Paola Benadusi Marzocca
Una mostra a Poppi

Donna o Madonna?

Il “segno della vita” attraverso un’iconografia della maternità. Un’esposizione organizzata nel borgo toscano dalla Galleria degli Uffizi fa riflettere (e chissà quanto a lungo ancora) sull'essere donna e sulla sua libertà

Ancora oggi la donna si interroga se affermare o meno compiutamente la sua femminilità, e tutto fa pensare che malgrado accesi dibattiti e molteplici opinioni sull’argomento, dovrà passare del tempo prima che possa essere interamente se stessa nella sua intatta libera persona. La mostra inaugurata nel Castello di Poppi dal titolo Nel segno della vita. Donne e madonne al tempo dell’attesa, che fa parte del progetto di Terre degli Uffizi curato dalla Galleria con la fondazione Cassa di Risparmio di Firenze, è dedicata alla rappresentazione iconografica della maternità quale intento di vita e di amore. Già Bertrand Russel scrisse che la maternità e la paternità sono capaci di offrire la felicità più grande e duratura che la vita possa concedere. Ma ai nostri giorni in pochi si sentirebbero di sottoscrivere simile convinzione. L’amore materno, come tutti i concetti riguardanti l’istinto e la natura, è divenuto sospetto. La rivoluzione del 1968, prima gioiosa e imprevedibile, ha lasciato tracce amare; ha trasmesso un messaggio di speranza e di incoraggiamento a ragazzi e ragazze, ma anche molti interrogativi, tante ipotesi, nessuna certezza. Viviamo ancora all’interno di un modello culturale in conflitto con tutte le vecchie, rassicuranti idee di convivenza. C’è più che mai il rifiuto di ogni genere di costrizione e di autorità per raggiungere il fine ultimo, ovvero la libertà assoluta. Pretesa impossibile: la rivoluzione si può fare anche scambiandosi idee, accettando quelle degli altri, scrivendo, organizzando progetti costruttivi. Occorre accettare le contraddizioni morali, cercando di non evitarle ma piuttosto di individuarle, riconoscerle e con il tempo superarle; l’instabilità come prezzo per diventare concretamente stabili. Impresa difficile ed estenuante di cui fa parte l’amore materno. 

Ma in questo mondo infido e violento, l’accettazione della gravidanza e l’affetto di una madre per il proprio figlio sono ritenuti un fatto fisiologico universale, «un’emozione che abbiamo ereditato dai nostri antenati animali» (come dice ancora Russel), o una costruzione, una delle tante sovrastrutture di cui è costituito l’homo sapiens? La grande tela che raffigura San Torello, il nobile eremita di Poppi, mentre benedice una donna in avanzato stato di gravidanza attribuita al pittore fiorentino Santi Pacini, vissuto nella seconda metà del Settecento, fa pensare che l’amore di una madre verso un figlio sia indiscutibile essendo la procreazione un evento naturale, un fenomeno vitale che non può che corrispondere a un preciso comportamento materno. Sicuramente questa immagine di forte impatto visivo e dai colori brillanti è rassicurante e forse la maggioranza delle donne se vanno al fondo di se stesse, anche sfidando le mode avverse che investono le nostre società, riconoscono questo istinto e si sentono nel momento dell’attesa di un figlio in uno stato di profonda, misteriosa comunione con l’universo. Ma per alcune non è così, occorre dunque riflettere sulle infinite sfaccettature dell’animo femminile. 

E che differenza c’è fra istinto materno e amore materno? Un interrogativo che invita ancora alla riflessione sulla figura della donna, sui suoi desideri, sulle rinunce che comportano certe scelte, e sul ruolo (con conseguenti pregiudizi) che l’ha definita nella storia. Gran parte della responsabilità genitoriale ha riguardato nel corso dei secoli la madre, considerata determinante per la crescita dei figli. La donna infeconda, che falliva nella sacra impresa di diventare madre, era per questo colpevolizzata e ripudiata dal marito. Solo meno di un secolo fa, grazie ai risultati della ricerca scientifica, la sterilità maschile è diventata evidenza. 

Ma a guardare questi volti di donna sereni, di indicibile bellezza, di consapevole soddisfazione, come nel caso dell’Annunciazione attribuita al Bronzino e oggi ascritta al suo contemporaneo Giovanni Bizzelli, verrebbe da pensare che l’amore per il bambino portato in grembo significa sentirsi parte di un futuro sconosciuto e remoto, sia un modo di trattenere la vita e di vincere il senso di inutilità che fa morire le emozioni. L’amore materno resta tuttavia un concetto funzionale, non è una quantità assoluta ma un sentimento non per forza condivisibile. Niente di scontato perciò. Certo che questo mostra, attraverso le bellissime opere esposte, fa sperare che il nostro tempo riesca a recuperare l’idea di passione amorosa ricreando così il “paradiso perduto” di un periodo in cui lo smarrimento sia attutito da uno sforzo di tenerezza, di altruismo e di amore. 

Nell’immagine vicino al titolo, l’“Annunciazione” di Giovanni Bizzelli, fino a poco tempo fa attribuita a Bronzino

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