Pier Mario Fasanotti
A proposito di "Caro Pier Paolo"

Dacia e Pier Paolo

Dacia Maraini ricorda il suo rapporto d'amicizia, di comunanza politica e di solidarietà sociale con Pier Paolo Pasolini in un libro che è come una lunga, struggente lettera d'addio. Una riflessione amara sull'amicizia, la letteratura e la morte

Ricordi vividi, veritieri, nostalgici, a volte strazianti. Dacia Maraini, scrittrice che si pone in vetta al monte della qualità, raccoglie, in una forma che ha dell’epistolario, frasi, avventure africane, abitudini, insomma il carattere di Pier Paolo Pasolini. Il libro s’intitola appunto Caro Pier Paolo, edito da Neri Pozza (203 pg.18 euro). Seguiamo il filo narrativo di Dacia che conclude la sua summa mnemonica con queste parole: “Addio, Pier Paolo, e che la morte ti sia più benigna della vita. Con affetto“.

C’è la morte inseguita anche poeticamente dallo scrittore regista, la più importante figura culturale dell’ultimo Novecento, ucciso la notte tra il primo e il due novembre del 1975 all’Idroscalo di Ostia. Ufficialmente da un ragazzotto che non sapeva nemmeno chi fosse l’uomo che aveva schiacciato con la sua stessa macchina, un’Alfa Romeo, fermata poi dalle forze dell’ordine. Si chiamava Pino Pelosi detto “il rana“. Poco prima del massacro avevano cenato insieme dalle parti della stazione Termini. Pasolini non si è difeso, si è eretto martire -collegando così il suo fin di vita ai suoi frequenti riferimenti al martirio. Pasolini, ottanta volte denunciato per oscenità, era un uomo mite. Ma soprattutto scomodo, anzi scomodissimo, a elementi dell’estrema destra, della quale era stato già una volta vittima di violenza. “Siamo sempre stati assolti“ scrive la Maraini.

“Ti ho sognato… avevi il solito sorriso dolce e mi dicevi «sono qua!»… per terra era rimasto il tuo gilet color magenta… sei sempre il giovane cinquantenne che ho frequentato negli anni Sessanta e Settanta… parlavi poco, sei sempre stato di poche parole, ma i tuoi silenzi non erano stranianti, erano un modo tutto tuo di concentrarti su un pensiero comune che si esprimeva in una affettuosità condivisa“. Una volta era diverso: scrittori, poeti, artisti si riunivano in quel naturale e spontaneo cenacolo che era piazza del Popolo. “Sì anche tu, che eri bello come il sole anche se piccolo di statura e sempre silenzioso e severo in quello sguardo dolce e disperato che rivolgevi al mondo“.

Si radunavano anche al Portico d’Ottavia, o nei ristoranti Da Gigetto o La Campana, “per provare la gioia di incontrarsi e raccontarsi“. C’erano Alberto Moravia, Alfonso Gatto, Cesare Garboli, Bernardo Bertolucci, Natalia Ginzburg, Federico Fellini. Se riflettiamo sui ritrovi, tutti televisivi, di oggi non si può che stare dalla parte di Pasolini, nostalgico della vita vera, al riparo dall’omologazione forsennata.

Dacia ricorda che erano in molti ad avere di Pasolini l’idea di un uomo rancoroso, rigido, feroce, con squassanti indignazioni. Non era proprio così: “Tu volevi provocare ed eri bravissimo a suscitare collere, irritazioni e reazioni rabbiose… ma credo che questa tua rabbia sociale sia stata la responsabile dell’odio che suscitavi. Eppure nel tuo rapporto con gli amici, nella tua vita privata, eri l’uomo più paziente, docile e mansueto che io abbia mai conosciuto“. Una volta in Africa fissò con estrema attenzione, e apprensione forse, gli avvoltoi. “Un giorno sarò sbranato“ da uno di quelli. La Maraini si chiese: “Ma tu veramente presagivi di dover morire giovane? Intuivi che saresti stato ucciso? Sapevi di rischiare il tipo di morte che ti hanno fatto patire? Qualcuno ha sostenuto che non solo sapevi, ma in qualche modo cercavi e voluto morire ucciso“. Ci sono poesie strazianti che invocano al martirio, come un gatto morente e appeso.

Quanto alla sua propensione a credere che l’omologazione sociale implicasse la povertà, ebbe modo di spiegare che questa, “la povertà delle cose, che libera dalla schiavitù del possesso, è da considerare una benedizione… nel ‘69, in un articolo sul poeta Ignazio Buttitta, scrivesti: «Era forse una troppo lucida profezia da disperati pensare che a storia dell’umanità fosse ormai la storia dell’industrializzazione totale del benessere»“.

