Raoul Precht
Periscopio (globale)

Il primo realista

Omaggio di fine d'anno a Hans Jakob Christoffel von Grimmelshausen, protagonista assoluto del Seicento tedesco che con il suo romanzo “L’avventuroso Simplicissimus” e la sua scelta realista e anti-barocca ha segnato la tradizione successiva del suo Paese

Siamo ormai agli sgoccioli, quasi alla fine dell’anno, e tuttavia mi è rimasto da celebrare un grande scrittore, di cui non conosciamo la data di nascita esatta e che possiamo dunque ricordare anche in extremis, prima di archiviare l’anno e passare al 2022. C’è infatti un nome, da noi poco noto, che percorre sotterraneamente tutta la letteratura moderna di lingua tedesca e che di tanto in tanto riemerge, come per riprendere aria e rafforzarsi, nell’opera di poeti, scrittori e drammaturghi lontani nel tempo e con cui apparentemente non dovrebbe avere molto in comune. Penso qui in particolare a Bertolt Brecht o, più recentemente, a Günter Grass, che ne ha fatto addirittura il personaggio principale di un suo romanzo curioso e allusivo, Das Treffen in Telgte, 1979 (L’incontro di Telgte, Einaudi, 1982). E naturalmente non sto parlando di Goethe o Schiller, di Heine o Kleist, né dei romantici, sarebbe troppo facile, ma di uno scrittore del Seicento il cui nome completo è Hans Jakob Christoffel von Grimmelshausen.

Nato quattro secoli fa, nel 1621, a Gelnhausen e morto nei dintorni di Strasburgo nel 1676, Grimmelshausen proviene da una famiglia protestante nobile, un tempo ricca ma alla sua nascita già decaduta, e rimane presto orfano di padre. Quando la madre si risposa e va a vivere a Francoforte, lui resta con il nonno nella città natale, in una situazione relativamente tranquilla almeno fino al 1634, quando, in piena guerra dei Trent’anni, Gelnhausen sarà per due volte invasa e saccheggiata dalle truppe cattoliche. Grimmelshausen ripara allora nella fortezza di Hanau, che è invece in mano all’esercito protestante svedese. Sembra tuttavia che solo pochi anni più tardi si sia già convertito, forse per necessità o convenienza, al cattolicesimo e abbia anche combattuto con questa fazione, per diventare poi scrivano e segretario in vari reggimenti. Di certo c’è che nel 1649 si sposa con rito cattolico. Dopo questa data lo troviamo, ormai trasferitosi nel Baden-Württemberg, amministratore dei beni di un conte, e in seguito oste e sindaco-giudice di un villaggio; sarà poi costretto suo malgrado a tornare in guerra quando nel 1673 il suo signore, il vescovo-principe di Strasburgo Franz Egon von Fürstenberg, deciderà di appoggiare Luigi XIV nell’invasione della regione renana. Divenuto nel frattempo padre di dieci figli, Grimmelshausen potrà dedicarsi pienamente all’attività letteraria solo alla fine della sua esistenza, tanto che tutte le sue opere sono apparse negli ultimi dieci anni di vita.

