Danilo Maestosi
Al Museo dell'Ara Pacis di Roma

L’attimo di Doisneau

Una bella mostra ripropone il genio di Robert Doisneau, il fotografo che ha bloccato nelle sue immagini in bianco e nero i particolari (e la voglia di tornare a vivere) dalla Parigi del dopoguerra. Un racconto di "quando eravamo felici"...

In primo piano un piccolo scafo, da cui sporgono un paio di remi e una collana di parabordi sulla fiancata. Corde, legno e un involucro di chissà quali materiali. Tela cerata, plastica? Dentro due signori in giacca e cravatta, irrigiditi sul fragile sostegno di un seggiolino che li contiene a stento, il secondo più alto non riesce neppure ad allungare le gambe. Di lato una signora, camicia bianca e gonna plissettata, che li guarda attenta e perplessa. Dietro un’animazione di banconi e folla in transito. Una fiera di inventori in cerca di brevetto, probabilmente, come se ne facevano una volta.

Credo di aver scelto questo scatto, datato 1954, tra le centocinquanta immagini sgranate lungo le sale al pianoterra del museo romano dell’Ara Pacis soprattutto per la didascalia che le dà titolo: «La barca inaffondabile». Una sfida alla misura inesorabile del tempo e delle proporzioni che forse più di ogni altra, racchiude l’altalena di emozioni di questa mostra, appena inaugurata e in cartellone fino al quattro settembre. E il senso d’ebrezza nel quale si immerge e ci sprofonda il suo autore, Robert Doisneau (1922-1998), uno dei più celebrati maestri francesi della fotografia. In ognuno dei suoi biancoeneri il profumo lieve e stordente di un calice di champagne sollevato e gustato in onore di un mondo che non c’è più. Affondato e dimenticato come la promessa d’eternità di quella barca improbabile, progettata per i desideri a scala ridotta di un pubblico in rimonta di popolo operaio e piccola borghesia che si riaffacciava alla vita, lasciandosi alle spalle incubi ed orrori della guerra. Ed è un vero peccato, colpa anche nostra, che sia andata così.

Non ci consola e non ci assolve affatto il sospetto che quel mondo forse non è mai esistito. Che sia anch’esso costruito in gran parte con la pasta di un sogno d’artista. Modellato da un trucco al quale Doisneau fa continuamente ricorso, quasi come un marchio di fabbrica, contribuendo da vero autore a liberare la fotografia da un equivoco che si trascina sin dalla nascita, quello di uno strumento destinato a registrare, più di ogni altro, istante dopo istante, la realtà mentre accade per quella che è.

No, lui la realtà la reinventa con piccoli ritocchi, per renderla più credibile, più verosimile, più vicina alla sua sensibilità. Alla sua voglia di raccontare il piccolo mondo su cui concentra il suo sguardo e dilatarne i confini.

Torniamo a quella barca. E ai due personaggi che la riempiono. Così diversi tra loro da rendere improbabile una scelta dettata dal caso. Uno più bonario e a suo agio: magari proprio l’inventore di quello strambo battello. L’altro fuori posto e visibilmente in tensione. Ma con un aspetto qualunque che li trasforma in comparse in transito, colte in posa senza che se ne avvedano, a strapparci, loro e quella invenzione in miniatura, la complicità di un sorriso rasserenante.

È lo stesso Doisneau a confessare la semplicità della tecnica con cui cattura volti e voci nei suoi vagabondaggi per le strade di Parigi. Il segreto – spiega – è trovare l’inquadratura giusta e poi restare ad aspettare che qualcosa succeda. Ed essere pronti a fare click. Ma è la confessione di un baro impaziente, che il gioco dell’attesa lo pilota a suo gusto.

Ecco l’inquadratura di un lungo Senna. Sul fondo un pittore che sta dipingendo all’aperto. E si intravede appena sulla tela il corpo nudo di una ragazza distesa. Ma dov’è la modella? È l’amo malizioso che lui stesso ha preparato per adescare i passanti e bloccare in un fermo immagine la curiosità di chi si arresta a chiedersi proprio questo. Finche non gli capita davanti un signore di mezza età che porta a passeggio il suo cane e subito si arresta a interrogare quel quadro, un guizzo imbarazzato negli occhi a fantasticare sul fantasma di quel nudo en plein air.

