Pier Mario Fasanotti
A proposito de "L'orco di Mussolini"

Il primo “mostro”

Marco Di Tillio ha dedicato un libro (che sembra un romanzo) alla storia di Gino Girolimoni, il mostro “inventato” dal Duce. La violenza e la morte di alcune bambine a Roma indussero il regime a trovare un colpevole. Ma il vero responsabile era un reverendo inglese...

Lunedì 31 marzo 1924, ore 18: “I giovani avvocati, uscendo dal tribunale con i vestiti scuri un po’ sgualciti e la borsa di pelle gonfia di documenti“ si avviarono verso casa dopo aver individuato l’autobus giusto. In quegli stessi momenti dell’imbrunire “quattro robusti fascisti, divisa nera e bustina in orbace, arrivarono ai piedi del Lungotevere e si fermarono a guardare con una certa insistenza le due snelle signorine bionde che bevevano alla fontanella. Commentarono ad alta voce i loro bei vestiti alla moda e i graziosi cappellini Charleston dai colori pastello. Le ragazze sorrisero appena, coprendosi per un momento le labbra con il dorso della mano, poi si allontanarono a passi lenti, con una maliziosa scrollatina di spalle. Il trm 6 proprio mentre il tram della linea 6 passava dietro di loro, davanti al Teatro Adriano“. Ecco come l’autore Marco Di Tillo disegna quell’angolo società ne L’orco di Mussolini, (255 pagine, 17 Euro, Mursia editore). 

Nei quartieri popolari si parlava romanesco stretto, talvolta al limite del turpiloquio. I bambini giocavano chiassosi per strade e vicoli, le mamme li lasciavano scorrazzare. C’era poca sorveglianza, anche verso i più piccoli. L’autore, il cui libro porta la dicitura romanzo, colma le inevitabili lacune ricorrendo al verosimile, in specie sui colloqui a porte chiuse tra alti gerarchi del Fascio.

Poco lontano dai festosi bambini era seduto su una panchina un uomo di media età, molto attento all’universo infantile. Era di media eleganza, indossava un cappello floscio e portava occhiali con stanghette di metallo. Aveva due baffetti corti di color marroncino. Uno come tanti. C’erano state, soprattutto ai margini del Tevere, delle vittime. La prima si chiamava Bianca. La vicenda aveva già avuto il suo passaparola. Pochi a quei tempi leggevano regolarmente i giornali.

Ufficio del commissario Butti, molto noto nel quartiere Trionfale e cordiale con tutti, socialisti compresi. Quel giorno aveva un’espressione sconsolata. Al giovane agente Righetti, appena entrato, spiegò il perché. Pochi secondi prima aveva terminato la conversazione avuta con un medico dell’ospedale San Giacomo a proposito della sorte della piccola Emma Giacomini, sei anni soltanto. La bimba era stata portata in ospedale dai genitori. “I medici dicono che la poverina presentava escoriazioni dappertutto, soprattutto nella zona dei genitali. ‘Se becco ‘sto schifoso, lo strozzo a mani nude…ma è stata anche…’. ‘Forse sì, lo è stata. Quello che non torna è che non sono state trovate tracce di liquido seminale’.Ma allora…’.’Mi sono informato: è possibile avere un’erezione senza eiaculazione. È raro, ma è così. Questo disturbo in termini scientifici si chiama Anorgasmia.L’anomalia sessuale, che alcuni esperti dicono non sia così tanto rara, può essere di due tipi: primaria e secondaria. Mi hanno spiegato che quella primaria esiste praticamente da sempre. L’organo maschile ha un’erezione, mentre la mente dell’uomo insegue fantasie e desideri. La secondaria pare dipenda da un trauma fisico o anche da un’operazione alla prostata’“

Queste le circostanze della morte di Emma. Una signora ha trovato un ragazzino all’uscita del cinema di via Cola di Rienzo. Piangeva. Alla donna, che cercava di rincuorarlo, ha raccontato che un uomo li ha presi per mano quando giocavano nei pressi di piazza Cavour. Li ha portati in un negozio, voleva offrire loro delle pastarelle. Il bambino si è distratto e non ha più visto né la sorella né il violentatore. “Puntiamo sui particolari, Righetti.  Non sei tu ad aver fatto il sopralluogo?“.

