Leopoldo Carlesimo
Una storia inedita

Turno di notte

«Lui si svestì più svelto che poté. Ammucchiò in terra tutta la sua roba (l’unica sedia della stanza era ingombra dei panni di Bea): stivali da lavoro, giacca a vento, tuta, calzamaglia, casco e quando fu nudo la raggiunse sotto la trapunta imbottita...»

Parve tutto tranquillo fino a mezzanotte, quando staccò per la pausa. Non si fermò a mangiare con gli altri. Ritirò al banco il panino che s’era fatto preparare, uscì di mensa e guidò difilato fino alla zona alloggi.

Traversò tutto il campo lungo la direttrice principale che dall’area più elevata dei servizi comuni – mensa, club, spaccio, lavanderia – digradava verso il settore famiglie (casette ampiamente spaziate lungo viottoli curvi che lambivano la recinzione, ciascuna contornata dal suo giardinetto) poi quello dello staff senior (costruzioni a due alloggi, discretamente distanziate l’una dall’altra, con patio ombreggiato e vialetto fiancheggiato d’aiuole) fino alla suburra del personale junior (stecche da quattro, sei o otto alloggi, accorpate in blocchi sempre più fitti man mano che si procedeva verso il fondo del lieve declivio su cui sorgevano i prefabbricati). Lo spazio tra gli edifici era intriso di pioggia, fuori dai percorsi lastricati in cemento s’affondava nel fango. Per giorni e giorni i piovaschi avevano battuto le baracche, picchiando sordi e insistenti sui tetti di lamiera. Finché, dopo quasi una settimana d’ininterrotto maltempo, la sera avanti un’aria secca e gelida scesa dal Pamir aveva spazzato la valle, disperdendo le nebbie e raffreddando bruscamente i fianchi fradici delle colline. La prima gelata autunnale, dopo un’estate torrida. Fermò il pick-up davanti all’ultima fila di baracche. Sul cruscotto il termometro segnava due gradi sotto zero.   

Bea abitava nella stessa stecca, un paio di prefabbricati oltre il suo. Assetto identico: camera con letto a una piazza e mezza, comodino, minifrigo, armadio, una minuscola scrivania d’appoggio, bagno con doccia. Quattordici metri quadri in tutto, mobilio economico, suppergiù funzionale. L’alloggio standard del personale junior.

Bussò piano, per non svegliare i vicini. Lei gli aprì spettinata, imbronciata, calda di letto. Disse solo: “Chiudi, fa freddo fuori.” Si sfilò la camicia dalla testa, voltandosi, e si rannicchiò sotto le coperte.

Lui si svestì più svelto che poté. Ammucchiò in terra tutta la sua roba (l’unica sedia della stanza era ingombra dei panni di Bea): stivali da lavoro, giacca a vento, tuta, calzamaglia, casco e quando fu nudo la raggiunse sotto la trapunta imbottita.

Non avevano molto tempo, l’intervallo durava un’ora appena. Ma dovette vincere la sua resistenza, prima. Era scontrosa, distante. Ce ne volle perché si scrollasse di dosso il torpore del sonno interrotto. Fu soprattutto un lavoro di mani. Le dita fecero il loro dovere e lei reagì a poco a poco, a piccoli scatti intermittenti, sempre più fitti, trainati dalla reazione meccanica di gesti noti compiuti in risposta ai suoi. E finalmente ne uscì, abbandonandosi alla pressione di un corpo maschile schiacciato contro il suo. Finché si liberò del tutto e prese lei le redini, decisa e autorevole come sempre. Mentre il tempo correva, Toni si disse che la settimana dopo, col cambio turno, sarebbe stato tutto diverso. Quando sarebbe tornato a montare di giorno, avrebbero avuto la notte intera a disposizione, non un’ora soltanto… Sempre che la loro storia fosse durata fin lì, sempre che non l’avesse trovato occupato, quel letto, una volta o l’altra…

Lanciò un’occhiata all’orologio, mentre concludeva. Un quarto all’una, entro dieci minuti avrebbe dovuto essere fuori. Ci fu appena il tempo di fumare una sigaretta, dopo.

“Sono contenta che sei passato,” disse Bea.

“Beh, non m’era parso…”

“Dormivo, m’hai svegliata…”

“Possiamo non farne nulla, domani.”