In un altro bianco e nero quel gioco sbieco di desiderio e di sguardo si fa ancora più esplicito. La scena è la vetrina di una galleria d’arte davanti alla quale si ferma una coppia. Lei è tutta concentrata a commentare il quadro al centro della bacheca nascosto alla nostra vista, lui con la coda dell’occhio insegue le forme maliarde di una donnina senza veli ritratta ed esposta nell’angolo opposto. Siamo o non siamo a Parigi la generosa città della sensualità e dell’amore a portata di tutti senza distinzioni di classe e di passaporto? È la nuova mitologia su cui la capitale francese fonda il suo rilancio turistico, nascondendo sotto il tappeto le ferite del dopoguerra.

Robert Doisneau concorre a costruirla da par suo con una serie di scatti sul tema dell’amore che nel 1950 la rivista Life gli aveva commissionato e segnerà una tappa decisiva della sua carriera. La chiave che scelse era quella dei baci rubati per strada, che per la morale e i costumi dell’epoca non erano certo pratica corrente. Per sdoganare queste effusioni dalla riprovazione se non dallo scandalo le depurò dagli echi della passione carnale per trasformarle in gesti di assoluta, incontenibile e contagiosa vitalità. Un copione da manifesto della felicità che si guardò bene di affidare al caso, assoldando due attori di una scuola di teatro che portò in giro per Parigi alla ricerca del fondale più adatto di paesaggio e di folla. Lo trovò in pieno centro, in piazza Chatelet, di fronte all’Hotel de Ville.

Quando nell’angolo del suo obiettivo vide sfilare un signore col baschetto e un altro più impettito col cappello, che avanzavano frettolosi senza guardare nessuno, diede come un regista di cinema il ciak ai due attori e cominciò a scattare. Imprevedibile e perfetta quella sfocatura che isola in una sorte di nube protettiva i movimenti della coppia. Lei che sembra nascondersi nel piegamento un po’ rigido del corpo come fosse colta di sorpresa. Lui che si protende più deciso verso le sue labbra, i capelli che sembrano un sorriso increspato, la sciarpa che un filo di vento gonfia attorno al collo.

Quel bianco e nero che appena pubblicato non suscitò molto clamore divenne vent’anni dopo un’icona senza tempo, moltiplicata anche oggi in milioni di affiche da appendere in casa. Proprio per quella sua irresistibile apparenza di spontaneità, sottratta alla fuga del tempo, che manca alle altre sequenze dello stesso reportage, a volte più divertenti e gradevoli ma troppo smaccatamente costruite per suscitare stupore: i due che si baciano sulla sagoma di un aereo allestita da un fotografo ambulante da lunapark; l’abbraccio davanti al bancone di frutta di un mercatino rionale; la ragazza infilata nel cassone di un carrettino che concede le labbra al ciclista che la trasporta.

No, nessun rimando esplicito al sesso, nelle immagini di Doisneau. Non gliele avrebbero pubblicate. E non era il suo stile. Il sesso, in quello scorcio di Bohéme che di trasgressioni se n’era ampiamente concesse, era un peccato riservato in esclusiva ai pittori e alle loro modelle.

Lui, qui in questa mostra, ci gira attorno. Lo decanta in una sospensione da sogno segreto, penetrando con molto garbo nella camera di un operaio sprofondato su un letto, che fuma ipnotizzato da un tappeto di manifesti di femmine ammiccanti e lascive, ritagliati da chissà quale rivista e appesi al muro.

Lo declassa a perdonabile vizio per guardoni squattrinati registrando la sequenza di uno spogliarello da poche pretese in uno scantinato di periferia, le ombre degli spettatori di spalle che quasi oscurano i seni acerbi di una giovane ballerina, e di lato uno scorcio di vicolo intasato di altri maschi che aspettano in coda il loro turno d’accesso. O lo mette in scena con rispettoso distacco ritraendo lo studio di un impresario e una prosperosa bruna che si è appena sfilata il reggipetto ad esibire le sue referenze per ottenere l’ingaggio in uno dei tanti teatri per turisti in cerca di sapori forti alla Moulin Rouge.

