Giuseppe Grattacaso
Quelli che pensano (anche) con i piedi

Tra calcio e tempesta

Ritratto di Walter Sabatini, un uomo che vive di calcio alla sua maniera. «Emily Brontë scrisse che solo gli inquieti sanno quanto sia difficile sopravvivere alla tempesta e sanno però anche quanto sia impossibile farne a meno. In queste parole c’è tutta la mia vita». Ora ci riprova con la Salernitana

Il calcio vero, quello d’altri tempi, è ormai solo un ricordo sbiadito, soffocato come la voce di Ciotti, sibillino come le fughe verbali di Niccolò Carosio. Altri tempi, altra magia, le radioline attaccate all’orecchio, le ali destre con il pallone incollato al piede, tanta tecnica e poca strategia, i corpi smilzi dei centrocampisti, i sogni vaghi dei portieri, pochi muscoli gonfi, l’incedere compassato del regista, nessun tatuaggio. Un gioco per pensatori e mediani. Qualche poeta, diversi saltimbanchi. Un po’ calcio, un po’ follia, passione. Tempi andati.

Ditelo ad altri. Non qui, non ora. All’ombra del castello di Arechi, salernitano d’origini longobarde, duca di Benevento, che sposò Adelperga, figlia del re Desiderio, qui dove ad Arechi è dedicato lo stadio ad un passo dal mare, da qualche giorno il calcio è di nuovo scritto nelle pagine di un romanzo. Proprio ora, con la squadra ultima in classifica in quella serie A nella quale mancava da ventitré anni, data già per retrocessa, a Salerno il calcio vuole provare ad essere ancora un dribbling, una scossa, l’insania di una speranza imprudente. La tensione di una vicenda da romanzo, un racconto che si vorrebbe continuare a scrivere.

Frank Ribery

Le facce dei calciatori di maggior carisma e di più antico lignaggio sono a dimostrarlo. L’espressione accigliata da Isola del Tesoro del pirata Frank Ribery, francese del dipartimento del passo di Calais, classe 1983, un passato glorioso nel Bayern Monaco, approdato a Salerno già con il mercato estivo; lo sguardo contrariato da tanguero malinconico di Diego Perotti, cresciuto nelle giovanili del Boja Juniors, superare l’avversario una milonga senza sorridere, il calcio è un pensiero triste che si balla; il piglio da gaucho di Federico Fazio, anche lui argentino, già glorioso e poi dimenticato Comandante della difesa romanista, bisnonni partiti un secolo fa dal porto di Salerno con il futuro nel Sudamerica e la disperazione della miseria abbarbicata al presente.

Tanti i comprimari, con altri volti e altre storie da raccontare. Chi prova a scrivere la trama è Walter Sabatini, direttore sportivo con la fama di scopritore di talenti. Da qualche giorno alla corte di Arechi, voluto dal neopresidente della Salernitana Iervolino, ha rivoluzionato la rosa della squadra, ha ridato entusiasmo ad una tifoseria avvilita e ossigeno ai desideri. Mantenere la serie A è un’impresa impossibile? «Non sono mai retrocesso – fa eco lui – e poi credo nell’emozione popolare, la passione di tanti scardina le sequoie».

«Io non ho perso la poesia – aveva detto un tempo – ma il mio modo di pensare il calcio è diverso da quello degli altri. Per me il pallone è una sfera magica, l’Aleph di Borges, ci vedo l’universo intero, mentre altri notano solo la sfera di plastica. Il calcio attrae vanità, perché intorno al calcio ci sono nani e ballerine. Diventa una patologia, ti fa pensare che sia importante solo un calcio d’angolo».

L’importante insomma non è la frenesia di un mondo sempre sopra le righe, la vita: se esiste davvero, è comunque da inventare, una scommessa racchiusa in una sfera magica. È indispensabile allora costruire storie da raccontare, con le quali commuoversi, se è ancora possibile, e soprattutto far commuovere. Non si può che costruire il futuro: «Restituire gioia a una città intera sarebbe importante per il mio futuro, perché c’è sempre un futuro, non penso a una vita crepuscolare, declinante».

Di fronte a chi in passato gli faceva notare l’anomalia della sua presenza in un sistema in cui vigono regole e consuetudini che non sono le sue, ha ribattuto: «Sono loro gli anormali con la loro prosa del nulla. A me sembra di insultare una persona se gli propino una banalità».

A Salerno da qualche giorno grazie a questo uomo di calcio, un po’ Gatsby, un po’ Aureliano Buendia, la lingua vorrebbe essere meno sciatta, via il grigiore delle frasi fatte, forse non ancora poesia, ma certo prosa da romanzo. Ma lui avverte, ricordando la disperata posizione in classifica, «è vero, la situazione è poco meno che tragica, senza scomodare per questo Shakespeare, ma siamo tutti qui per lottare», quindi «non sopporterò i giocatori che sono alle prese con i dolori del giovane Werther». A proposito di romanzi, qualche anno fa a Giancarlo Dotto che lo intervistava per il Corriere dello Sport, confessò con la voce roca di chi è stato un fumatore accanito e col respiro affannato di chi ha un solo polmone in funzione, «la cosa che mi fa stare peggio è essere colto in flagranza d’ignoranza». E gli raccontava di aver provato «un briciolo di risentimento» nei confronti di Sergio Rubini, incontrato a Genova insieme ad altri attori: «Parlavamo di cultura ebraica, del mio amore per Saul Bellow. Lui mi fa, il più grande di tutti è Isaac Singer». Sabatini ci rimase male, perché Singer non l’aveva mai letto. «Ho comprato subito l’opera omnia».

L’uomo è questo. Passione per il teatro e per la letteratura. È inevitabile popoli il suo calcio di eroi, di danzatori, di filibustieri, di sudamericani amanti del realismo magico, di giovani pie’ fatati, di personalità ispirate, a volte solo appassionate, a volte anche fragili.

Walter Sabatini scrive i suoi romanzi per la gioia degli spalti, racconta, non sogna («ho smesso di sognare, perché dormo troppo poco»). E scappa, ha poco fiato ma scappa, insegue, lui dice, per non farsi inseguire. «Da cosa scappo? Non lo so. Di sicuro sono un fuggiasco. Patemi incredibili. Non riesco a stare seduto a tavola con le persone addosso. Sarà un segno di senilità. E non posso avere amici. Non sopporto le conseguenze dell’amicizia».

Dice di essere “estraneo alla vita” e che solo il calcio ha avuto il potere di rendergliela sopportabile. A ben guardare, è già materia di un racconto. «Emily Brontë – dice nel corso della prima conferenza stampa a Salerno – scrisse che solo gli inquieti sanno quanto sia difficile sopravvivere alla tempesta e sanno però anche quanto sia impossibile farne a meno. In queste parole c’è tutta la mia vita. Anche questa è una tempesta, ma sono felice di essere qui, non posso farne a meno».

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