“Ma no, vieni… ero solo insonnolita,” disse Bea stiracchiandosi. “Ma sì, non venire… Fa’ come vuoi. A domani…”

Saltò giù dal letto. Cinque all’una, doveva filare. Si rivestì in un lampo, imbracando la calzamaglia, buttando su alla meglio tuta termica, parka e casco. Calzò gli stivali, afferrò la radio e uscendo vide che Bea dormiva già. Si tirò dietro la porta.

Il cambio, con Rudi, fu una cosa veloce. Gli passò il giornale del lavori, dentro il container in spalla destra diga. Seduti uno di faccia all’altro ai due capi di un pianale poggiato su cavalletti d’officina. Rudi aveva un permesso per la nottata e aveva chiesto a Toni di coprirgli il turno. Nelle note del works diary non trovò nulla di preoccupante: un tratto di tunnel allagato, giù in centrale, pompe da sorvegliare finché l’acqua fosse calata e poi spegnerle una volta all’asciutto; quattro o cinque macchine ferme in officina; un dumper ribaltato. Il resto, ordinaria amministrazione: stese in diga a ridosso del cofferdam e un paio di getti in corso in caverna. Lo firmarono assieme.

“Serve che andiamo a fare il giro?” Aveva chiesto Rudi.

“No, va’ pure a farti la doccia,” aveva detto Toni. “Se c’è qualcosa ti chiamo io.”

In fondo non gli dispiaceva, Rudi, quel mezzo crucco della Val di Sesto, al confine col Cadore – padre sudtirolese, madre veneta – uno dei pochi in giro per cantieri. Parlava l’italiano scarno e spezzato che masticano lassù. Seconda lingua, per lui. Rudi era un ragazzone di quasi due metri e di poche parole, pregio che compensava largamente quel modesto difetto di pronuncia. Se ne andò. Toni uscì a fare il giro d’ispezione. Il turno stava montando, dopo l’intervallo. Sul piazzale gli autisti salivano a bordo dei dumper, accendevano i motori, il fumo nero degli scappamenti imbrattava l’aria fine e gelida calata giù dai monti; i checker distribuivano agli autisti i biglietti coi punti di carico e di destino e uno dopo l’altro i dumper partivano disperdendosi lungo le piste, presto il piazzale fu deserto. Poco più in là, nella zona impianti, la frantumazione era ferma per manutenzione, la torre beton era al lavoro, c’erano getti in corso in galleria; al fronte, il jumbo aveva ripreso a perforare la volata…

Quella matta. Una scalmanata. E nevrastenica, per giunta, ragazza strana. Non era da molto che ci stava insieme – stavano insieme, poi? – ma a Toni cominciava a sembrare qualcosa più di una fugace amicizia di cantiere. Bea gli piaceva. Anche se aveva quel difettuccio, come donna. Quel problemino di secondaria importanza, una banale questione di reputazione. Lì a Rogùn troppi uomini parlavano di lei, in un modo che non dava adito a dubbi. Le donne la detestavano per lo stesso motivo. E lei, non si poteva dire che facesse molto per metterli a tacere. Né gli uni né le altre. Ragazza sventata.

Ma a Toni piaceva lo stesso. Anzi, gli piaceva proprio per quell’indipendenza, quell’impudenza. Pareva lo facesse apposta. Una che te lo sbatteva in faccia, “ecco,” sembrava dire: “è proprio la ragione per cui sono qui.”. Si prendeva dei rischi, quella spaccona. E si vedeva. E lei ci teneva che si vedesse.

Quale fosse, poi, il vero motivo per cui s’era ficcata in un avamposto come Rogùn… A parte prendersela con se stessa, naturalmente. Almeno questo, di lei Toni l’aveva capito. Ma non aveva fatto molti progressi, oltre quel punto, Bea non glielo permetteva. C’era un segno visibile oltre il quale non lo lasciava andare, non lasciava passare nessuno. Che ce l’avesse a morte con se stessa, lo indovinava chiunque. Cosa ci fosse dietro e perché farlo in quel modo, cacciarsi proprio lì… A questo Toni ci stava ancora lavorando.

Rogùn, valle del Vakhsh, montagne del Tajikistan appena sotto l’altopiano del Pamir. Non uno dei posti più gradevoli al mondo. Un freddo becco d’inverno, tre o quattro mesi sepolti sotto metri di neve. E un autunno piovoso e cupo, precoce, già gelido. Ce l’avevano addosso, ormai, e non era che settembre inoltrato. A parte questo niente, assolutamente niente nei paraggi, fuorché villaggi desolati, pietraie impervie e montanari ostili.