L’agente si schiarì la gola: “Abbiamo trovato tre cose, sono tutte in questo sacchetto: c’è un bottone di osso, rotondo. Uno di quelli che fabbricano in Friuli. Mia zia Pinuccia, che è di quelle parti, mi diceva che bottoni così li usano i signori, i ricchi. Poi c’è questa caramella. Si chiamano Cri-Cri, le fanno a Torino. Dentro c’è il cioccolato e fuori lo zucchero. Costano parecchio, mi è sembrato strano averla trovata proprio lì, dove ho rovistato. Chi ce le ha alla bella Napoli, insomma in una zona dove ci sono tante catapecchie?“. “E il terzo indizio?“. L’agente estrasse mostrò un fazzoletto, “quello che era attorno al collo della bambina“. Il commissario Butti ordinò all’agente di scrivere un rapporto. Il fazzoletto aveva l’orlo a crocette, lo sfondo era grigio-verde.

Il mattino del 4 aprile si presentò al Ministero dell’Interno un poliziotto alto e robusto (sui cento chili), occhi chiari, occhiali con montatura dorata. Era il commissario Giuseppe Dosi, di 32 anni. Apprezzato da tutti tanto è vero che alcuni lo chiamavano lo Sherlock Holmes italiano, anche se fino a quel momento si era mosso più all’estero che in Italia. Parlava correntemente l’inglese, il tedesco e il francese. Aveva conosciuto Mussolini a Milano. L’ostinato Dosi, che pure subirà umiliazioni da parte dello Stato, diventerà l’uomo chiave per la ricerca del mostro di Roma. Era capace di abili travestimenti, anche femminili. Sotto la casa dov’era nato, a vicolo del Grancio, abitava Ettore Petrolini, col quale discorreva spesso, anche a suon di barzellette. La sua appartenenza ufficiale erano gli Affari Riservati della polizia, almeno quando si trovava a Roma, e a Roma cominciò starci parecchio, se non altro per le sue competenze in medicina forense, in criminologia, biologia, chimica, matematica. Il caso Girolimoni – di questo stiamo parlando – diventerà oggetto della sua tesi di laurea in giurisprudenza, anni più tardi.

Il 4 giugno del ‘24 tre ragazzine, Piletta, Armida e Bianca detta Bianchetta, giocavano vicino al Lungotevere del Sangallo. Era quasi buio. Gli abitanti del quartiere se ne lamentavano sempre: “Ma quando li aggiustate i lampioni, che qui nun se se vede più ‘na ceppa?“. Nessuna delle bambine fece caso a un distinto signore, che lentamente scese verso l’argine. Sulla testa portava un cappello nero, floscio e aveva in mano un sacchetto di carta pieno di caramelle. E le fece vedere. Bianchetta si staccò dalle due amichette e l’uomo le chiese: “Ne vuoi un po’?“. Risalirono sull’argine.  La vide Elvira: “A Biocchetta, ma ‘ndo vai?“. E lei: “Vado con mio zio che mi compra i dolci“. E così i due, mano nella mano, si diressero verso il ponte Mazzini, davanti al carcere di Regina Coeli, per poi scendere in via della Lungara. L’uomo pregò Bianchetta di aspettarlo un momento. Entrò in un negozietto per poi uscirne con un sacchetto di cioccolatini. “Perché ti chiami Bianchetta?“. “Perchè sono sempre buona” disse, iniziando subito ad addentare i cioccolatini. Dopo averle detto che aveva le mani sporche, il “mostro“ la fece salire su una carrozza. Nota curiosa e tragica: il vetturino in seguito si tolse la vita. “Ma dove andiamo?“. “In un bel posto, vedrai“.

La tecnica dell’abbordamento sarà sempre più o meno questa. In una zona appartata, dove c’erano dei maiali. Successivamente, e per caso, un tizio scostò coi piedi dei fogli di giornale sparsi a terra. Sotto i fogli trovò il corpo di una bambina, completamente nuda, le braccia allargate in modo scomposto, il piccolo viso schiacciato sul terreno. Di fianco le sue scarpine e il grembiule che forse aveva indossato “prima“.

Quando Dosi puntò il dito verso il vero colpevole (ne parleremo più sotto) fece l’elenco delle piccole vittime: “Bianca è stata la prima. Aveva solo quattro anni, l’hanno trovata nei pressi della Basilica di San Paolo. Rosina, quattro anni anche lei, trovata vicino alla fornace di Monte Mario. Elisa, sei anni, trovata sulle sponde del Tevere. Armanda, violentata e strangolata ai piedi dell’Aventino. E poi: Emma, Celeste, Elvira. Loro tre per fortuna si sono salvate, anche se sono state stuprate“.

