Raoul Precht
Periscopio (globale)

Il mondo di Mavis

Le origini (dolorose) in Canada, il successo (ignorato) a New York, la maturità (solitaria) a Parigi: ritratto di Mavis Gallant, autrice di racconti dolenti e umoristici, comunque formidabili. Una scrittrice da rileggere assolutamente

Proviamo a immaginarci una bambina, figlia unica di una coppia non troppo affiatata. Quando il papà, commerciante di mobili e pittore dilettante, muore di una disfunzione renale, la bambina ha appena dieci anni. Ma già all’età di quattro è stata accompagnata, lei anglofona e protestante, in un collegio cattolico e francofono di Montreal, dove la mamma le dice che sarebbe tornata dopo dieci minuti, e semplicemente scompare per sempre dalla sua vita. Morto il padre, la madre si risposa e si trasferisce da Montreal a New York, mentre lei, la bambina, che sarà tenuta per anni all’oscuro anche della morte del padre, si ritrova d’un tratto sballottata, senza alcuna spiegazione, da un collegio all’altro, fra Canada e Stati Uniti. Un’esperienza che lascia il segno, con le conseguenze per la sua vita affettiva, relazionale e sociale che si possono intuire. Tanto per fare un esempio, il primo e unico matrimonio, contratto quand’è ancora giovanissima, naufraga dopo pochi anni.

La bambina in questione diventerà poi una delle grandi scrittrici della letteratura di espressione inglese, la canadese Mavis Gallant, nata a Montreal l’11 agosto di cent’anni fa e morta a Parigi, dopo una lunga vita, nel febbraio del 2014, riconosciuta come una delle più sottili e acute voci narrative della seconda metà del Novecento.

Dopo un periodo di apprendistato giornalistico al Montreal Standard nell’immediato dopoguerra, con alti e bassi – durò fatica, per dirne una, a far accettare al provinciale mondo culturale canadese il fatto che una giovane reporter volesse intervistare a tutti costi Jean-Paul Sartre o Paul Hindemith –, nel 1950, a ventotto anni, la Gallant decide di abbandonare il giornalismo, trasferirsi in Europa e darsi alla scrittura a tempo pieno. È perfettamente consapevole delle difficoltà economiche che ciò le comporterà e delle restrizioni da affrontare, e tuttavia si lancia nell’avventura. Le cose non le andranno poi troppo male, se si pensa che già nel 1951 un suo primo racconto sarà accettato e pubblicato dalla prestigiosa rivista The New Yorker. Non fosse che finisce derubata dal suo agente, tale Jacques Chambrun, che nel fare da tramite fra lei e la rivista riesce a distogliere più di millecinquecento dollari di compenso, raccontando a lei che la rivista aveva respinto tutti i racconti che aveva inviato, e convincendo la rivista dell’impossibilità di contattare direttamente la sua assistita, visto che era in giro per l’Europa e irraggiungibile. La Gallant si accorgerà di essere stata pubblicata (e ingannata) parecchio tempo dopo, solo quando troverà una copia del New Yorker in una biblioteca parigina. Il che la porterà se non altro a pretendere da quel momento dai suoi agenti un contatto diretto con riviste e case editrici; ma soprattutto, stringe amicizia con un famoso editor, William Maxwell, che diventerà un suo grande sostenitore in seno al New Yorker, la rivista di Cheever, Updike e Maeve Brennan, su cui nel corso della sua carriera, in più di quarant’anni, pubblicherà oltre cento racconti. Sarà proprio Maxwell a confessare di non essere riuscito, in alcuni casi, a cambiare neanche una virgola del testo proposto, tanto lo charme e l’umorismo dello stesso erano perfetti. E quando un altro editor lamentò il fatto che sì, il racconto proposto era bello, ma non aveva una conclusione, assomigliando più alla vita che a una finzione letteraria, Maxwell rispose che con l’età stava cominciando ad apprezzare proprio quegli scrittori che non gli dicevano come sarebbero andate a finire le cose, ma lo ponevano di fronte all’indeterminatezza della vita reale.