Imboccò la pista che portava in cava e salì col pick-up lungo la pista che in forte pendenza s’arrampicava fino in cima a quella rupe che portava il nome di un vecchio eroe della rivoluzione. Era stato un lavoraccio scavarla, scolpita a tornanti alternati contro la parete rocciosa. Un salto di seicento metri quasi in verticale, a ridosso del quale, come in bassorilevo, sarebbe salita e scesa la carovana di dumper che in dieci anni avrebbe cavato e portato a valle tutta la roccia del cantiere. Mesi di mine e sbancamenti in trincea per arrivare in vetta. Ma c’erano, ormai, le prime volate avevano scapitozzato il culmine della montagna. Dal piano ricavato in sommità, i wagon-drills perforavano le bancate. Volata dopo volata, a gradoni, se ne sarebbero mangiati una bella fetta. Le aste di perforazione spandevano tutt’attorno il fumo bianco della polvere di calcare e lasciavano incise poi nel banco le tracce verticali delle canne dove aveva lavorato l’esplosivo. Portò a Nieto, il capocava, il biglietto col piano di tiro.

“L’impianto è in manutenzione,” gli disse. “Ne avranno per due ore almeno. Non ti mando i dumper a caricare fin quando è pronto. Puoi approfittarne per mettere gli escavatori a far pulizia. C’è un sacco di massi, sparsi in giro.”

Nieto, il portoghese, fece segno di sì. Toni se ne tornò giù.

Era quasi tre settimane che ci andava a letto, ma non poteva vantare informazioni speciali sul suo conto. Quel che sapeva di lei non era molto più di quel che ne sapevano tutti. Una ragazza di buona famiglia, che s’era fatta raccomandare da un pezzo grosso della Compagnia per ottenere quel posto lì a Rogùn. Un posto per cui non aveva nessun titolo e nessuna esperienza. E pareva che proprio di quello andasse in cerca, d’esperienza, anche se d’altro genere… Buona famiglia nel senso di ricca, questo intendeva Toni. Padre avvocato, uno in vista nel foro di Roma. Amico di quel pezzo grosso, quel direttore cui aveva chiesto di piazzare la figlia… come se Rogùn potesse essere un rifugio, un luogo d’esilio, qualcosa di simile a ciò che per le famiglie perbene era una volta il convento… Madre veneta, ricca più del marito, con terre e proprietà nel vicentino e qualche quarto di nobiltà nel sangue. Bea figlia unica. Ragazza di classe, si vedeva… Una che aveva studiato, viaggiato… Anche se non era lei a parlarne, si capiva dai suoi modi. Cioè, una damigella vissuta a corte fino ad allora, sì, insomma, nella bambagia… che c’era venuta a fare in un postaccio come Rogùn?

Lavorava in amministrazione. Imputazione di fatture, fornitori e pagamenti, eccetera. Mica un gran lavoro, per una come lei. E per dieci ore al giorno sei giorni a settimana. L’orario standard dei contratti di cantiere, regola valida per tutti, damigelle incluse. In aggiunta c’erano gli straordinari, e anche quelli toccavano a tutti. Perciò: un lavoro di merda in un posto di merda. Per una paga di merda. A una come lei, che se fosse rimasta a casa a finire gli studi, solo come argent de poche mamma e papà le avrebbero passato molto di più.

Invece eccola ficcata in una casella di basso rango dell’organigramma di cantiere di una diga all’altro capo del mondo. Ci stava ormai da quasi un anno e pareva non avere alcuna intenzione d’andarsene. Quando Toni glielo chiedeva – allo stadio di confidenza che aveva raggunto con lei riteneva di averne il diritto, ma era un’idea sua – lei gli rideva in faccia e gli diceva chiaro e tondo di farsi i fatti suoi. Soprattutto se glielo chiedeva in quei momenti, appena dopo che se l’era scopata. Nessun varco, nemmeno allora. Nessuna crepa. Chiusa a riccio.

