Silvia Zoppi Garampi
A proposito di "Petraio"

Le pietre parlano

Il nuovo libro di Silvio Perrella è quasi un dialogo dell'autore con la materia, con le pietre della terra che danno concretezza alle emozioni. Una personalissima guida al recupero di un rapporto concreto con le radici e con il presente al tempo stesso

Se il viaggio è la metafora della vita terrestre, poi riflessa nella letteratura, con Petraio di Silvio Perrella (La nave di Teseo, pp. 396, 25,00 €) ci si trova dentro un percorso: dimensione più circoscritta, intima e definita. Si usa parlare di “percorsi di recupero da dipendenze”, giusto per fare un esempio, o di “percorsi accidentati”; proprio a questa seconda possibilità il termine petraio sembrerebbe alludere. «Il Petraio ‒ come scrive l’autore nella bandella ‒ è un quartiere di Napoli. Mi piace ripercorrerlo, ci sono silenzi, scale funicolari, rapimenti dello sguardo e del cuore. […] La Petraia è però anche una delle parole che Dante nomina nel suo Purgatorio, quel luogo in salita, fatto a balze, dove a ogni salto di quota corrisponde una conquista verso la luce. Quando di notte risalgo a piedi il Petraio non posso non pensare al poeta delle rime petrose».

Il libro è composto da 184 frammenti narrativi, ognuno di poco più di una pagina, ripartiti in Tufo, Calcare, Pomice: tre sezioni inframezzate da due sequenze fotografiche Radure e Radure II di Antonio Biasiucci, graffiti su ceppi (quasi lame metalliche) dell’artista della ritualità come processo incessante di creazione e distruzione. Una poesia in tema, Rolling stones,rivela una passione e chiude il volume.

Perrella scrive le sue visioni in un periodo di silenzio e solitudine imposto dal susseguirsi lacerante dei D.p.c.m. per contrastare la pandemia. Le strade deserte permettono esperienze inedite, mai immaginate prima, lasciando agli occhi l’ascolto: perché l’elemento che forse colpisce di più in questo libro è la figura retorica della personificazione. Perrella in modo spontaneo, direi francescano, anima il mondo minerale, un vicolo, un muro, una scala acquistano un respiro, possono ansimare, ridere o piangere, abbracciare e sostenere. Non sono tanto simboli di una vicenda millenaria, di una complessa stratificazione storica, delle stagioni di un’esistenza; vivono come persone, si sostituiscono a esse, non sappiamo se preferibili.

La prosa piana a tratti elementare, spesso ripetitiva, impreziosita da lemmi ricercati è scelta dal pellegrino per investigare e interrogare territori a destra e a sinistra, in alto e in basso, da molteplici punti di vista per fissarli e farli dialogare: «Le città sono depositi d’immagini da tenere a mente; immagini come poesie imparate a memoria che al momento giusto ci si recita tra sé e sé. Così: per farsi compagnia, per lenire la malinconia, per tenere in allenamento la lingua». La personificazione non riguarda solo le rocce scoscese, dirupate, aguzze o levigate come una boccia; a parlare, guardare, salutare, desiderare, singhiozzare, urlare sono anche le opere d’arte: cupole, statue equestri, fanciulle inquiete issate su piedistalli, angeli dipinti, absidi stellate. Il pensiero crea forme, tratteggia scene e controscene, definisce scorci e prospettive, coreografie tra linee rette e curve. Danze cromatiche accompagnano un andare nostalgico eppure costruttore di geografie interiori destinate a varcare le colline e le insenature partenopee per raggiungere Palermo, dove Perrella è nato, per risalire alla Milano del bar Jamaica quando ancora i poeti sfilavano in via Brera.

I pochi uomini che entrano in Petraio offrono un’eco alla voce narrante del viator: per interposta persona ne scoprono la sua poetica, radici della propria erba. Sono le non rare citazioni che intarsiano i quadri di Perrella a offrirci attraverso effetti di mise en abyme delle chiavi di lettura: le scatole sublimi di Joseph Cornell, in cui superficie, forma, consistenza e luce giocano insieme; un frammento di Augusto Monterroso, maestro di una narrativa breve e vertiginosa; i muri grezzi di Thomas Jones; le mai troppo ricordate bottiglie di Giorgio Morandi e gli scatti di Luigi Ghirri. È il mondo di Perrella, sono soltanto alcuni dei maestri ideali che popolano un purgatorio nel quale tra vivi e trapassati nasce un legame liturgico celebrato dalla parola.

Dal saggio su Italo Calvino (Laterza 1999) a quello centrale sulla scrittura nomade di Goffredo Parise (Rizzoli 2003), a Giùnapoli (Neri Pozza 2006) e a Doppio scatto (Bompiani, 2015), fino ai testi più recenti, Perrella segue una ricerca letteraria personale sempre più en plein air dove lo sguardo sollecita l’emozione e la memoria. In Petraio interroga le forme della materia, e la trasforma in pura geometria, in luce.

Tutto diverso era il dantismo petroso di Ungaretti: in una lettera da San Paolo del Brasile dell’8 novembre del 1967, in quello che definisce «il più bel viaggio che si possa immaginare in Perù», con l’amata Bruna, il “vecchio ossesso” descrive la cima del monte Cuzco: «Una selva di guglie altissime, prima di pietre nude, poi di pietre coperte d’un pallido verde fitto: un paesaggio d’inferno, ma il più mirabile che ci possa essere. Dantesco, certo dantesco».


La fotografia accanto al titolo è di Roberto Cavallini

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