Gino Girolimoni

Dopo i primi delitti, la polizia decise di non far trapelare niente. Ma la gente sapeva e le notizie correvano generando orrore e, solo talvolta, prudenza. Inevitabile che le voci arrivarono ai giornali. In particolare alla Tribuna che cavalcò la notizia: “Un mostro insidioso e finora ignoto terrorizza le bambine di Roma“. Seguì un reportage di Epoca. Era, per le alte sfere ministeriali, come ammettere il fallimento della polizia. E così ci si rivolse al commissario Dosi. Il periodo era controverso a causa del delitto del deputato socialista Giacomo Matteotti, costretto salire su un auto di quattro “fascistissimi“ dalle parti di piazza del Popolo. Ci furono testimoni. Mussolini, rispondendo alle accuse dell’opposizione, scaricò la colpa sull’inefficienza di alcuni suoi uomini, e impose le dimissioni di eccellenti personaggi pubblici. Qualche tempo dopo, in Parlamento (più o meno come fece il leader socialista Bettino Craxi nel discorso parlamentare del ‘93), Mussolini si assunse la responsabilità della morte di Matteotti, in un intervento alle Camere, denso di arroganza e menzogna. Il cadavere di Matteotti fu trovato per caso da un brigadiere dei carabinieri Ovidio Caratelli che, in licenza per due giorni, decise di andare a caccia nella tenuta Quarantella del principe Ludovisi, a Riano Romano. Il suo cane poco dopo cominciò ad abbaiare e a scavare. Il brigadiere, col manico del fucile cominciò a smuovere la terra in quel punto. Trovò le ossa, dei pezzi di carne ricoperti di vermi, dei pantaloni strappati. Fu dato l’allarme e i primi ad arrivare furono due magistrati insieme col medico legale. La conferma: i resti appartenevano al deputato socialista. Il deputato, secondo il parere del medico legale, era stato ammazzato con una pugnalata secca al cuore. Poco dopo l’opposizione al fascismo decise di disertare le sedute alla Camera.

Torniamo al “mostro“. L’orribile rituale si ripete, senza che sia agganciato a date precise. A parte l’abbigliamento dell’aggressore, i delitti avvengono in zone periferiche. E poco illuminate. Qualche particolare metteva in risalto che l’uomo con il cappello floscio si aggirasse vicino al Tevere. Qualcuno cominciò a chiamarlo “fiumarolo“. Dosi, dopo altri viaggi all’estero, per i quali ebbe il plauso del duce, era fermamente convinto che il colpevole fosse sempre la stessa persona, poco importa il lieve mutare del colore dei baffetti. E così lo Sherlock Holmes romano si dedicò anima e corpo al caso, compiendo spostamenti in Italia (per esempio a Teramo) per raccogliere informazioni, in base a certi particolari che aveva messo insieme. Nella cittadina abruzzese incontrò il professor Marco Levi Bianchini, da un anno fondatore dell’ospedale psichiatrico della città e della prima società di psicoanalisi italiana. I colleghi di Dosi erano più che scettici: o per ignoranza o perché Mussolini era del tutto contrario alla tecnica freudiana. Il commissario voleva sapere il più possibile. Il medico mise da parte l’ipotesi che il “mostro“ avesse subito abusi nell’infanzia, specificando che la “preferenza“ per le bambine, nata nella pubertà, rimane costante anche da adulti. Domanda del poliziotto: “L’aggressore è vittima di un atto compulsivo?“. E ancora: “Si considera un essere superiore? Si stima? Si ama?“. Risposta netta: “Al contrario: si disprezza, anzi potrei dire che si odia, anzi si odia moltissimo“.