Le cose più intime che Bea mostrava di sé, erano quelle che gli altri le vedevano fare. Quelle che il suo body language non riusciva a nascondere, nella sua famelica sfrontatezza. Sul lavoro, nella comunità di cantiere e pure a letto. E, quanto a questo, non era una che sa tenere segreti, quel che faceva era sotto gli occhi tutti. Tutte quelle storie di uomini. Un sacco storie con un sacco di uomini, in un arco di tempo relativamente breve. Giovani o maturi, liberi o con famiglia in Italia. Per lei non faceva differenza. Non badava all’età, allo stato civile e neppure alla nazionalità: perlopiù Italiani, ma c’erano stati anche dei Russi, qualche Iraniano, persino un paio di Tajiki. Quel che le passava per la testa quella sera. Finito il lavoro, quando annottava e lei si piazzava al bar del club in prossimità dell’ora di chiusura, con quell’espressione in faccia… un’espressione carica di retropensieri. Una cacciatrice. Con secondi fini.

Smontata dal lavoro, dopo le sei, anche lei aveva il diritto di frequentare il club del cantiere, come tutti. E come parecchi, laggiù, via via che passava la serata, affogava desolazione e noia in un’adeguata misura d’alcol. Una misura ragguardevole, la sua, di tutto rispetto. Finché aveva raggiunto il livello giusto e le lancette s’avvicinavano all’orario di chiusura. Quando poi a mezzanotte il barman chiudeva il bar e buttava fuori i pochi avventori rimasti, lei raramente ne usciva sola.

La mattina dopo, puntuale, era al lavoro, quasi mai con strascichi visibili della nottata. Una ragazza così mingherlina… dove aveva imparato a reggerlo tanto bene? L’alcol, s’intende. Quanto al resto, oltre al bere, nemmeno quello lasciava tracce. Raramente il tizio di turno aveva un seguito, dopo. Gli uomini ormai avevano imparato a regolarsi con lei. Per tutto questo le altre donne del cantiere la detestavano. Quella puttana.

Poi era arrivato lui, Toni, e li aveva fatti fuori tutti. Da un mesetto in qua, più o meno, Bea s’era stabilizzata con lui. All’incirca suo coetaneo, sì e no un paio d’anni più grande. Con Toni pareva quasi essersi messa a posto, quella sciattona, fare sul serio. E il peggio era che pure lui cominciava a crederci. Si faceva delle idee. Delle illusioni. Su una troia simile. Che imbecille.

Orientò il muso del pick-up a monte, sulla berma alta in spalla destra diga. Da lì si abbracciava a colpo d’occhio quasi tutto il cantiere. Faceva freddo, l’aria era cristallina e il cielo aveva quella buia trasparenza che prendono le notti in montagna quando la temperatura cala e il freddo asciuga l’aria. Il vento del Pamir avava soffiato via le polveri della giornata e imponeva sulla valle del Vakhsh la calma gelida dei suoi ghiacciai. Montagne di roccia nuda, aspra, niente boschi. Contro un fondale spoglio, di severità monastica, si stagliavano rozze sagome industriali in lento movimento: i nastri trasportatori dell’impianto che sbracciavano a raggera sopra i cumuli; la mole della torre-beton che svettava sul piazzale infangato, sovrastata dal fumo grigio dei jumbo-bag di cemento, che alla bocca della coclea la tagliasacchi insilava; il corteo pachidermico di dumper incolonnati in lenta ascesa lungo la rampa che saliva in diga; le merlature dei casseri che incorniciavano la nuova alzata di calcestruzzo, sotto i tralicci a squadro delle gru a torre che sollevavano e deponevano fasci di ferro. Mangiò il sandwich seduto nel pick-up, mentre fissava in cima al rilevato i dozer che spianavano e i grader che livellavano e i rulli che compattavano la nuova stesa. E continuava a pensare a Bea, tra un morso e l’altro.

Solo una sveltina, non c’era stato tempo di far di più, nel bel mezzo del turno. Un’ora secca d’intervallo, da mezzanotte all’una. Ma aveva ancora addosso il suo odore. E risentì le sue parole, quando gli aveva chiesto di Obi Garm.

“Allora era lì che andavi?”

“Come tutti.”

“E adesso non ci vai più? Da quando?”

“Da quando sto con te.”

“Sì, buonanotte…”

“Dico davvero.”

“Stai con me, che parolone… Ci facciamo un po’ di compagnia, questo è tutto. E non ti manca, ogni tanto, Obi Garm?”

“No.”

“Non ci credo. Ci sarai stato ieri.”

“Sei matta? Perché dovrei…”

“Dài, dilla tutta. Ci vai, o non ci vai?”