Malgrado questa prolifica collaborazione, e benché sia molto amata da altri scrittori – basti citare il caso di Michael Ondaatje, Jhumpa Lahiri e Russell Banks, i quali, in prefazioni e interviste, ne hanno fatto elogi sperticati –, per lungo tempo la Gallant non riesce a imporsi con i suoi racconti, che effettivamente sfidano molte delle convenzioni in vigore. Inoltre, precorre i tempi, anticipa di qualche anno quella straordinaria stagione di donne scrittrici che in Canada ci darà figure come Alice Munro e Margaret Atwood. E proprio in Canada, dove per molti anni è considerata un’espatriata, se non addirittura una traditrice – fra l’altro, è fra i pochi a denunciare l’antisemitismo prevalente durante la guerra in un paese immenso che però non accolse più di quattromila ebrei –, non riesce a pubblicare nulla fino agli anni Settanta. Il fatto di essere un’espatriata (dopo una parentesi spagnola si è stabilita definitivamente a Parigi, e per l’esattezza a Montparnasse) influenzerà però al tempo stesso, e notevolmente, il suo rapporto con la lingua inglese; come dirà in un’intervista, lo scrittore che vive all’estero, immerso in un altro idioma, cerca di mantenere la sua lingua in uno stato di corretto funzionamento con la stessa delicata cura di un orologiaio che controlla costantemente i meccanismi dell’orologio ed evita che la polvere entri negli ingranaggi.

Da un punto di vista editoriale le andrà molto meglio negli Stati Uniti e soprattutto in Europa, dove il suo stile è più apprezzato e meglio compreso. L’apparente debolezza, e in realtà la forza, della sua scrittura sta nel trascurare l’ordinata disposizione degli elementi classici della narrazione, la trama, le descrizioni, la dimensione psicologica dei personaggi, per far emergere invece gli stati d’animo e i dettagli illuminanti nelle specifiche situazioni da lei ideate. Si veda come nel breve racconto “In Transit” (“Di passaggio”) descrive i pensieri di un uomo che, nell’osservare le difficoltà di un’anziana coppia mentre si trova con la seconda moglie, Claire, ritorna, con una fitta di nostalgia più che altro (forse) per la gioventù perduta, alla figura della prima moglie: “I pensieri che si agitavano nella mente dell’uomo più giovane erano: Sono incatenati per il resto della vita. Troppo vecchi per cambiare? Solo un mascalzone la lascerebbe a questo punto? Stanno camminando verso l’uscita che indica AMSTERDAM, e lei zoppica. Ecco perché non possono separarsi. Lei è invalida. Lui si occupa di lei da anni.” E più avanti: “Lui e Claire erano insieme ventiquattr’ore su ventiquattro. Lei stava buona se le diceva che stava lavorando, ma sembrava perplessa e offesa se lui leggeva. (…) Si avvicinò alla sua nuova moglie, quella bionda figlia dell’estate, pensando alla luna di miele invernale con la sua prima moglie. (…) Compassione, orgoglio, tenerezza, gelosia, e un’acuta, stanca disperazione, questi furono i sentimenti che provò lui, uno dopo l’altro. Vide come era stata la sua prima moglie quando lui non l’aveva ancora conosciuta, quando era giovane e innamorata.” (Cito da Un fiore sconosciuto, Rizzoli 2009, trad. di Giovanna Scocchera.)

La peculiare grazia della Gallant sta nel saper conciliare umorismo e meditazione, nello svelare a volte crudelmente l’illusione insita nella fantasticheria, nel restituire in letteratura, al giusto posto, quei paradossi che danno corpo alla comune esistenza, con una cura meticolosa e asciutta del dettaglio decisivo. La sua prodigiosa memoria non sbaglia mai, sa inserire il particolare più gustoso e calzante al momento giusto, rivelando con esso l’intera personalità e il modo di vivere della figura posta di volta in volta sotto il suo spietato riflettore. Il dialogo, la conversazione, gli scambi fra i personaggi, nella cui concisione si avverte l’influenza hemingwayana, non sono mai fini a se stessi, ma diventano un motore dell’azione e sgorgano da un’acuta osservazione dei meccanismi sociali che ci guidano. Il racconto, diceva, è un’entità fragile, in cui tutto deve combinarsi e saper stare al suo posto; un processo creativo che per lei poteva durare da tre mesi a tre anni, in una lenta ma costante maturazione e metamorfosi della materia narrata, che a un certo punto diventa dura come marmo e non consente più di essere migliorata.