La verità è che l’unione carnale, l’impeto e il piacere dei corpi non sono cibo per il suo immaginario, è un racconto che verrà dopo, una svolta fuori campo che magari finirà in delusione e distacco, forse in un tradimento di quella speranza d’amore che è per lui l’unico traguardo che alimenta e battezza la vita. Già, l’amore. “Questo amore così violento, così fragile, così tenero, così disperato, bello come il giorno, cattivo come il tempo, quando il tempo è cattivo… Quest’amore così irrisorio…. braccato ferito calpestato fatto fuori negato cancellato…». Guardo i timidi abbracci in bianco e nero di Doisneau e mi tornano immediatamente su i versi della più nota poesia di Jacques Prevert nei quali ho annegato come molti la confusione della mia adolescenza. Robert Doisneau aveva più di trent’anni quando ha incontrato questo poeta, che oggi appare inconfondibile e datato come un calendario d’epoca, ne è diventato amico, per poi eleggerlo a guida spirituale al quale chiedeva giudizio su ogni nuovo lavoro e infine, dopo la morte, per vederlo riaffacciarsi come una musa fantasma mentre passeggiava per le viuzze della Parigi vecchia che tante volte avevano attraversato insieme.

L’altro grande scrittore che fu suo compagno di strada è Blaise Cendrars. Fu lui a indirizzare verso la periferia i suoi primi passi di fotografo freelance che si era appena licenziato dalla Renault, con la quale aveva lavorato per cinque anni come addetto alle campagne pubblicitarie. Il volto più autentico della Parigi che stava risorgendo dagli incubi e dalla paralisi dell’occupazione nazista, poteva trovarlo proprio lì in quei sobborghi che avevano offerto rifugio alla Resistenza, tra quella gente che la vita la viveva e ne subiva i contraccolpi in presa diretta.

Una pista che Doisneau ha percorso e ripercorso per almeno un ventennio, registrando con empatia i sussulti di quel popolino affamato di riscatto, a volte burbero e diffidente, ma sempre pronto a stringersi e far fronte in comunità ai cambiamenti. A celebrare insieme i riti al dio della convivenza e dell’amore.

Le foto più intense di questo fecondo periodo sono a mio avviso proprio quelle riservate ai matrimoni. Indimenticabili quelle immagini di cortei nuziali, che si snodano lungo i viali sterrati dei villaggi di banlieau. In testa i due futuri sposi, lei sempre a trascinare un velo e un abito bianco nella polvere e nella calura, lui irrigidito in un abito nero comprato per l’occasione, e dietro incolonnati genitori, parenti ad amici. Stringe di malinconia il cuore una foto che inquadra la stessa scena, ma ne incornicia il primo piano con due sedie di paglia tra le quali è steso un nastro augurale da tagliare, come si fa ancora in molte cerimonie in cui si inaugura un nuovo giardino o un monumento. L’amore come un viaggio. E a volte come una fuga in cerca d’intimità: commovente lo scatto sfocato di due sposini novelli che a metà festa si allontanano mano nella mano sulla spiaggia, per appartarsi dietro una barca.

Succedeva anche questo. E a volte in quei momenti si era davvero felici. Anche di poco. Peccato non capiti più. La mostra giustamente si ferma lì. A quelle atmosfere irripetibili che non varcano la soglia degli anni 60. E riservano un trono da Olimpo alla carriera e al talento di Robert Doisneau, che continuerà a lavorare sino agli anni novanta, ingaggiato per girare il mondo, misurarsi con altre tecniche e altri set. Come quelli della Parigi ricca, pettegola e modaiola, ai quali si dedicherà su incarico di una prestigiosa rivista di moda. Divi, nobildonne, balli di gran gala. Il campionario di foto perfette ma distaccate e senz’anima con cui si chiude questa rivisitazione, che il gruppo Zetema ha prodotto, come pezzo forte della programmazione espositiva per l’estate.

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