Mariano Ragusa
Al teatro Ghirelli di Salerno

Ritratto dell’impossibile

Una mostra, curata da Erminia Pellecchia, di fotografie di Gaetano Mansi racconta i sogni e le utopie degli anni Settanta. Un tempo in cui sembrava possibile un futuro migliore. Tra lavoro, diritti e cultura

Bianco/Nero è il colore della memoria che vive nella prospettiva di uno sguardo, strappata e restituita al tempo nello scatto di una fotografia. Memoria personale, anzi “personalissima” la definisce – quasi ad avvertire lo spettatore – Gaetano Mansi in premessa alla mostra delle sue fotografie (54×70) realizzate negli anni ‘70 e che quegli anni della vita pubblica di Salerno raccontano.

Sono anni importanti, decisivi e significativi per la storia della città. Anni nei quali, se non sono andate al potere, certamente l’immaginazione e la creatività hanno rappresentato forze propulsive e generative di cambiamenti sociali e culturali. Le lotte operaie, spesso resistenti ad un cambio di passo dello sviluppo che passava per lo smantellamento dello storico apparato industriale. E ancora i movimenti studenteschi che provavano a risvegliare la sonnolenta Salerno intrisa di cultura clerico-fascista ma non immune da certi fiotti di modernità. L’azione produttiva dell’Università che di lì a poco avrebbe abbandonato la sede nel capoluogo per raccogliersi nel Campus della Valle dell’Irno. Le prime ombre della violenza politica e degli anni di piombo. E poi la cultura, l’arte e soprattutto il teatro. Stagione vitale, densa di fermenti “dal basso” e nella quale agisce quasi come un virtuoso catalizzatore di energie, conoscenza e bellezza la straordinaria “Rassegna Teatro Nuove Tendenze” immaginata dal celebre critico d’arte Filiberto Menna e da Giuseppe Bartolucci. Finestra spalancata sul mondo e canale di accesso a culture, immaginari, creatività. Una sfida ed una opportunità per Salerno chiamata a varcare i confini stretti della provincia. A provare «a giocare la follia di cambiare il presente».

È nelle trame di questo tempo che Gaetano Mansi “costruisce”, vivendolo intensamente, il suo racconto affidato alla fotografia. Carriera iniziata in quel clima presso Studio Segno di Pino Grimaldi e Gelsomino D’Ambrosio (nomi forti dell’innovazione del linguaggio della grafica) poi un percorso di libertà professionale che lo porta a raccontare l’arte contemporanea, la tragedia del terremoto in Irpinia del novembre 1980 e, da ultimo, il mondo della moda. Pubblica come co-autore un inteso volume dedicato alla prima visita a Pompei di Papa Giovanni Paolo II intitolato “Missus est angelus”. Riviste specializzate a magazine di qualità ospitano le sue immagini.

La mostra, curata dalla giornalista de Il Mattino Erminia Pellecchia e allestita presso il Teatro Ghirelli di Salerno (punte record di visitatori), restituisce all’osservatore sfumature, sogni, durezze di quegli anni ’70 salernitani. Scorrono così davanti allo sguardo i luoghi della memoria (il Bar Nettuno sul Lungomare) eletti a sede informale di elaborazione e dibattito culturale dove si incontravano docenti universitari e operatori culturali di territorio; la città delle lotte operaie e dei suoi governanti colti spesso in primi piani dall’involontario sapore di maschere grottesche; la città dei diritti declinati al femminile (le manifestazioni di lotta per l’aborto con Pannella e la Bonino in piazza); e ancora gli scatti che documentano il terremoto dell’Irpinia: racconto del dolore affrontato con delicatezza ed empatia con l’attenzione di scrutare più che quello delle case e degli edifici, il crollo interiore dei sopravvissuti (il volto smarrito e guizzate di un bambino che spunta da una tenda di accoglienza e la solitudine di un soccorritore con capo chino in una postura di smarrimento esistenziale).

Nel definire la cifra della mostra, la curatrice Erminia Pellecchia evidenzia «il recupero di frammenti di un vissuto personale e collettivo». Ma c’è forse qualcosa di più che si fissa nella mente dell’osservatore. È qualcosa che rimanda all’inesauribile forza del sogno e della sua forza creativa.

Prevalenti nelle fotografie esposte sono quelle che raccontano “pezzi” della mitica rassegna “Nuove tendenze”. I corpi gioiosi esibiti negli spettacoli del Grand Magic Circus, lo sguardo penetrante ed ascetico di Julian Beck, il Living Theatre, l’espressione pensosa di Filiberto Menna e quelle attente di Giuseppe Bartolucci e Memè Perlini, il gioco d’ombra di Leo de Bernardinis, l’ironia macabra di Jerome Savary del Grand Magic Circus.

Non sono foto di mera documentazione, meno che mai nel contesto di questa mostra. Si avverte un fuoco non definitivamente spento. La forza di un possibile che è stato. E di una attesa che non teme l’impossibile.

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