Gianni Cerasuolo
Fa male lo sport

Le dediche di Clerici

Ricordo (molto personale) di Gianni Clerici, uno scrittore raffinato che ha fatto del mondo del tennis un romanzo di Bassani. Il ritratto di un aristocratico visto della redazione del suo giornale (che aveva finito per essere un po' la sua casa...)

Anche per me aveva trovato un soprannome, un vezzeggiativo dei suoi: mi chiamava “Giannino”. Quanti Wimbledon e quanti Roland Garros ho fatto con lui. Io a Roma e lui a Londra, a Parigi, io a Roma e lui a Melbourne, Open d’Australia, io a Roma e lui a New York, Us Open. Ho invidiato molto il suo girovagare per il mondo in contrapposizione alla mia pigrizia, al mio essere stanziale. Un signor nomade particolare, Gianni Clerici. Capace di andarsene per musei e gallerie quando c’era da scrivere del match più importante della giornata. Che lui snobbava. Come il risultato. Non lo metteva mai nel suo pezzo: «C’è il box apposta» diceva. Perché quei numeri interrompevano la sua scrittura, il fluire delle sue parole che avevano spesso la capacità di soggiogarti. Il suo stile elegante, raffinato, molto dandy. Era un aristocratico. L’ho sempre immaginato a difendere l’Ancien Régime contro i giacobini, la plebe, i radicali. Con una racchetta in mano.

Ma non ricordo mai un ritardo nell’invio dei suoi pezzi, dei suoi articoli. Sono stato un operaio qualificato di redazione e spesso, con umiltà e pazienza, dovevo contenere al telefono l’esuberanza creativa dei Grandi che ho incontrato a Repubblica (ma con Gianni Mura capitava di rado, anzi quasi mai). A me toccavano spesso i due superstiti dopo la morte di Gianni Brera: Clerici e Mario Fossati. Personalità contrapposte, l’acqua e il fuoco, la destra e la sinistra. Non si amavano, certo si rispettavano in nome di un lontano percorso in comune, alla Gazzetta dello Sport e al Giorno.

Mario si lamentava che lo facessimo scrivere poco, e forse era vero. Ma lui, il burbero dolcissimo, aveva quasi rinunciato ai ritratti dei protagonisti del ciclismo, lo sport che aveva avuto in lui il massimo aedo, il cantore di Coppi e di Bartali, di una stagione epica. Lui non si riconosceva più negli intrugli che muovevano le gambe dei ciclisti moderni. E soffriva, al tempo stesso, chi aveva la possibilità di scrivere del Giro o del Tour, che non erano più i suoi Giri o i suoi Tour. Mario aveva bisogno di stare sempre dalla parte degli ultimi, lui figlio di un sindacalista cattolico, lui comunista convinto. Aveva visto sfrecciare Nuvolari a Monza ma si incazzava tanto quando la Formula Uno invadeva il Parco per il Gran Premio d’Italia e danneggiava l’ambiente. E mi chiamava ed imprecava per lo spazio che il giornale dava all’automobilismo. Mario aveva visto correre i purosangue negli ippodromi perché era amico e compagno di classe di un ragazzo figlio di uno stalliere. E di cavalli voleva scrivere negli ultimi anni. Un mondo, quello di Fossati, abbastanza lontano da quello di Gianni Clerici, che non ha mai sofferto la povertà come l’altro.

Il problema con Clerici era imporgli un tema. Una missione destinata al fallimento. Non che lo rifiutasse per superbia letteraria o perché glielo imponesse il suo carattere snob. Era proprio che se gli suggerivi qualcosa, quando per esempio dalla direzione del giornale volevano che approfondisse un tema, che parlasse di un personaggio o di un fatto di cronaca, lui se ne andava per altri sentieri, come il cavallo di razza che rifiuta le briglie. «Allora, Gianni, restiamo così?». Poi ti arrivava un articolo che conteneva una sola riga di quanto gli avevi chiesto. Ma finiva ugualmente in prima pagina perché si issava (un verbo che a lui piaceva molto) su sentieri trascendenti, solo per lui, di un tie-break fornendoti un racconto alla Bassani.