A Roma, in base a certe osservazioni, si cominciò a puntare il dito su un uomo sempre ben vestito, al volante di un’auto color verde. Qualcuno lo vide far entrare in macchina una ragazzina, Olga, di poco più di dieci anni. Il vice-brigadiere Giovanni Giampaoli fece ricerche accurate. Alla fine scoprì che l’uomo al volante si chiamava Gino Girolimoni, mediatore per gli avvocati, ossia in continua ricerca possibili clienti per i legali. Lo andò a trovare in via Boezio, quartiere Monteverde. Una bella casa. Sia una bambina, sia un oste (dimostratosi poi spergiuro), sia altre persone dissero che Girolimoni era proprio l’adescatore, e quindi l’omicida. Perquisizione nell’appartamento del “mostro“: dodici vestiti di lusso, cappelli e cappotti di vario tipo, una valigia dentro la quale c’erano molte foto di gruppi di bambine, ritratte nei giardinetti pubblici o per le strade. In più un fazzoletto con la cifra C, trovato attorno al collo di una delle vittime, e una camicia sporca di sangue. A quel tempo non c’erano esami del Dna. Il questore Angelucci, informato del sequestro, era raggiante, ovviamente. Caso concluso malgrado i dubbi di Dosi? Nient’affatto.

La scena si sposta all’isola di Capri. Una signora dell’alta società incontrò due volte un sacerdote della parrocchia anglicana, che tempo prima aveva abitato vicino a lei, a New York.Corsero delle voci non proprio buone su di lui; si scoprì che aveva dei precedenti. Ma quel che più contò fu che le dame di Capri vennero a sapere che aveva dato fastidio alle bambine che frequentavano la sua parrocchia romana, la Holy Trinity Church, dove prestava servizio da quattro anni, vicino alla sua abitazione, in via Po 4. Un giorno, lo sorpresero seduto su una panchina mentre aveva iniziato a sbottonare il vestito di una bimba che gli stava accanto per poi strapparle le mutandine, baciandola dappertutto. Accorse un uomo che gli dette un pugno in faccia. A Capri c’era un commissario molto informato dalle vicende romane. Il pedofilo si staccò a fatica dalla bambina, “come se fosse invasato“. Il commissario caprese lo rinchiuse in carcere. Si chiamava Ralph Lionel Brydges, 67 anni, alto 1,77, pelle semolata e sanguigna.

Immediata comunicazione alle autorità di Roma. Che mostrarono un forte scetticismo. Anzi, in un telegramma il questore Angelucci commise il madornale errore: “Grazie della segnalazione, ma l’uomo in questione non è quello che cerchiamo. Il vostro arrestato è un sacerdote conosciuto favorevolmente dal console inglese. L’assassino delle bambine è invece trentacinquenne e non settantenne“. Insomma lo scacco alla polizia era destinato a continuare. Il prete anglicano fu rimesso in libertà, malgrado il consiglio di un medico locale: “Il reverendo ha problemi mentali che lo rendono incapace di comprendere il valore dei propri atti. Se ne consiglia l’affidamento immediato a una struttura medica competente“. Niente da fare: un il fax del ministero dell’Interno “chiuse“ perentoriamente il caso Brydges.

Con Girolimoni in carcere l’Italia tirò un sospiro di sollievo. Il commissario no. Il consigliere di Stato Bocchini parlò a lungo con Dosi, per poi ordinargli di andare a Capri. Ma non per il reverendo “invasato“. Nell’isola delle sirene, considerata crocevia di depravati, pedofili, omosessuali e lesbiche, Dosi si buttò negli interrogatori (circa 300), dopo aver raccolto sussurri, mezze frasi e indicazioni utili. Il nostro commissario diventò amico del podestà e fu invitato a pranzi, cene ed eventi mondani.

Venne a sapere che Brydges che era partito giorni prima. Dosi seppe anche che il pastore era stato visto aveva mostrare le sue nudità ad alcune bambine nel porto di Marina Grande. Dosi chiamò Bocchini ed ebbe l’autorizzazione a cercare l’indiziato. Alcune autorità di alto rango ammisero finalmente: “Avevamo in casa il miglior poliziotto del mondo e noi che facevamo? Lo mandavamo in giro per il mondo“. Una volta a Roma Dosi controllò l’appartamento di Brydges, che però era riuscito a scappare in tempo. La portinaia riferì che s’era incamminato in direzione di via Veneto. Dosi, dopo aver interrogato molta gente del circondario, formò una squadra di agenti della scientifica, che sguinzagliò in una zona abbastanza vasta, compresa quella attorno alle Mure Aureliane. Riuscì, per felici combinazioni, ad avere la foto del reverendo, ritratto vicino al Tevere. Aveva appena fatto un tuffo nel fiume. Un brigadiere commentò: “Ah, commissario, c’aveva visto giusto quando parlò di un fiumarolo!”. 