Tra i temi affrontati ce ne sono alcuni che derivano, com’è logico, dalle esperienze personali: non mancano quindi i genitori assenti, poco comunicativi o incapaci di trasmettere affetto alla progenie, né una descrizione dell’infanzia scevra da qualunque sentimentalismo. Il bambino è debole e vulnerabile, in balia di un mondo adulto in cui deve fin dall’inizio lottare senza troppi riguardi per poterne emergere e salvarsi. Dai traumi dell’infanzia parte anche una serie di racconti imperniata attorno alla figura della giovane Linnet Muir, serie scopertamente autobiografica, e la Gallant vi traccia, come lei stessa dice, un “inaccurate portrait of herself” [ritratto infedele di se stessa]. Ma nella sua produzione ci sono anche temi che potremmo definire maggiormente politici, come l’attenzione costante per il mondo dei profughi e dei déracinés di ogni genere, uno dei lasciti più drammatici della guerra, che la Gallant descrive con partecipazione, ma senza alcuna retorica, mettendo anzi in luce i rischi di un approccio buonista e falsificatorio nei loro confronti e rigettando qualunque rigurgito nazionalistico. Ecco come in un altro racconto, “Varieties of Exile” (“Varietà di esilio”), sottolinea le tensioni interne fra le varie comunità: “Che i profughi tendessero a odiarsi l’un l’altro sembrava solo un deplorevole incidente. (…) Ciò che non sapevo era che molti di loro speravano e si aspettavano di veder trascinare via anche i propri vicini di casa.” E più avanti: “Non mi sentivo più attratta dai profughi. Stavano attraversando un processo chiamato ‘integrazione’. Alcuni cambiavano nome. Altri facevano domanda di cittadinanza.” (Cito qui da Varietà di esilio, Rizzoli 2007, stessa traduttrice, e ricordo en passant che Rizzoli ha pubblicato, nel 2005 e nel 2011, altre due raccolte fondamentali della Gallant, Al di là del ponte e Piccoli naufragi.)

Molti racconti sono ambientati nella Montreal della sua infanzia e giovinezza, numerosi altri a Parigi, e in particolare nei quartieri della rive gauche che l’avrebbero accolta negli anni più maturi. Si veda ancora, da uno dei più famosi, “The Other Paris” (“L’altra Parigi”, anch’esso nella raccolta Un fiore sconosciuto), come riesca a rendere in modo spassionato, e senza concessioni al romanticismo, quello che dovrebbe essere uno dei momenti più alti (e per chi voglia descriverlo, pericolosi) di una storia d’amore: “Se qualcuno avesse chiesto a Carol qual era stato il momento esatto in cui si era innamorata, o dove si trovava quando Howard Mitchell le aveva fatto la proposta di matrimonio, lei avrebbe immaginato, in tutta sincerità, una scena che racchiudeva contemporaneamente la Senna, il chiaro di luna, mazzi di violette, acacie in fiore, e uno sfondo vago e brumoso completo di Torre Eiffel e vicoli tortuosi. Era questo che tutti si aspettavano, ed era quasi arrivata a crederci lei stessa. In realtà, la proposta era arrivata a pranzo, davanti a un’insalata di tonno.” La relazione fra Carol e Howard è poi sintetizzata magistralmente in un’unica frase: “Se si fosse lamentata di un mal di denti, lui avrebbe fatto in modo che venisse visitata da un dentista.”

Critica feroce di tutte le convenzioni e di tutte le distorsioni della realtà, agli aspiranti scrittori la Gallant consigliava di lasciar perdere i corsi di scrittura, e invece di leggere, leggere tanto, perché il talento, se c’è, è innato, ma poi occorre coltivarlo. E non lo si coltiva che leggendo con dedizione i maestri, studiandoli e impossessandosi delle loro tecniche. Per poi metterli magari da parte e trovare la propria inconfondibile voce.

Facebooktwitterlinkedin