“Ti ho detto di no.”

“Va bene, non ci vai. Bravo bambino. Ma com’era, quando ci andavi?”

“Come vuoi che sia…”

“E dài, racconta. M’interessa.”

“Ah, t’interessa… e perché?”

“Fatti miei. Allora?”

“Cos’è che vuoi sapere…”

“Descrivi il posto.”

“E’ un bar. Che ci trovi di tanto interessante, in un bar?”

“No, dal principio. Il paese…”

“Che paese? Come gli altri. Un postaccio schifoso, quattro case buttate in mezzo alle montagne… Che te ne frega, di com’è quel buco? Misero, freddo, puzzolente e sporco. C’è una specie di piazza. Con le stalle e mucche per strada e cacche in terra fino al fontanile. E cumuli di fieno e odore di stallatico. Questo c’è, intorno al bar.”

“Uno solo?”

“Ma che t’importa…”

“Quanto la fai lunga… racconti o no?”

“Sono tre. Tutti di quel tipo. Ne apriranno altri. Da quando c’è il cantiere, i pastori hanno capito che si fanno più quattrini così, che ad allevare vacche.”

“Non mi frega niente dei pastori. Né dei quattrini. Dimmi dei bar.”

“Sono tre, te l’ho detto.”

“Li frequenti tutti, o hai il tuo?”

Avevo il mio. Ce l’avevo.”

“Ma sì, bravo bambino… Allora, parlami del tuo. Ha un nome?”

“No, non ce l’ha. E’ la casa al centro della piazza, gli altri due sono nei vicoli, dietro… Ha un’insegna con un argali, sai, quella specie di stambecco…”

“Lo so cos’è un argali.”

“Beh, sull’insegna c’è raffigurata quella bestia lì.”

“E dentro?”

“Come qualunque bar, te l’ho detto. C’è una sala, col banco e i tavoli. Ha la licenza per vendere liquori agli stranieri. Anche birra. Quella possono berla pure i locali.”

“C’è musica?”

“Sì. Quelle musiche loro, sai, orientali o russe.”

“Sai che palle! Coi musicisti, dal vivo?”

“Qualche volta… Beh, non è che ci si va per ascoltare musica, eh…”   

“Certo. E ci vanno in parecchi, dei nostri? Gli Italiani?”

“Mica solo noi. Ci sono i Russi, gli Iraniani, i Cinesi, gli Indiani… tutti quelli che lavorano in cantiere. E’ il solo posto qui attorno, negli altri è vietato. Obi Garm ha una legge speciale.”

“Anche i Tajiki?”

“Pochi. E’ caro, per loro.”

Questo, in realtà, risaliva a una decina di giorni prima. Allora Toni montava di giorno, e avevano tempo per chiacchierare, dopo; la notte intera da passare assieme, nell’alloggio di lui oppure in quello di lei. E quella strana ragazza, quella Bea, che insisteva a far domande sui postriboli di Obi Garm. I loro primi approcci.

Dopo una settimana era passato a montare di notte e le cose erano un po’ cambiate. Ora si vedevano fugacemente, negli intervalli dei turni. Da mezzogiorno all’una – pausa-pasto di lei – e da mezzanotte all’una del mattino – pausa-pasto di lui. I soli momenti della giornata che condividessero. Non c’era tempo per parlare, e quel discorso, Obi Garm, era rimasto appeso. Una questione interrotta.

Adesso vivevano tutto a parti invertite, come in negativo. Lei lavorava di giorno, dentro quella fetida baracca che chiamavano ufficio. Lui montava di notte. Fuori in cantiere, tra i fantasmi del secondo turno. Quelli che di giorno spariscono. Come gufi, civette e altri uccellacci notturni. Sarebbe durata due settimane. Poi due settimane di giorno, poi due settimane di notte, il suo lavoro d’assistente in turno era così.

Era più dura, quando gli toccava la notte. Ma non era tanto lo sbalzo d’orario e nemmeno il freddo, a pesargli. Né quella vita da nottambuli, buia e spettrale… A vent’anni questa roba fa ridere. No, era piuttosto il ritmo pendolare e contratto del rapporto con lei. E quelle piccole fitte di gelosia che s’insinuavano negli ampi spazi vuoti lasciati dai loro brevi incontri. Una ragazza così sfuggente. Con tutte quelle voci che correvano sul suo conto…

Finito il sandwich, era alle prese col tentativo di controllare una di quelle fitte, quando notò la polla al piede della diga. E dapprincipio non gli parve nulla di speciale, un pezzo qualunque di paesaggio notturno. Solo una lastra luminosa in cui si specchiava il traliccio della torre faro, coi bulbi di luce delle lampade che rischiaravano la berma bassa e vi si riflettevano perché c’era acqua. Ma non avrebbe dovuto essercene, al piede della diga.

