Laura Pinato
Una mostra e un libro

Il corpo è un sogno

Incontro con la fotografa Alessandra Pace: «Mi piace dare una visione del corpo femminile variegata e reale per contrastare gli standard di bellezza attuali da cui veniamo bombardati quotidianamente dalla tv, dai giornali, dalla pubblicità»

Entrare nel mondo visivo di Alessandra Pace significa innanzitutto abbandonarsi a una sensazione, più che a una visione, del corpo, soprattutto di quello femminile, che domina con la sua presenza la maggior parte dello spazio espositivo. Un corpo umido, fatto di umori, che buca sempre la carta lucida della stampa fotografica grazie a una sensazione immediatamente tattile che investe lo spettatore. È una proposta, quella di Alessandra Pace, non solo del corpo femminile, ma del mondo tutto, erotica, nell’accezione più vera ed etimologica del termine.

La matericità del corpo esplode attraverso gli scatti, tutti in analogico e con un vago e struggente sentore anni Novanta. I corpi disegnati dalla luce istintivamente bilanciata attirano inevitabilmente nella loro semplicità di “corpo vivo”. Non c’è forzatura nell’esibizione del nudo, come nella migliore tradizione fotografica erotica. Non c’è esposizione. C’è un essere in vita prepotente e irriverente, ma al contempo sospeso. C’è uno sguardo alla Nobuyoshi Araki, ma femminile e occidentale. C’è come una familiarità con quei corpi, un rapporto umano e dolce che trasuda immediatamente dalle stampe o dalle polaroid, come se l’artista attraverso quelle forme nude volesse collegare lo spettatore all’anima “bambina” della modella.

Il percorso della mostra, così come quello delle foto stampate nel volume dal quale essa trae, trascina in una dimensione potentemente onirica. Come in un sogno, lo spettatore vive attraverso i luoghi più familiari in cui gli scatti sono ambientati (il bagno e la cucina) un nuovo rapporto con la sessualità, spogliata dalle sovrastrutture e dai simboli che la letteratura e la cultura ci appiccica. L’erotismo del corpo nudo o seminudo è svelato nella sua naturalezza e per questo trasfigurato in qualcosa di autenticamente spirituale. Un viaggio che dall’esterno, passa all’interno, in modo anti-intellettuale, diretto, senza fronzoli.

Come nasce questa mostra? Quale è stato il tuo percorso rispetto alla produzione del volume edito da Koalapress e rispetto alla rivista di cui sei editor?

La mostra Ocean/Atmosphere che si è svolta a Roma presso la Mondrian Suite Gallery di Klaus Mondrian nasce dalla promozione del mio nuovo libro omonimo prodotto da kingkoala press che è una casa editrice indipendente con cui collaboro dai suoi esordi. L’editore Jacopo Costa Buranelli vuole dare voce ai sogni di un gruppo di artisti affini, senza essere una presenza castrante ma più una figura armoniosa che collega queste anime dando sostegno e possibilità di espressione. Anche il progetto Badseedzine di cui sono founder e editor in chief insieme ai miei colleghi Luca Matarazzo e Marcel Swann, ha le stesse radici indipendenti ed è nato dall’esigenza di mettere in luce quegli artisti che hanno una propria e autentica visione rispetto all’omologazione da social che porta più a compiacere il pubblico che ad affermare la loro voce. Dopo aver pubblicato i primi due numeri autofinanziandoci, questo è il primo numero prodotto da kingkoala, un’edizione speciale di 150 pagine con 32 artisti coinvolti. Il mio libro invece è una raccolta dei miei lavori dal 2012 al 2020, frutto del lavoro di selezione fatto sul mio archivio durante l’anno della pandemia. Il libro è suddiviso in 6 ambienti che rappresentano i luoghi in cui mi piace collocare i miei soggetti, con un ultimo ambiente che ho voluto chiamare Porn, dove ci sono le foto a più forte impatto erotico che io non trovo volgari né pornografiche ma che tali verrebbero considerate sui social o spesso anche in alcune gallerie. 

Rispetto alla categorizzazione del tuo lavoro come fotografia erotica e underground” come ti poni? Hai degli obiettivi specifici nella tua ricerca documentaristica?

Il mio messaggio è quello di rivendicare una libertà sessuale e di espressione del corpo che viene demonizzata dal pensiero comune borghese. Mi sono concentrata molto sulle donne perché sono quelle che da sempre vengono di più sottoposte a questo giudizio. Oltre questo mi piace dare una visione del corpo femminile variegata e reale per contrastare gli standard di bellezza attuali da cui veniamo bombardati quotidianamente dalla tv, dai giornali, dalla pubblicità. Trovo che ogni corpo femminile abbia la sua bellezza e la sua poetica. 

Che rapporto hai con la condivisione del tuo lavoro sui social, in particolare su Instagram? Ritieni che possano ancora essere un buon strumento per il mondo dellarte e del visual?

Io devo molto ai social perché mi hanno dato la possibilità di farmi conoscere in tutto il mondo e molto rapidamente. Sono effettivamente un mezzo potentissimo per chi sa usarlo in modo corretto. Purtroppo però durante questi anni sono stata vittima più di una volta della censura, e la cosa più grave è che più andiamo avanti e più le regole diventano severe e ingiuste, anche oltre i limiti della legalità in quanto sono un ostacolo al sacrosanto diritto di espressione. Quindi attualmente solo una piccolissima parte del mio lavoro può essere diffusa sui social e per questo mi sono spostata su altre piattaforme. Vi segnalo il mio canale telegram aperto da qualche mese a cui si può accedere gratuitamente con questo link https://t.me/+TLiFWpuYsJX8r1lU.

Preferisci scattare in analogico o in digitale? Il mezzo tecnologico influenza molto la resa? Per i miei progetti artistici scatto esclusivamente in analogico e per i lavori di moda o di reportage per forza di cose e per praticità scatto in digitale. Non credo che il mezzo sia più importante del messaggio, sicuramente però la pellicola rende un mood che mi appartiene molto di più. Quel sapore vintage e lo-fi dei miei cari e amati anni Novanta di cui sono figlia.

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