Davide Cerullo
Un intervento dello scrittore di Scampia

A chi serve Gomorra

Le serie televisive che ritraggono i luoghi del disagio e della violenza ormai rappresentano la foglia di fico di chi ritraendo quel disagio e quella violenza cerca solo visibilità. Occorre vivere in quei mondi. E dare loro sogni e normalità

Poter esprimere il proprio pensiero credo sia un atto indiscutibile. Provo, con quella che è la mia conoscenza, la mia esperienza, ad abitare il territorio di Scampia praticando la strada e tessendo relazioni. Lo scrivo e ne parlo tutti i giorni, ma è soprattutto nel concreto e nella pratica quotidiana, pur con tutto il carico dei miei limiti e la complessità dei problemi di un territorio con molte zone depressive, che mi sento di rappresentare una Scampia vera, che si trova proprio ad un livello diverso ormai rispetto alla narrazione di Roberto Saviano. Credo che sia finito quell’atteggiamento dell’informazione nei confronti di questi fatti, non solo a Scampia ma un po’ ovunque, che è denuncia nel racconto giornalistico, ma non è finalizzato a capire fino in fondo quello che succede, e soprattutto a convivere con le difficoltà ed approcciarle dal punto di vista giusto, cioè quello dell’umanità delle persone che abitano questi luoghi. Voglio dire senza offesa, Saviano nel suo modo narrativo è proprio vecchio, forse sbaglierò, ma credo che nel giro di un anno questo atteggiamento sembrerà una cosa archeologica. 

Da queste parti la violenza ha un fascino terribile che nasce da un’ingiustizia subita e non riscattata, cicatrizzata, e il suo ripetersi come se non ci fosse altro modo o via d’uscita. Spesso nella cornice delle ingiustizie si passa da vittime a carnefici e viceversa, perpetuando il dolore. Per questo credo che la serie Gomorra non sia più una denuncia e che non serva più. A volte ho la sensazione che quando si “campa” solo di denuncia del male, alla fine si voglia perpetuarlo, anche a spese di chi lo subisce. Oggi Scampia non ha bisogno di essere illuminata per le sue catastrofi, o salvata dai suoi traffici; perché la realtà dura da affrontare è che Scampia non ha nessun bisogno di scalare classifiche di degrado. 

Non si può pensare di continuare ad offrire solamente un’immagine deformata di un territorio fragile, dando forza al fascinoso luogo comune per la divulgazione retorica e pubblicitaria del proprio nome. Bisogna avere il coraggio di uscire dai recinti del passato, da un linguaggio che si usa per i propri utili di basso valore. Bisogna avere il coraggio e l’onestà di chiudere con il vizio di sentirsi delle vittime o dei supereroi, solo perché si viene da un territorio che è passato attraverso il fuoco. Scampia non è semplicemente il quartiere del malaffare, non è solo il territorio delle camorre che spesso tornano utili a quelli che dicono di combatterle. Bisogna avere il coraggio di fare le cose perché ne sentiamo la responsabilità e non perché ci diano visibilità. Bisogna avere il coraggio di essere disposti veramente a voler cambiare un territorio con le sue innumerevoli complessità, facendo emergere sempre più forte la positività dei tanti che si impegnano tutti i giorni per un bene comune. Bisogna avere il coraggio di rompere con quella nostra incapacità di leggere ambienti diversi dal nostro immaginario abitudinario, per cominciare ad inciampare in possibili speranze. 

Penso che se un giorno Scampia non ci fosse più, o meglio, non ci fosse più quella Scampia delle Vele, della camorra, dei senza speranza, il luogo maledetto del degrado sociale, e magari avesse prevalso la Scampia onesta e dignitosa, che pure silenziosamente esiste, molti non saprebbero né più scrivere né più parlare di una Scampia diversa. Molti giornalisti, scrittori e opinionisti magari meridionalisti, si ritroverebbero di fronte alla scelta dolorosa di dover cambiare posto, eleggendo qualche altro quartiere a simbolo del Male. 

Troppe volte in questi anni, soprattutto da Gomorra in poi, ci si è avvicinati a Scampia sperando di replicare con successo la denuncia-racconto di Roberto Saviano: non per cercare davvero di capire questo complicato e difficile territorio, ma per sfruttare questo nuovo immaginario collettivo su Scampia come unica sede della Camorra.

Sinceramente l’Anticamorra gridata come un Vangelo giusto, mi ricorda l’effetto che mi facevano la Chiesa e l’Oratorio da bambino, a me che crescevo nelle zone grigie delle periferie. Tutto bello, tutto solare, tutto pulito, tutto giusto. E quindi non era per me, era lontano dalle mie “colpe”, peccati originali, ambiguità, complessità. Avrei sentito più vicino un profeta dolente e di poche parole, a bassa voce, perché la vita non è sempre chiara, facile. Resistere da dentro alle cose brutte necessita di comprensione, non di scelte definitive, trincee, guerre. L’anticamorra si fa ascoltando, e al boss non si contrappone il supereroe, ma la comunità che resiste e può vincere.

Quindi cerco di proporre la mia versione di “abitare questo luogo” che prende spunto dall’antico significato della parola “abitare” che vuol dire “continuare ad avere” perché è questo che io propongo, qui a Scampia, dove i bambini esistono ed hanno questo posto in maniera continuativa e non solo durante i ciak e le stagioni delle serie tv; questo posto va vissuto esattamente come ogni altro, coltivando piante e prendendosi il tempo per instaurare legami e progetti di futuro. 

All’infanzia che rischia di cadere nel tranello ingiusto del sentirsi “predestinata” perché nata in un non luogo, è giusto garantire spazi che possano essere riparati e sicuri proprio qua, per comprendere che il senso di salvezza può diventare di casa anche dove, secondo tutti, c’è solo inferno. 

Portare alla portata di tutti il benessere dovrebbe essere un imperativo non solo per chi vive a Scampia, ma anche per quelli che abitano città, colline e deserti altrove, la lontananza dalla criminalità non la sancisce una fuga o un viaggio, ma un progetto che metta al centro l’infanzia e la bellezza. 

Alle Vele, come ovunque, un bambino nasce bambino, quindi l’unica soluzione per garantire che possa non sentirsi parte di una tragedia è costruire intorno a lui un’isola del tesoro; ed è questa scelta educativa che dobbiamo portare avanti, smettere di dare per scontato che i problemi siano più grandi rispetto alle mille occasioni di felicità.  Per queste occasioni vale davvero la pena vivere… a Scampia e in ogni altro pezzo di mondo.

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