Arturo Belluardo
“Il punto di vista del sole” di Marzia Grillo

Viaggi nella parola

L’autrice modella la «vera essenza del racconto contemporaneo, che è il terreno della sperimentazione, della fascinazione linguistica dell’estro». Lo fa con l’esperienza di editor di lungo corso, dominando l'arte della scrittura, lavorando «sul linguaggio e sui sentimenti che ne trasudano»

L’attacco è folgorante. «Preferirei di no, davvero, aveva detto d’istinto la donna, sfiorando l’acqua con la punta delle dita. Non le sarebbe servito a nulla riflettere». Sappiamo già dove ci troviamo, in questa magnifica raccolta di racconti di Marzia Grillo, Il punto di vista del sole (Giulio Perrone Editore, 128 pagina, 16 euro). Ci troviamo dalle parti di Melville, solo che la balena bianca da arpionare è una donna, bersagliata dalle proposte di matrimonio del suo fidanzato, diciannove fiocinate, il doblone spagnolo di Achab è l’anellino di fidanzamento e il Pequod è un pedalò a forma di cigno, dondolante sulle acque, mai dolci, del lago di Bracciano. Ci troviamo, attraversando la silloge, lungo un percorso costellato da riferimenti letterari, da giochi metaletterari e metalinguistici, da elenchi surreali e poetici: «I pesci rossi respirano a una velocità incostante, che puoi riempire d’oro. Hanno scaglie arancioni, occhi di brina. Ballano sulle dorsali sempreverdi dell’amnesia, tra castelli di alghe o di plastica, a seconda della loro fortuna e sfortuna. Costruiscono e distruggono imperi enormi, ma dimenticano ogni volta di averli posseduti o rasi al suolo». Non è certo un caso, Marzia Grillo è una editor di lungo corso, per anni è stata una delle colonne portanti della Elliot Edizioni, sa la materia che modella, che mastica e che poi sputa in un linguaggio rarefatto e lussureggiante, incantato e malinconico. D’altra parte, fa dire Marzia a una delle sue personagge, «… La letteratura è prevedibile. La struttura narrativa ha i suoi alti e bassi, i corsi e ricorsi del lieto fine».

È distacco ironico, è avviso ai naviganti: facciamo un gioco assieme, sembra dire l’autrice, fai una partita con me (magari a backgammon, come in Odissea, dove la protagonista non riesce a sacrificare le sue pedine, arriva a barare pur di proteggerle), ti porto per mano, dice, lungo un sentiero di luoghi che – forse – hai già visitato, ma che ti voglio far vedere con sguardo soffuso, con cristallino da cataratta, con luce crepuscolare, dove le persone e le ombre si confondono e non sai più se quelli sono sogni o ricordi. I racconti di Grillo seguono i raggi dell’impressione, più che della trama, raramente sfociano in un finale (e se il finale c’è, certo non è lieto), preferiscono rimanere appesi, dimenticati su un attaccapanni, come un vecchio cappello di paglia di nostra madre che ormai non potrà indossare più. Li snoccioliamo come, sempre in Odissea, «il campione in carica snocciola i voti come telline: si attarda a sgusciarli, si perde nella minuzia delle sillabe».

Il bello di questi racconti è che contengono in sé la loro chiave di decrittazione, confessano, sparse nelle pagine, le cifre stilistiche che l’autrice ha adottato. Grillo ci dice come ha scritto i dialoghi ne Il cigno: «I dialoghi galleggiavano piano, avanti e indietro, con i verbi spaiati. Le domande erano isole, le avevano spiegato in terza elementare. Le risposte continenti». Ci dice la struttura che ha adottato in Matrioska. È una matrioska questa raccolta, ogni racconto una scatolina di fiammiferi con dentro nascosto il rotolino di una poesia, e dentro il rotolino, un rimpianto, un dolore. Il dolore per una madre perduta troppo presto, per una madre che parlava una lingua simile e difforme dall’italiano, una madre che vendeva oggetti come perle, pur essendo bigiotteria. E Marzia che offre racconti-gioiello, spacciandoli per bigiotteria. È straziante il ricordo che Grillo ne costruisce in Siediti, cara!, racconto fintamente autobiografico, sviluppato attorno al processo e alla fucilazione di Ceausescu, visto dagli schermi e dagli occhi della bambina che Marzia non fu, della madre rumena, della nonna affetta da demenza senile. È costellato, il racconto, di finte note d’autore a piè di pagina, che si fanno narrazione interrogativa e deviata a loro volta, fino alla nota del redattore che si chiede: «Quanto le è costata la fuga?».

Insomma, Marzia Grillo viaggia nella vera essenza del racconto contemporaneo, che è e deve essere il terreno della sperimentazione, della fascinazione linguistica dell’estro. Si abbandonino le trame e si lavori sul linguaggio e sui sentimenti che ne trasudano; viviamo ormai in non-luoghi afasici, terminal di aeroporti dove si grigliano le rondini in primavera, e abbiamo necessità di libri così, che ci facciano fare viaggi nella parola e nello stile, che ci dimostrino come il punto di vista del narratore onnisciente, il punto di vista del sole, il punto di vista di Dio, sia pronto a tracollare in prospettive sghembe, che mescolano ombre mistificate da lampioni con rantoli di rime poetiche. E ancora una volta Grillo ci conferma come siano le narratrici a dominare l’arte del racconto, a trovare spirali insolite e fiammeggianti. Joy Williams, Lucia Berlin, Grace Paley (per tacere della Munro) ne hanno fatto corpus esclusivo e feroce. Marzia Grillo ne è degna erede.

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