S’avvicinò meglio per controllare. Mise in moto il pick-up e percorse col motore al minimo il breve tratto di sterrato. E quando fu sul dosso e la visuale s’allargò vide quant’era ampia e profonda quella polla che allagava ormai la trincea sotto l’unghia di valle. E vide anche quel rivoletto, evidenziato dal luccichìo dell’acqua in movimento, che scendeva lungo un tratto di scarpata una decina di metri più su.   

Era il primo a vederla? Possibile che nessuno se ne fosse ancora accorto, con tutto quel viavai di uomini e mezzi lungo la pista? Allora forse avrebbe dovuto avvisare qualcuno. Chiamare il capoturno e mostrarla a lui, quella polla. Il capoturno era Vaime, spettava a lui decidere.

“Vaime Vaime…”

Passa qualche secondo. La radio gracchia:

“Vaime in ascolto,” risponde il tizio, brusco.

“Puoi passare qui al piede del cofferdam? C’è una piccola venuta d’acqua.”

“Toni… sono quasi le due, sto andando a mensa. Non ho ancora cenato. E’ successo un casino giù in centrale, ho finito ora,” fa, in tono un un po’ seccato.

“Beh, è questione d’un attimo… T’è pure di strada, se vai a mensa. Dài, passa a vedere, t’aspetto qui.”

Silenzio. Qualche istante di radio muta.

“Sei un bel rompicoglioni… ma va bene, arrivo.” Dice Vaime. Verrà.

Rompicoglioni, questo – sul lavoro – pensano di lui. Lo pensano in parecchi. Quel Vaime! Che ci trova, Toraldo, in quello lì. Lo sanno tutti che va a imboscarsi in baracca e qualche volta spegne pure la radio, s’è fatto installare una branda dentro il container con la scusa che fa da first aid, pronto soccorso, in caso d’incidente. Bella razza di capoturno…

“Ciao Vaime.”

Il pick-up si ferma, lo sportello si apre. Scende un giovanotto di qualche anno appena più anziano di Toni, alto quanto lui, capelli rossi, viso a triangolo, mento stretto e labbra carnose,  lentiggini, andatura caracollante un po’ da bullo, parka pesante sopra i jeans ficcati dentro gli stivaloni di gomma dura da cantiere.

“Allora, che c’è?” Fa.

“Guarda tu stesso. Eccola lì. La vedi, quella polla al piede? La risorgenza… eccola.” Toni accende la torcia, la punta sulla pozza sotto il rilevato, poi alza il fascio, sale più su lungo la scarpata. “Ecco da dove esce,” dice Toni. Il fascio illumina un sottile rivoletto d’acqua che sgorga tra i massi che rivestono la scarpata.

“Hmmm…,” mugugna Vaime. “M’hai fatto venir qui per questo… Che cazzo, Toni, è un solo filino d’acqua, non si vede nemmeno. Con tutta la pioggia che ha fatto in questi giorni. La montagna è una spugna, è acqua piovana che drena. Ti fai certe seghe… e mi fai fare tardi a cena. Io me ne vado a mensa.” Fa il gesto di risalire sul pick-up.

“Perché solo lì,” fa Toni.

“Cosa?”

“Perché solo in quel punto? Il resto è asciutto. Secondo me viene da dietro.”

“Che cazzo dici, Toni… Non mi ascolti. Te l’ho già detto. E’ drenaggio d’acqua piovana dai fianchi delle montagna, un punto dove raccogliersi deve trovarlo, sfoga lì, nel punto basso…”

“Ma no, non è il più basso, guarda bene…”

“Io me ne vado a cena.”

Sale sul pick-up. Se ne va.

Toni rimane lì, a fissare quel punto molle, umido, scuro, sul paramento di valle della diga. Quel pezzo di scarpata che avrebbe avuto tanta importanza per lui e per tutti loro, nei giorni che seguirono.


La fotografia accanto al titolo è di Roberto Cavallini

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