Dosi venne poi a sapere che il pastore, assieme alla moglie Caroline, era salito su un treno diretto a Napoli. Il questore Angelucci, già arcisicuro della colpevolezza di Girolimoni, era in imbarazzato anche perché si approssimava il giorno del processo, e quindi di una delle più grandi brutte figure delle forze dell’ordine italiane, malgrado l’entusiasmo che aveva espresso il duce. Un agente si ricordò del “mostro“ avendolo incontrato ai funerali di Rosina ebbe il cinismo di rincuorare la madre. Dosi interrogò il vice di Brydges, tale Hunt. Questi disse che il reverendo forse si trovava in un luogo segreto, non escludendo l’Inghilterra. Per caso un uomo esperto in filatelia spiegò che era arrivata da poco una lettera con francobollo sudafricano.

Altre indagini: il reverendo libidinoso non si trovava più a Città del Capo. Intanto, il questore Angelucci avanzò l’ipotesi che Girolimoni dovesse rispondere anche di pedofilia passiva, avvenuta durante la guerra.

Tuttavia una parte dell’opinione pubblica iniziò a dubitare della colpevolezza di Girolimoni, “il colpevole inventato“. Il dibattimento fu abbastanza vivace. Il verdetto: l’8 marzo Girolimoni, che fino a quel giorno, a parte il carcere, visse un disperato isolamento sociale, fu assolto in Corte d’Appello per non aver commesso i fatti. Quando si aprirono le porte di Regina Coeli uscì l’ex mostro di Roma, con un sacco di tela pieno di vestiti. Volto triste, andatura da vecchio. Eppure aveva solo 38 anni. Per intercessione di un legale, Girolimoni e Dosi finalmente s’incontrarono. Solo qualche sguardo. L’ex colpevole fissava la finestra di una delle celle.

Ralph Lyonel Brydges

Alla fine del caso di cui parlò l’Italia intera, e non solo, Dosi riuscì a fornire al giudice Marciano un faldone contenente tutti gli indizi a carico di Lionel Brydges. Sufficienti a mettere il prete alle spalle al muro in quanto esplicitamente colpevole dell’aggressione di sette bambine (tre delle quali soltanto stuprate). Sapendo che la nave su cui viaggiavano Brydges e consorte stava per arrivare a Genova, Dosi salì a bordo e inchiodò l’anglosassone, che, dopo un attimo di smarrimento ebbe parole di protesta. Rivolto agli ufficiali inglesi: “Che fate voi qui a Genova? Ubbidite come servi agli uomini di Mussolini?“. Dosi raggiunse in fretta la cabina dei coniugi Brydges. In una delle valigie trovò due album rilegati, sui quali erano incollati ritratti di bambine da due a sei anni. Alcuni risalivano al periodo in cui il “vero mostro“ aveva soggiornato come catechista a New York. Dosi trovò anche alcuni fazzoletti; su uno dei quali era cucina la lettera C. Lo stesso era stato trovato al collo di Elisa Berni, strozzata sul greto del Tevere.

Brydges fu rinchiuso il carcere per poi essere trasferito all’ospedale psichiatrico di Monte Mario. Il capo della polizia, sentito un medico, disse: “Secondo me potete farlo uscire subito“. Il duce prese una decisione: “Levatemi di torno questo Dosi. Lo si mandi in un bel posto, in provincia.

Il gigante commissario passò molto tempo a Cortina (dove sua moglie Giulia partorì una bimba senza vita) e ad Assisi. Fu nella città del santo che Dosi iniziò a scrivere la sua tesi di laurea. Senza dimenticare le ricerche. Scoprì che altre aggressioni: a Venezia, a Berlino e in Sudafrica. Tallonato dai poliziotti Brydges fu ferito a una gamba dl proiettile sparato da Dosi. Il quale ebbe un incarico in provincia di La Spezia. Dopo una sequela di trasferimenti seppe che il duce, che aveva letto la sua tesi, aveva ordinato la sua incarcerazione. Uscì dal carcere nel ‘41 ed ebbe qualche lavoro (anche all’Eiar, la Rai di quei tempi) e incarichi dai liberatori di Roma, la qualcosa favorì i suoi spostamenti all’estero, sempre alla caccia del prete. Giunse nell’Inghilterra del sud. Fu lì che rintracciò la casa dove abitava Brydges. E si trovò davanti il mostro, al quale lesse l’elenco dei suoi crimini. Il prete non fu mai ufficialmente incriminato. Visse l’ultima parte della vita da uomo libero. Del resto, anni prima, Mussolini l’aveva fatto liberare.

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