Inaffidabile sulle misure del pezzo: «Ho il mio solito cinquantino?» ripeteva al telefono con sarcasmo prima di mettersi a scrivere. Magari era una giornata morta, non c’erano incontri tra i primi del tabellone: non potevi aprirci le pagine sportive. Scartavetrava le orecchie appiccicate al telefono quando, in contemporanea a qualche torneo del Grande Slam, c’erano importanti partite di calcio. A volte anche un Mondiale. Allora accadeva quasi sempre che il giorno dopo ti schiaffava in faccia il fatto che Le Monde o il Times portavano in prima pagina il match su cui lui aveva dovuto esercitarsi in poche righe. Il tutto manifestato senza scomporsi, senza urlare, con una eleganza estrema che ti spiazzava. Spesso scriveva ancora di meno di quello che gli avevi chiesto, per dispetto, per classe.

Poi accadeva che un giorno arrivasse un pacco enorme in redazione che tu scartavi, incuriosito anche dalla pesantezza, e dentro ci trovavi i 500 anni di tennis, nella edizione del 2004 di Mondadori. E nelle prime pagine c’era un biglietto/cartoncino – che mi fa da segnalibro ancora oggi quando ho voglia di rileggere lo Scriba – su cui scrisse: «Caro Giannino, questa volta sono andato un po’ lungo…», ironizzando splendidamente, dall’alto delle 480 pagine della Bibbia del tennis, sul rigaggio dei suoi pezzi che io gli imponevo. Fino a farmi inorgoglire, cancellando ogni velleità di mandarlo a quel paese, cosa che pure qualche volta pensai di praticare, con questo post scriptum: «Tieni segreto questo arrivo, p.f.».

In un altro libro-regalo (quello dedicato alla sua diva, Suzanne Lenglen, la Divina) scrisse con la sua grafia gentile da penna stilografica: «Allo Editor dal quale originarono i Gesti Bianchi. Con gratitudine». Perché un’estate, almeno così ricordo, Peppe Smorto, che era il gran capo della redazione, gli propose di scrivere storie di tennis sulle pagine sportive sotto la testatina di uno dei suoi più celebri romanzi. E così passai altre decine e decine di pezzi. Ma prima di metterli sul giornale mi consultavo con lui, parlavo del titolo, che ovviamente come tutti i grandi scrittori non sapeva fare, lo coinvolgevo come forse non era mai accaduto in precedenza.

Tra alti e bassi, questo affiatamento era iniziato alla fine degli Ottanta e l’inizio dei Novanta quando i personaggi del tennis erano Lendl, la Graf, la Navratilova, la Seles, Bum-Bum Becker e “gattone Mecir”, il soprannome, tra i mille che appiccicava come Brera a questo o quello, che più mi è rimasto in mente insieme a “Stefanello” Edberg. Ne trascuro altri cento di protagonisti di prima e dopo, li lascio agli esperti: il tennis non mi ha mai coinvolto più di tanto, sport individualista per eccellenza. Io mi esalto, palpito, mi trasformo in un tifoso accanito quando è l’impresa corale a scendere in campo. Con due eccezioni: il ciclismo e l’atletica.

Con lui non si poteva barare. Una volta glielo dissi: non ci sarà nessuna volée incrociata di McEnroe a scaldarmi quanto una rovesciata di Gigi Riva o un pallonetto di Maradona. O un tiro in sospensione di Larry Bird. E lui: «Perfetto. Sei sulla riva opposta. Sopporta il povero Scriba». E mi tenne il muso, via telefono, per un bel po’.

