Andrea Carraro
Ancora su "Il colore del sangue"

Anatomia di Greta

Viaggio all'interno del nuovo romanzo di Paolo Restuccia. Non solo per entrare nelle pieghe della storia e dei personaggi (insieme a Greta, la protagonista), ma anche per scoprire che in fondo l'esterno e l'interno di un buon libro dialogano

Giuseppe Pontiggia – che era un appassionato bibliofilo, grande frequentatore di librerie di ogni tipo, diceva di fidarsi della forma esteriore con cui si presenta il libro quando si va in una libreria. “Fidati degli aspetti cosiddetti superficiali: – questa la citazione esatta, – la copertina, la grafica, l’impaginazione, il titolo. Parlano come etichette sobrie di vini nobili. Mi è accaduto, seguendo le apparenze, di scegliere al buio e di scoprire per questa via autori, libri, editori. Sono solo i superficiali, diceva Wilde, che non si fidano della prima impressione”.

Allora, seguiamo questo spunto, immaginiamoci in libreria, abbiamo puntato l’attenzione su un certo libro che si mostra sul banco fra altre novità in esposizione, attirati dal colore rosso acceso e brillante del volume. Un rosso anche nel titolo – Il colore del tuo sangue – un rosso nella immagine di copertina, un volto regolare di giovane donna, imbrattato grondante di rosso che sembra pomodoro o salsa di mirtilli e forse lo è oppure è vernice? – un rosso che le sta colando in una goccia dalla punta del naso. Un rosso che riempie tutto lo spazio, insomma, e intimidisce e quasi spaventa. Che ci vuol dire l’autore? Che sarà? Non farò meglio a lasciarlo – ci si chiede chini appena sul bancone tappezzato di volumi di ogni forma e colore, fra il desiderio di prenderlo, o di evitarlo all’ultimo momento. Un libro horror-pulp-splatter!, tutto effetti speciali e scannamenti?, uhm, vediamo meglio.

Prendiamolo in mano dunque. Apriamolo e subito leggiamo un’Avvertenza che un poco ci rassicura.

“Nella mente della protagonista di questo romanzo, compaiono molte scene di film. Il lettore può riconoscerle alla fine della storia.”

Uhm. L’autore dev’essere un cinefilo; e già instaura un dialogo col lettore. Poi la dedica, soffermiamoci un momento sulla dedica, che è una frase – non firmata, quindi appartenente all’autore, quasi una dichiarazione di poetica, che ci suggerisce ancora un modo, una chiave per leggere il libro: «Questo romanzo è dedicato a chi crede nelle storie. Cosa che una volta o l’altra potrebbe salvargli la vita».

 Paolo Restuccia, dunque, sbirciamo le note Biografiche a questo punto: “scrittore, regista radiofonico, dirige una scuola di scrittura creativa”: se non ci crede lui alle storie!, ci viene da pensare.

Eccoci in fila alla cassa, col libro di Restuccia in mano, che non passa inosservato, – siamo tenuti d’occhio da un paio di acquirenti, fra cui una tizia alta coi capelli crespi, brizzolati, dall’aria antipatica, con in mano dei libri che non riusciamo a decifrare, ci scruta, prima noi poi il libro rosso che abbiamo in mano, alternativamente, già un po’ giudicandoci forse; una snob che odia il genere? – mentre passiamo alla bandella, giusto un occhio,  anche se ormai abbiamo deciso, alla faccia della vecchia – bandella che ci parla, isoliamo qualche parola, di una filmmaker, di una insegnante di cinema, di armi chimiche, progetti militari di distruzione di massa…

L’anziana – che avrà i nostri anni, o poco più, – non ci perde d’occhio, e adesso mette in mostra un suo libro fra quelli che vuole acquistare, dalla copertina sobria color grigio o bianco.