Pasolini reagiva con stizza quando i poliziotti assaltavano, a Valle Giulia, i figli di papà. Fece scalpore quella sua poesia. Proletari contro borghesi. Parimenti “non amavi i giovanotti che rumorosamente rivendicavano i diritti degli omosessuali, anche se la pensavi come loro. Era quel terribile sospetto che dietro alle rivendicazioni giovanili ci fosse uno spirito viziato dei figli di papà borghesi… lo stesso rifiuto lo esprimevi contro i gruppi di donne che protestavano in piazza“. Ma Dacia Maraini in una lettera al poeta ucciso rivendica il suo punto di vista: “Noi protestavamo contro l’ignoranza indotta, quella che aveva scatenato le ire di un Dio barbuto contro una Eva che aveva dato un morso alla mela proibita“. Nel privato il poeta aveva solide amicizie femminili, per esempio Elsa Morante, Maria  Callas o la cugina Graziella Chiarcossi e Laura Betti..

Nella psicologia e nel comportamento di Pasolini il punctum dolens è la madre. A Dacia disse chiaro e tondo: “Se facessi l’amore con una donna mi sembrerebbe di farlo con mia madre“. Da questa era super-protetto, avvolto da un affetto e una premura che potevano farsi veleno. Dacia annota: “Il tuo rifiuto del corpo femminile non veniva da un desiderio represso, ma dal timore di compiere un sacrilegio. Il corpo femminile per te era talmente mitizzato e adorato da creare un istintivo tabù sacrale. Le morbidezze dell’altro sesso le evitavi perché rappresentavano il mondo carnale della grande Madre Terra“. E ancora: “Ricordi le parole che mi hai detto quando ho fatto l’intervista sull’infanzia? Furono queste: «Mia madre era come Socrate per me. Aveva e ha una visione del mondo certamente idealistica e idealizzata. Lei crede veramente nell’eroismo, nella carità, nella pietà, nella generosità. Io ho assorbito tutto questo, in maniera quasi patologica»“.

La Maraini rammenta certi sogni del suo amico, ambientati a Bologna, città natale, e la riconduce alla leggenda di Orfeo, il quale sa che è proibito agli umani scendere nel Paese dei morti. Eppure sa che quel divieto è insopportabile e rimedia con il canto, che riesce ad affascinare perfino Cerbero, il mostro che sta a guardia del limite tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Aggiunge Dacia: “Il tuo canto, Pier Paolo, era la poesia e con quella ti aprivi il passaggio nel regno dei defunti… infatti, come succede a Orfeo, anche tu ti sei voltato e tua madre è sparita nel buio e quel buio te lo sei portato appresso per tutta la vita… io insistevo con te per capire meglio quella angoscia di perdita materna e quella sofferenza di cuore che addirittura ti fermava i battiti, e tu mi rispondevi che stavi benissimo, ma soffrivi di una forma di angoscia precisando: la mia sofferenza è dovuta al fatto che per me una disgrazia non è mai quella disgrazia ma una disgrazia cosmica che mette in forse tutto me stesso“.

Rimane il fatto che la mente straordinariamente sottile di Dacia Maraini esclude l’esistenza di una patologia, e questo dinanzi a sintomi così evidenti. Discorrendo col poeta Attilio Bertolucci, Pasolini un giorno sorrise e disse: “Ma che ne sapete voi di un cuore innamorato?“.

Struggente quella sua poesia: “Tu sei la sola al mondo che sa,/ del mio cuore,/ ciò che è stato sempre prima, prima di ogni altro amore./ Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:/ è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia“.

Quando era solo, o non aveva voglia di scrivere, Pasolini si consegnava alla disperazione di un sesso senza amore. Struggente la poesia che un giorno scrisse: “io mi sento isolato come un condannato a morte/ e infatti tra un amore in case diroccate e fetide,/ e un amore in un cesso/ tra un amore con dolci scimmie in branco/ coperte di magliette col veliero di Saint Tropez sul petto,/ i calzoni da duemila lire, e un amore/ tutto umilianti trattative di compensi,/ furti, odore di corpi e sessi non lavati/ non mi resta che fare oggetto della mia poesia la poesia/ se tutto il resto è ormai sotto la sfera/ di una brutta morte. La carne vuole sangue“. Dacia riprende questo tenore scrivendo: “Tu giocavi quotidianamente con la morte. Che ti auguravi come giusta e terribile punizione di timbro biblico per le tue colpe, ma nello stesso tempo quella dolce morte, bambina e madre, quella piccola morte dalle scarpette rosse che saltava contenta sulle sabbie di un litorale marino, quella morte si trasformava in un bambino festoso e affamato d’amore che, sorpresa delle sorprese, quando ti avvicinavi per baciare le sue guance rosee e felici, scoprivi con stupore con non era altri che te stesso. Un bambino ormai diventato di pietra. Eppure quel morticino imbalsamato e tenerissimo se ne stava chiuso in te, come nel ventre di una madre paziente, ferocemente gelosa, ma sempre capace di suscitare le delizie dei sensi“. In queste ultime parole l’essenza di un grande poeta, vittima della grazia materna, deprivato quindi dell’incomparabile e grande abbraccio di una donna.

Facebooktwitterlinkedin