Hans Jakob Christoffel von Grimmelshausen

La guerra dei Trent’anni, vista non come occasione di eroismo, ma nella sua cruenta realtà, è al centro del suo capolavoro, Der abenteuerliche Simplicissimus Teutsch (da noi edito da Mondadori e più recentemente da Tombolini con il titolo L’avventuroso Simplicissimus), in cui riesce a fondere l’esperienza personale con un’ispirazione tratta da opere classiche e soprattutto dai coevi romanzi picareschi, primo fra tutti il Guzmán de Alfarache di Mateo Alemán, la cui traduzione tedesca, ad opera di Aegidius Albertinus, esce nel 1615. Molto ci sarebbe da dire su questa traduzione, che per la prima parte segue il testo di Mateo Alemán, ma per la seconda quello apocrifo, già improntato all’ideologia della Controriforma, di Juan Martí, nel segno di quelle riscritture e “correzioni” all’epoca purtroppo comuni che tanto hanno condizionato la ricezione delle opere barocche negli altri paesi europei. In ogni caso, del Barocco spagnolo Grimmelshausen sfrutta i principali elementi tematici, come quello del “mondo alla rovescia”, visto come un manicomio in cui tutti i valori altrimenti normali sono sovvertiti, o quello del disinganno e del riconoscimento della vacuità delle cose. Altro elemento sicuramente barocco è quello che Mittner definisce il “gusto della dissimulazione”, che fra l’altro indurrà Grimmelshausen a firmare la maggior parte delle sue opere con nomi di fantasia, ma tutti riconducibili, mediante anagrammi quasi perfetti, al suo, come per esempio Melchior Sternfels von Fuchsheim o Samuel Greifnson von Hirschfeld o ancora Simon Leugfrisch von Hartenfels.

Alla sua uscita, nel 1668, il libro è costituito dapprima da cinque parti, ma già l’anno successivo se ne aggiungerà una sesta, con una ripartenza del protagonista, un naufragio, un periodo su un’isola dimenticata da Dio – con cui Grimmelshausen scrive la prima robinsonata tedesca – e il ritorno finale alla base. È questa la forma in cui oggi leggiamo il testo. Primo romanzo d’avventura della letteratura tedesca e opera-cardine del Barocco nonché autentico modello dei romanzi di formazione, il libro si snoda attraverso tre fasi. La prima è quella dell’iniziazione religiosa e civile del giovane Simplicius (in primis un “puro folle”) in cui non è difficile riscontrare spunti autobiografici. La seconda consiste nel viaggio attraverso la società che lo circonda, viaggio durante il quale Simplicius si trasforma gradualmente in un furbo, trovando il modo di avvalersi della propria ignoranza per ingannare chi è più stolto di lui  – con dovizia di avventure, improvvisi arricchimenti e altrettanto improvvise perdite, amori a ripetizione, malattie gravi come il vaiolo, atti nefandi e criminali, il ricorso a strumenti a metà fra scienza e magia e, insomma, tutto il repertorio dell’epoca, ma declinato con originalissimi accenti. La terza, infine, è quella della ricapitolazione in chiave barocca, e dunque ispirata al concetto di disinganno, delle esperienze che gli sono toccate in sorte. Non è difficile riscontrarvi la tripartizione in istruzione religiosa, cedimento al peccato e conversione finale, con l’accettazione del proprio ruolo nel grande teatro del mondo, che caratterizza il Guzmán (almeno nella versione depurata letta da Grimmelshausen) come molte altre narrazioni barocche. Il tutto calato in un contesto ambientale, quello appunto della guerra dei Trent’anni, in cui la Germania non è nient’altro che un campo di battaglia insanguinato, al centro di una costante spoliazione, fra incendi, distruzioni, fame ed epidemie di peste.

Non c’è spazio in Grimmelshausen per un Barocco d’altro genere, per il Barocco raffinato, di corte, idealizzato; prevale invece una verace matrice borghese-realista, in base alla quale le cose sono chiamate con il loro nome e i personaggi, ben descritti, appaiono davvero in carne e ossa anche quando impersonano (almeno in parte) delle allegorie, con alcune scene di grande effetto, soprattutto quelle legate alla crudeltà della soldataglia, che s’impongono alla memoria. Semplicemente “divino” per Brentano, amato e celebrato da Eichendorff, il romanzo, la cui eterna freschezza sarà sottolineata in tempi più recenti anche da Thomas Mann, rappresenta, malgrado tutte le disavventure del protagonista, un ironico inno alla vita, pur con tutte le sue contraddizioni.