E noi passiamo a leggere l’incipit del nostro, già che ci siamo. Mentre sfiliamo davanti alle casse per pagare ancora sotto il fuoco dello sguardo della tizia che esibisce orgogliosamente un classico di Cesare Pavese, che ora riusciamo a decifrare, Dialoghi con Leucò, un autore, piccolo inciso, che Pasolini detestava in modo radicale, eccessivo. Chiuso l’inciso.

ADESSO

E di colpo un brivido percorre la sua colonna vertebrale che sussulta come la crosta terrestre scossa dall’onda di un terremoto. Un particolare sfuggito le appare con chiarezza, allora ferma l’immagine e la fa tornare indietro, poi la manda di nuovo avanti e poi la mette in pausa. Greta capisce di essere in pericolo anche lì, dentro casa sua, perché adesso sa che non ha capito niente fin dall’inizio, mentre il bambino accucciato sulla sedia da regista fa un mugolio come se qualcosa avesse disturbato il suo sonno.

Strano quell’Adesso! Chissà che vuol dire, forse c’è un Dopo, o un Prima…  lo capiremo. L’autore continua a lanciare esche, a seminare indizi. No, niente splatter dunque, niente pulp, serial killer o satanismo o simili.  No, siamo altrove.

Il sangue c’entra, se lo volete sapere, e quasi quasi lo diremmo all’anziana antipatica; ma in senso figurato, traslato, come capiamo presto, – un sangue che rappresenta il Male, e che pare allargarsi e addensarsi andando avanti nella narrazione: c’è il sangue prelevato,  analizzato da  un laboratorio di analisi per un folle distopico progetto scientifico-sanitario-militare; ci sono le “alte sfere”, ci sono le armi chimiche, ci sono segreti militari e misteri, da nascondere, da insabbiare… un po’ come nel primo suo romanzo, La strategia del tango, a ben vedere, che era un giallo grottesco-satirico di ambientazione militare con addentellati nella politica, nei servizi, nella malavita romana – ecco dove va a parare l’autore, cominciamo a capire di più, riconosciamo le sue coordinate – ma qui c’è in più, ci pare, rispetto alla Strategia del tango, una realtà/società liquida, fluida, come si dice oggi, dove i poteri si allontanano dal controllo delle persone, una realtà da catturare, da fissare, nelle sue frammentate falsificazioni, finzioni, manipolazioni multimediali, filmiche televisive; c’è soprattutto una filmmaker che ficca il naso dove non dovrebbe, e documenta tutto attraverso la sua telecamera che è una specie di idrovora di immagini… mentre nella Strategia era un alpino cinquantenne a sbrogliare la matassa…

Ma c’è anche il sangue vero, reale, di un paio di omicidi ripresi per caso dalla telecamera della protagonista, lo abbiamo detto, che porta il nome di un’attrice bellissima degli anni 90, Greta Scacchi, – ed è un bel personaggio, una coraggiosa, vitale, incosciente eroina dei nostri anni, appena ventenne, o giù di lì, che si trova – del tutto realisticamente – ci credi fino in fondo – in mezzo a un sacco di casini… al crocevia di due omicidi, per uno dei quali è anche sospettata, come amante della vittima, la sua insegnante di cinema Rossella Gardini. Ha una sfiga nera questa ragazza, sembra via via che la storia avanza, ma un po’ se le cerca pure. Per via delle sue riprese compromettenti con la telecamera a 360 gradi, lo abbiamo detto, che si porta sempre dietro, quasi come una terza mano, dico l’apparecchietto, assieme allo smartphone talvolta nascosti, mimetizzati dagli indumenti, che usa in modo a dir poco spregiudicato; ma si mette nei guai – la giovane Greta Scacchi, anche per una serie di vicende personali, sentimentali, per la sua giovanile sventatezza, per la sua tensione morale, civile… la sua vicenda personale, individuale si allarga nel corso del racconto e finisce per riguardarci tutti.