Adesso che se ne è andato, mi accorgo che mi aveva riempito di suoi testi, tutti con dediche. Di alcuni me ne ero addirittura dimenticato. Ad esempio, mi ero scordato di Mussolini, l’ultima notte e il primo ottobre del 2007 mi scrisse: «Giannino, non si vive di solo sport, come sai benissimo. Ciao, él Clerici». Un libro, dedicato a Giorgio Bassani, in cui lui non si definisce l’autore ma «forse soltanto l’Editor». Le ultime ore dei due amanti, Mussolini e la Petacci, ricostruite, senza alcuna pretesa storica, attraverso un “brogliaccio” redatto da un suo amico, Natale Gandola che era di Bolvedro, una frazione di Tremezzo sul lago di Como: «Un piccolissimo paese – annotò nella prefazione – che non dista più di un chilometro da Giulino di Mezzegra, il luogo in cui Benito Mussolini e Claretta Petacci passarono la loro ultima notte tra il ventisette e il ventotto aprile 1945, prima di essere prelevati e fucilati, forse dal colonnello Valerio, forse da altri». Gandola e un suo compagno, Francesco Ponisio, vennero messi a fare da guardia ai due. Erano partigiani ventenni della Brigata Garibaldi che avevano assunto il nome di battaglia di Eurialo e Niso. Ma Gandola mantenne sempre un grandissimo riserbo su quella notte, nonostante continuasse a prendere appunti e ad interessarsi, negli anni dopo la guerra, di qualsiasi cosa riguardasse il Duce. Clerici incontrò varie volte il professor Gandola, cercando di farlo parlare di quella esperienza. Ma fu solo alla morte del docente, dell’ex partigiano, che si scoprì il voluminoso manoscritto che portava il titolo Mussolini. Destinato proprio a Clerici: «All’amico Gianni Clerici, perché lo legga, e, se crede, lo lasci cadere nel lago».

Per Zoo, Storie di bipedi e di altri animali si scherniva con quel fascino da “giovin signore” che tanto piaceva alle donne: «Caro Giannino, come vedi, sono un vecchio grafomane. E grazie per la tua pazienza…».

Il biglietto bianco dei 500 anni l’ho trovato a pagina 426: Sampras. Signor Quattordici Slam, il titolo. È lui che pronostica il futuro numero 1. Una lettura che è un godimento. C’è tutto il mondo di Clerici: la sua arte di raccontare, la sua competenza, la sua filosofia. Si trovava nella tribuna stampa di Flushing Meadows, «sotto il tetto arroventato dell’atroce Louis Armstrong Stadium». Settembre 1987. Il suo amico Bud Collins, «il più noto tra gli scribi yankee», lo sollecita ad andare al campo numero sedici: «Vacci subito – gli dice – ci sta giocando il futuro campione degli Stati Uniti».

«Su quel lontano campetto, alla presenza di pochi intimi, si battevano alla morte due giovanissimi, uno moretto, che presi per latino americano, l’altro cinese. Il cinese pareva un gran regolarista, un ottimo passatore, ma niente di più. Quanto al bruno… c’era qualcosa. Qualcosa che lo Scriba intuisce, che val più di ogni diagnosi tecnica, qualcosa di indefinibile nei gesti, addirittura nello sguardo. Lessi i nomi dei due. Erano entrambi americani, il giallo Michael Chang, il moro Pete Sampras. Tornai in tribuna stampa, mi buttai al computer per afferrare la coda dell’ultima edizione del Giorno. “Grazie all’amico Collins – scrissi – ho ammirato per la prima volta il futuro campione del mondo. Si chiama Sampras». Scritto l’articolo per il quotidiano milanese, Clerici si concede una sosta «nel sordido ristorante dello stadio». Dove reincontra Collins.
«“L’hai visto il futuro?” si affrettò a domandarmi»
«Visto. Straordinario».
«Soprattutto il rovescio».
«Mi sembra molto meglio il diritto».
«Ma come… Quel passante bimane ricorda Wilander».
«Come bimane?».
«Riuscimmo con qualche fatica a chiarire l’equivoco. Per Collins, il futuro grande campione era Michelino Chang. Per me Pete Sampras. E, a tutta prima, parve che fossi io ad aver torto». E invece…

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