Alberto Fraccacreta
Addio Alitalia/7

Sformato alla Šklovskij

«Lo sformato rustico sul primo volo Alitalia in tutta probabilità ha questo valore: libera la preoccupazione del volo, la corsa verso il gate, l’affanno della prima volta, lascia le catene della necessità per offrirsi in una nuova luce»

Il primo volo Alitalia era stato da Roma, direzione Sicilia. Associo quel momento a un’immagine e a un odore particolare: uno sformato rustico — era ora di pranzo — nel tipico vasetto bianco-grigio di plastica con la targa della compagnia aerea. Vedo ancora, con gli occhi della mente, l’istante del pasto, l’hostess gentile (senza viso ormai, disperso nei fumi del lobo temporale) che lo porge. Non so perché sia così tenace quella sorta di frittatina. Eravamo nel viaggio d’andata. Del ritorno non ho memoria. Ci aspettava Catania, il teatro greco di Taormina, Siracusa.

La corsa a Fiumicino non dico sia stata come quella di Mamma, ho riperso l’aereo: mi sono smarrito a New York, ma quasi. Siamo arrivati, credo, nei pressi del gate al fulmicotone: cinque minuti in più e addio «allacciate le cinture» A cosa stessi pensando, quali sentieri immaginativi si svolgessero nel mio pensiero, non saprei dichiararlo con certezza. Probabilmente ero un bambino molto distratto. Di certo non riflettevo sulla poesia. Anche se, di quegli anni, doveva essere un testo — commissionato da suor Maria, l’insegnante di lettere della scuola elementare che frequentavo — dedicato a mia nonna. Un testo in qualche modo ironico, senz’altro capace d’inconsapevole “straniamento” (nel senso dato al termine da Šklovskij e Brecht, cioè di oggetti che escono fuori dall’automatismo della percezione). In quel caso lo straniamento si risolveva nel finale della poesia, intitolata furbescamente Quando vado a trovare nonna Anna. Cosa accadeva «quando andavo a trovare nonna Anna»? Non ho la poesia sottomano, ma ricordo la descrizione di oggetti staccati. Il divano su cui lei era sdraiata. Il televisore acceso. Lo stecchino che ciondolava sulle labbra. Il barattolo di arachidi. «Col cane in terra» (ricordo benissimo questo emistichio composto con la crudezza sintattica dei bambini). Anche la bottiglia d’acqua era perennemente a lato del divano, a terra. «Prima la Ferrarelle, ora la Gaudianello». Ecco il verso finale. Il dispositivo dello straniamento è nel fatto che il quadro fermo, ritto, di quella scena costante, che avrò visto e rivisto mille volte, era modificato da un solo particolare, in virtù del quale la bottiglia non era più bottiglia, ma metteva in campo una speciale virtù: il cambiamento del quadro stesso. Straniava la realtà.

Lo sformato rustico sul primo volo Alitalia in tutta probabilità ha il medesimo valore. Libera la preoccupazione del volo, la corsa verso il gate, l’affanno della prima volta, lascia le catene della necessità per offrirsi in una nuova luce (“agisce” come il Buffalo di Montale). In più, se posso permettermi di aggiungere qualcosa alle belle teorizzazioni di Šklovskij, ‘condensa’ l’esperienza in un unico punto, in un unico nucleo rammemorativo: forse il cervello non può contenere il cumulo d’informazioni che l’occhio trasporta, e fa una selezione: ma la selezione è ragionata. Prende alcuni segmenti, alcuni dettagli che in qualche modo assommano il senso dell’esperienza fatta. Come posso descrivere in pochi versi tutte le volte che andavo a trovare nonna Anna? Lo faccio inserendo la sola cosa che è valsa come cambiamento nel ripetersi delle scene, che ha rotto la monotonia. La cosa che economicamente (nella banca-dati del cervello) riesce a metaforizzare, a simboleggiare il possibile mutamento nella vita di mia nonna. Così con il volo. Non la concitazione, non il secondo in cui l’aereo lascia la pista e si libra, o gli applausi dell’atterraggio: il pranzo un po’ scarno, la piena distensione durante il volo, il pasto con accanto mio padre e mia madre.

Era, inoltre, la sorpresa per un bambino di non mangiare sul tavolo di casa, ma in volo, in un luogo altro. In uno spazio che rompesse la consuetudine. Be’, Alitalia per un bambino era davvero volare, staccarsi dall’uniformità: come la poesia secondo Mallarmé, «il commercio con il cielo».


Le fotografie sono di Roberto Cavallini

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