Greta, già in sé una citazione, è un personaggio reale, vivo, vitale, anche sessualmente, con gusti sessuali etero e gay indifferentemente che si sono rivelati già nel passato, nei tempi del liceo. (“Pensava di essere un tipo umano originale spuntato per caso, una singolarità dell’evoluzione, una sorta di mutazione genetica delle preferenze sessuali.”).  Restuccia racconta il sesso senza pruderie, senza morbosità. Ma dandogli il giusto rilievo erotico-sentimentale.

No questo non è un romanzo di genere in senso tradizionale. È un romanzo di letteratura, un romanzo mainstream, un romanzo di spirito postmoderno che usa, fra gli altri,  il genere del racconto poliziesco di indagine, del racconto nero, ma sovvertendone gli schemi (l’indagine la fa non il commissario, la fa Greta, almeno la più capillare e importante, l’ispettore dei carabinieri, Del Re, arriva sempre dopo, con effetti anche comici), per parlare d’altro, come spiega molto bene Matronola nella sua recensione apparsa su succedeoggi.it, che nel frattempo ci siamo andati a leggere. Dove la scrittrice analizza a fondo il romanzo di Restuccia, da svariati punti di vista, riconoscendone con acume critico i punti sensibili, gli obiettivi, soprattutto quella che chiama “la conoscenza visiva della realtà”.

Guardare il mondo da un obiettivo, – scrive Matronola – che sia la videocam del cellulare o un vero e proprio strumento video cioè una vera tele/cine camera, non è solo il filtro che tendiamo a interporre tra noi e ciò in cui inciampiamo. È proprio un metodo di avvicinamento/allontanamento dalla famosa verità.”

per poi concludere: “Intendiamoci, si tratta di un noir. Ma la fine tessitura della pagina lascia trapelare una osservazione anche sapientemente antropologica delle figure che vi si muovono”.

A ogni modo, riprendiamo il filo. Abbiamo una doppia indagine – quella privata, rischiosa, della filmmaker e quella ufficiale del dirigente, dell’ispettore dei carabinieri che la sospetta, la fa pedinare, la studia, con cui la giovane avrà anche una breve e deludente storia di sesso, indagini che ogni tanto si intersecano. Questo personaggio mediocre è descritto con occhio satirico e grottesco: ha anche una cadenza buffa che si conclude con un sì durante gli interrogatori. Cade spesso in contraddizione, con lei, con Greta.

La trama è ingegnosa: non sto a dirvela: tutto torna, o almeno così mi è sembrato, fra interrogatori privati, schermaglie, scene madri, rapimenti (Greta rapisce un ragazzino dal laboratorio di analisi, Nadir, per salvarlo, ma anche per un inaspettato impulso materno che la emoziona e la sorprende, e fra i due si instaura un breve e intenso rapporto) disvelamenti drammatici (come quello del volto sfigurato dell’amica-amante ritrovata e confidente Anissa Akram, uno dei momenti più forti del libro, anche lei implicata, insieme al fratello Farid,  nelle indagini ufficiali dei Carabinieri, sfregiata per punizione), quando si toglie il niqāb: “A guardarla con attenzione, la pelle appariva scavata in due lunghi solchi verticali. Altre due cicatrici dai bordi frastagliati l’incrociavano e allargavano il taglio della bocca di Anissa, dove un coltello doveva aver inciso la pelle a destra e a sinistra delle labbra carnose che erano ricoperte da un rossetto blu come lo smalto che portava sulle unghie.” Le due giovani si trovano in quei frangenti in un bar etnico, il bar Tong: videoclip proiettati sui maxischermi con canzonette orientali a tutta callara, un posto che pare accogliente a loro – sono in una saletta appartata, e particolarmente adatto alla confidenza e al disvelamento.

