvvisamente dal marito e trascina i due figli nel suo dolore, che si esprime in modo decisamente singolare. Il vero protagonista del film, infatti, non è una persona, ma un pezzo di arredamento: un grande armadio che contiene i vestiti di tutta la famiglia. Nella parte del marito rimasta vuota, si rifugia ora Lisa, rifiutandosi di uscire, anche di fronte alle preghiere dei figli. Sono ottanta minuti piacevoli quelli di Come le tartarughe, una buona prova di esordio. Tuttavia si percepisce un problema: la regista e l’attrice protagonista sono la medesima persona. L’accentramento di due ruoli così importanti può forse in rari casi di estremo talento funzionare, ma ritengo che in questo abbia giocato a sfavore. La vera rivelazione di questo film è invece la giovane attrice che interpreta il ruolo da coprotagonista di Sveva, la figlia adolescente: Romana Maggiora Vergano, classe 1997. La sua recitazione è diretta e piana, ma al contempo estremamente curata, restituisce con grande capacità le emozioni di una ragazzina adolescente. Interpreta Sveva con naturalezza, dolcezza e senza caricarla di una drammaticità lontana dal tono del film, ma anche dalla vita vera. È lei il vero sguardo attraverso cui leggiamo il comportamento della madre. Romana è un’attrice già molto capace e credo che il suo nome sia da segnare fra i nuovissimi talenti emergenti italiani.

Banu è invece la seconda opera di una regista azera, Tamina Rafaella. È la storia di una madre disperata, che lotta contro l’omertà e la paura di ritorsioni per non perdere l’affidamento del figlio e lasciarlo nelle mani del facoltoso e violento marito. Baku, città dell’Azerbaigian, è pervasa dal clima nazionalista che anima una guerra tra le forze azere e quelle armene (la seconda guerra nel Nagorno-Karabakh, del 2020). Tutti sono assorbiti dai combattimenti al fronte, ma Banu combatte la sua personalissima battaglia, esasperata dal rifiuto delle persone che conosce di testimoniare contro suo marito. Il grande twist del film è la scoperta del motivo per cui ha deciso di lasciare Javid: lui, all’apparenza un uomo premuroso, è in realtà un violento che la picchia. Le premesse del film sono ottime, ma la scrittura pecca di ingenuità che non passano inosservate: il contesto bellico di sottofondo non dialoga in modo costruttivo con la storia principale; la regista è anche l’attrice principale e la concentrazione costante sul suo punto di vista non dà alla storia l’aria di cui necessiterebbe. Non risulta facile empatizzare con la protagonista, che è totalmente assorbita dalla difesa del proprio ruolo di madre, anche quando i giovani soldati muoiono, lasciando davvero sole altrettante madri.

Eldar Shibanov

Gornyi Luk è un’opera che proviene dal Kazakhstan, è un feel good drama dipinto a tinte surreali e dolceamare. La storia è semplice e vagamente cartoonesca, i personaggi sembrano disegnati con il pennarello, per spiccare vivacemente su uno sfondo immenso e campestre. Nel complesso la pellicola funziona, ha uno stile e una visione originali, che non passano inosservate. Il film è la storia di due bambini che lavorano come raccoglitori di cipolle. Quando scoprono che i loro genitori si stanno lasciando, il loro unico scopo diventa quello di far riabilitare il padre, che costringe la famiglia a vivere in una tenda con la promessa di costruire una casa, agli occhi della madre, che è esasperata da questa vita e ne vorrebbe una più agiata in città. Il punto di vista dei due bambini funziona e rende l’incredibilità dell’intreccio credibile. È un film che non ha una pretesa di realismo, ma che risulta estremamente coerente nel mondo che crea e genuino nei sentimenti che esprime. È un film con una regia a tratti audace, ma con sentimenti pastellati, che strappa un sorriso e una lacrima, ma mantenendo sempre una sorta di discrezione. D’altronde è forse proprio così che i bambini vedono il mondo, sempre con una leggerezza e una speranza sfacciata. Nella sua semplicità e schiettezza, il messaggio è dichiarato sin dalle prime battute del film: gli uomini possono piangere, le donne possono arrabbiarsi. Anche nella sua forma, sembra uscito dalla mente di un bambino, ma è una bellissima dichiarazione di parità di genere.

Palimpsest si potrebbe quasi definire un dramma dispotico sentimentale. La sua provenienza nordica si percepisce sin dai primissimi frame, ha un modo distaccato, quasi chirurgico di approcciarsi alle immagini. È la storia di due anziani che ringiovaniscono i loro corpi grazie a una terapia genetica sperimentale. Non è facile però per loro ritrovare un proprio posto nel mondo. La pellicola è una piccola perla che riesce a colpire, non solo per l’evidente high concept, ma soprattutto per la non banalità del suo sviluppo. Juhani, inizialmente, dopo la morte della moglie, vorrebbe tornare alla sua età reale. In seguito, però, decide di fermare il suo “rewind” a una trentina d’anni e si iscrive all’università per realizzare quel sogno che ha sempre messo da parte: diventare un ingegnere aerospaziale. Tellu, invece, è entusiasta di tornare giovane, talmente entusiasta che decide di regredire fino a tornare un neonato, forse per ricominciare da zero una vita che le ha procurato dolore. Registicamente tradisce delle imprecisioni e a tratti una sorta di piattezza, tuttavia la luce e il colore sono giocati sapientemente e rendono estremamente coerente ed omogeneo il film. Il titolo racconta con un’immagine potente il senso della storia: un palimpstest è un vecchio disegno o manoscritto i cui segni grafici sono cancellati per essere sostituiti da altri, nuovi. Una riscrittura, un riutilizzo della tela per un nuovo quadro. Il nuovo che si impone sopra il vecchio, senza però cancellarlo del tutto. Una seconda opportunità, una chance di vivere diversamente, potenzialmente meglio. Un’annata interessante nel complesso questa della Biennale College. I film non avranno probabilmente una buona distribuzione, tuttavia dovrebbero essere resi disponibili sulla piattaforma di streaming che raccoglie una parte dei film usciti dalla Mostra del Cinema: il Biennale Cinema Channel di Mymovies. La trovo una buona iniziativa, perché permette di recuperare film d’essay altrimenti difficilmente raggiungibili.

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