Tra il 1670 e il 1675 Grimmelshausen pubblica altri quattro libri, il più importante dei quali è la Lebensbeschreibung der Ertzbetrügerin und Landstörtzerin Courasche, con cui Grimmelshausen inventa il metodo di quello che oggi chiameremmo spin-off, recuperando un personaggio secondario da un’opera precedente, in questo caso dal Simplicissimus, e tessendogli intorno una storia o un approfondimento ad hoc. (Ma anche negli altri tre romanzi, i cui protagonisti sono in rapporto con Simplicius, realizza un’operazione metaletteraria, di autocommento del testo base, all’epoca davvero inedita e di una modernità folgorante.) La Courasche del titolo, che nel libro principale Simplicius si limita a incontrare fugacemente durante le sue peregrinazioni, è una vivandiera che segue le truppe (cattoliche o protestanti, poco importa) da un assedio all’altro, da una battaglia all’altra, vivendo fra mendicanti, mercenari, criminali e affaristi senza scrupoli, e in questo tragitto, se vuole sopravvivere, è costretta inevitabilmente ad atti reprensibili, che finiscono per distruggere alla radice qualunque idea di una possibile felicità, o almeno spensieratezza. Per lei, la vita è un durissimo percorso a ostacoli. Anche qui si possono trovare dei precedenti, in particolare ne La pícara Justina di Francisco López de Úbeda, tradotta in Germania non si sa bene da chi fra il 1620 e il 1627. Della sua Courasche, Grimmelshausen non fa però un personaggio del tutto negativo, benché la dipinga per quel che è, ovvero avida, astuta, invidiosa, lussuriosa; sembra anzi parteggiare malgrado tutto per lei e apprezzarne il lato bellicoso e reattivo. Un aspetto, questo, che finirà per intrigare tanto Brecht quanto, nel romanzo già citato, Grass, il quale insisterà poi maggiormente sulla contrapposizione fra i sessi in situazioni di emergenza come può essere, appunto, una guerra interminabile. Del resto, è indubbio che la Courasche di Grimmelshausen si muova in un mondo costruito e dominato dagli uomini, in cui deve dimostrare a ogni istante una forza di carattere e una reattività emancipatoria prive di cedimenti. Abilità e doti che poi trovano una loro dimensione tragica tanto nell’epilogo del romanzo di Grimmelshausen, dove finirà per prendersi il mal francese e il vaiolo, quanto in particolare in quello del dramma brechtiano Mutter Courage und ihre Kinder, del 1939 (Madre Coraggio e i suoi figli, edito da noi da Einaudi), allorché, per salvare se stessa, Courasche è costretta a sacrificare i propri tre figli (che nel romanzo di Grimmelshausen non compaiono affatto).

Per il suo dramma, Brecht riprende da Grimmelshausen il topos barocco del mondo alla rovescia, un topos che sembra non morire mai, soprattutto in periodi, come quello dello scoppio della Seconda guerra mondiale, caratterizzati da una forte incertezza. Brecht lo declina nel senso del crollo dei valori borghesi per via del caos provocato dalla guerra e lo interpreta, come già prima di lui Grimmelshausen, dal punto di vista della povera gente, torturata e triturata dal divenire storico ma anche complice dello stesso, perché riproducente all’interno della propria classe gli stessi meccanismi di violenza e sopraffazione che sospingono ricchi e potenti nella loro vana ricerca di denari e onori. Inserito, come Grimmelshausen, nella lunga e ricca tradizione realista all’interno della letteratura tedesca, un realismo che intende come punto d’incontro e di deflagrazione di tutte le contraddizioni che innervano la società, Brecht s’interessa all’opera del suo predecessore – di nuovo assai in voga, peraltro, nella prima metà del ventesimo secolo – non solo per rielaborarla, ma anche per trarne spunti critici e di pensiero, come se, malgrado i tre secoli che li separano, Grimmelshausen continuasse a rivestire per lui un’attualità assoluta. Se non altro per l’attenzione che già ai suoi tempi aveva prestato alla dimensione sociale e che ne sancisce una volta per tutte la modernità.

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