Piccolo inserto soggettivo. I colleghi di Genius mi prendono in giro quando parlo del postmoderno perché mi capita di citarlo spesso nelle lezioni, mi sa che mentre ne parlo prendo un’aria professorale un po’ improbabile, e comunque è proprio di tale categoria che bisogna dire per questo libro, e in generale per la sua letteratura,  è la sua categoria estetica per elezione direi: per cominciare abbondano le citazioni – di libri canzoni film spettacoli, ma soprattutto film coerentemente col personaggio di una filmmaker, – e il citazionismo (qui anche allusivo, camuffato fin dall’avvertenza che rimanda al glossario finale dei film citati) – il citazionismo è proprio una delle cose che caratterizzano di più il postmoderno letterario, con il “riutilizzo di qualunque fonte”, (Treccani) dalla letteratura alla filosofia alla musica, dalla scienza all’arte, dalla pubblicità ai videogiochi, dai personaggi dei fumetti e della letteratura a quelli delle serie tv.  Insomma, proprio tutto può essere materia di nuova narrazione, in cui è abolita ogni distinzione tra i prodotti alti della cultura e quelli della cultura di massa. E poi la tendenza al pastiche, imitazione dello stile di qualcun altro, cioè alla fusione, alla commistione, di vari generi. Anch’essa presente nel Il colore del tuo sangue, che contiene al suo interno i codici del noir, del thriller distopico, del romanzo sentimentale, del romanzo erotico e li alterna senza che tu lettore ci faccia caso. Ultima qualità del postmoderno in letteratura che troviamo rispecchiata nel libro di Restuccia, forse la più importante, è la riflessione/interrogazione sulla verità, sul rapporto fra la realtà/verità e la finzione, in  un mondo mediatico dove realtà e finzione si mischiano:  è pieno di aforismi sulla verità, il libro, spesso partoriti dalla mente o dall’inconscio dominato dalle immagini filmiche di Greta e talora messi in evidenza dal corsivo, che quasi mai coincidono con le sue parole, e questo sfasamento dà profondità al personaggio e ironia alla rappresentazione.

Però non c’è l’autofiction, un’altra specificità del postmoderno contemporaneo, che poi sarebbe autobiografismo spinto fino al nome e al cognome dell’autore.

Ma l’autofiction non riguarda Restuccia, fin dalla dedica… questo libro è dedicato a chi ama le storie, ricordate? Quindi, una fiducia assoluta nel romanzesco in letteratura, con un punto di vista lontanissimo dall’autore, agli antipodi, femminile, di una giovane… invidio molto chi riesce a metamorfizzarsi in un personaggio dell’altro sesso, attraverso una totale immersione nel suo io, nel suo corpo, raccontando anche la sfera sentimentale e sessuale. E Restuccia al suo terzo romanzo, c’è riuscito, dopo due protagonisti maschili, alter ego più o meno camuffati dell’autore, l’alpino de La strategia, e il dj del secondo romanzo, Io sono Kurt).

Quindi ci troviamo proprio nel cuore dell’estetica postmoderna, questo volevo dire anche e soprattutto là dove il romanzo si interroga dialetticamente, sulla verità, e lo fa continuamente. Ecco qualche prelievo:

Come puoi scoprire la verità in un posto così squallido?

La verità è una menzogna che non è stata ancora scoperta.»

«Va sempre così con la verità ormai, nessuno la riconosce più.»

Ci doveva essere un modo perché dicesse la verità, magari con la voce distorta, con la faccia camuffata, dietro un vetro oscurato.

Dopotutto per chi seguiva un telegiornale o guardava un film, non c’era molta differenza tra finzione e verità.

Due bugie hanno fatto una falsa verità.

«Vedi, Greta, tu vuoi sapere la verità, ma la verità non è…» Si ferma per ricalcare le parole successive con un tono caldo e basso, appena un poco roco. «La verità non è la verità, tutta maiuscola, come te l’immagini tu. Non è una frase scolpita su una lapide. È una serie di piccoli fatti che si accumulano uno accanto all’altro. Per questo, è difficile vederla per bene.

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