Paola Benadusi Marzocca
Un graphic novel sulla guerra

La vita nelle nuvole

Mario Brassard e Gérard Dubois restituiscono in forma di fumetto l’orrore di uno scenario di fuga dai luoghi delle guerre. Sono gli occhi di una bambina a osservarlo e a descrivercelo, aprendo così un po’ di più anche i nostri occhi, troppo abituati a guardare distrattamente gli eventi descritti

È un affascinate graphic novel con immagini in bianco e nero che accentuano l’icastica immediatezza dell’orrore della guerra A chi appartengono le nuvole? di Mario Brassard e Gérard Dubois (Orecchio Acerbo, 18 euro). Spiega come non si possa dare mai per scontata sia la libertà che la pace, tanto meno la rassicurante certezza di vivere serenamente nel proprio paese, nella propria città. Nella prima pagina si vede il confortante profilo di un gatto che guarda fuori dalla finestra, ma nella seguente si affacciano nuvole minacciose e imperscrutabili. Sotto c’è un villaggio, poi la foto di una bambina con gli occhi smarriti. Deve partire con la sua famiglia. «Nei giorni prima della nostra partenza, ero così stanca che mi si chiudevano gli occhi da soli». Isolamento, solitudine, angoscia che prende alla gola dinanzi alla progressiva trasformazione della realtà circostante. Bisogna fuggire, lasciare la propria casa, il proprio paese. Per quale destinazione? L’incubo si materializza con evidenza sui volti dei personaggi, sul volto di una bambina. Poi rovine, incendi, esplosioni. Dolorosamente, uno scenario che conferma come il genere umano rimanga fra le specie animali la più pericolosa, con le armi che possiedono eserciti regolari e ribelli, elmetti d’ogni foggia e tutte le formazioni di combattenti.

La bambina non sa cosa l’attenda, non capisce e forse non vuole capire. Si è formata una lunga fila: «attraversava una città in rovina, tagliava a destra per una foresta in fiamme, prima di approdare al mare, dove ci aspettavano barche di fortuna», ma per quale destinazione? «Dovete sapere, dice la bambina, che in quel momento della mia vita, ogni volta che chiudevo gli occhi, avevo l’impressione che mi sfuggisse qualcosa. Come se il mondo si approfittasse della mia assenza, per peggiorare ulteriormente». L’unico conforto era rimasto per lei accarezzare il pelo dei gatti abbandonati e randagi. Il suo sogno si fissa sull’immagine di un corvo che si appollaia sulla sua gracile spalla come per rassicurarla. Alle porte della città c’è una fabbrica di armi, intorno cani feroci che abbaiano. Suo zio si traveste da clown e si arrampica su una scala fino alla vetta della ciminiera. Da lì sorride e indica un improbabile orizzonte, ma poi un’esplosione lo inghiotte. La bambina è traumatizzata, reagisce cercando di classificare le nuvole in due serie, bianche «quelle che ci appartenevano», le altre grigie, sempre più nere. La fila delle persone in fuga dagli scontri si allarga, si ingrandisce. Le parole della bambina descrivono la fatica insostenibile: «Vi risparmio le vesciche ai piedi, la fame, la sete, l’orizzonte che si allontana sempre di più…».

Si salverà alla fine con la sua famiglia, ma è consapevole che un’ombra minacciosa resterà indelebile nei suoi ricordi e quando alza gli occhi al cielo non potrà più fare a meno di chiedersi a chi appartengano le nuvole e quelle più scure da quale guerra sparsa nel mondo provengano. 

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