Sergio Buttiglieri
Al teatro Metastasio di Prato

Giorni infelici

Il regista Massimiliano Civica riporta in scena (con Monica Demuru) "Giorni Felici" di Samuel Beckett. E, immancabilmente, ne fa un epilogo sulla morte e sulla caducità delle nostre esistenze

In questi giorni poco felici, al teatro Metastasio di Prato, una coppia innestata in un iconico cretto che tanto ricorda quelli di Burri, tenta un vano insignificante dialogo. Lei, sempre issata alla sommità del cretto, immersa sino alla vita e lui nascosto alla base che emette rumori primordiali. Un dialogo fra i due che tanto ci fa venire in mente la nostra quotidianità. Le non risposte, il non accadere nulla.

Winnie, la protagonista di Giorni felici, celebre piece di Beckett, interpretata egregiamente – qui a Prato – da Monica Demuru con l’asciutta regia di Massimiliano Civica, si fa le unghie, si da il rossetto, legge con la lente d’ingrandimento le componenti della spazzola con cui si pettina. Beve l’ultimo sorso di medicina, si lava i denti con il dentificio anch’esso alla fine.

Come è, in fondo, alla fine del suo rapporto con Willie, interpretato con efficacia da Roberto Abbiati. Che sa magari russare, ma non sa dialogare con lei. Sa soffiarsi rumorosamente il naso ma non sa risponderle. Al massimo riesce a comparire di spalle mentre legge il giornale aperto alle notizie di cronaca nera o agli annunci economici.

Una Winnie che si domanda se avrà mai il coraggio di stare da sola. C’è cosi poco che si possa fare. Persino le parole, a volte, mancano. «Dovrò imparare a parlare da sola», si auto informa Winnie. «Solo sapere che sei a portata d’orecchio è già fin troppo per me», dice Winnie a Willie silente. Niente da dire, niente da fare. I giorni passano senza che si sia fatto niente. Qualcosa sembra che sia successo e invece niente è successo. Il carillon, che a un certo punto Winnie fa suonare, stimola Willie a canticchiare ricordando a entrambi i loro “giorni felici”. 

A un certo punto cala il sipario per un paio di minuti. Quando risale, troviamo Winnie ancora più sommersa dal cretto. Questa volta fino alla gola. Willie senza opinioni tace nel suo sempiterno gelo. «Qualche volta sento dei suoni. Aiutano a far passare il tempo. I suoni in fondo sono delle piccole lacerazioni. Le cose hanno una loro vita». I giorni passano senza che si sia fatto niente. «La tristezza che percepisci dopo aver ascoltato una canzone è anche la tristezza che senti dopo un rapporto sessuale».

E Willie ricompare sempre strisciando con in testa un cappello a cilindro e cerca, senza riuscirci, di arrampicarsi verso la sommità dove è sepolta Willie. Perfetto simbolismo del loro distacco, forse esistito fin dall’inizio del loro rapporto. Il sipario cala definitivamente sulle loro ineluttabili solitudini che tanto ci ricordano le nostre vite non risolte. Con tutto quello che potevamo fare e non abbiamo fatto: Beckett è sempre attualissimo. Giorni felici è un testo del 1961, ma ancora oggi ci narra il nostro tempo. Si aggiunge armonicamente a quel seguito di sonate su una corda sola cui si riduce il suo inconfondibile teatro. Qui percepiamo – ancora più che in Aspettando Godot, in Finale di Partita, in Ultimo nastro di Krapp – l’elemento ferocemente provocatorio che è in fondo all’opera di questo autore: in Giorni Felici c’è l’impossibilità di vivere, anzi addirittura di eseguire un qualsiasi movimento significante. Beckett ci ricorda implacabilmente che l’uomo è un insieme di fatti fisici destinati a dissolversi per sempre nella morte. Il tempo delle nostre vite è in realtà l’attesa di un ultimo istante crudelmente differito e insieme crudelmente imminente. Ed è per questo che i personaggi di Beckett sono non già degli uomini ma dei pagliacci dell’esistenza.

Cosa sta quindi alla base del pensiero di Beckett insignito nel 1969 del premio Nobel per la letteratura? Io direi, come ben ci ricordava Nicola Chiaromonte, «la coscienza della fine non già del mondo o dell’uomo, ma di quella visione naturalistica e evoluzionistica del mondo che è l’ultima credenza dell’uomo moderno».


La foto accanto al titolo è di Duccio Burberi

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