Marco Vitale
Addio Alitalia/8

Meglio i treni…

«Prima c’erano ancora i treni, finché un giorno un collega venne a dirmi che al prezzo modico di ventinove euro era andato a prendersi un caffè ad Amsterdam ed era rientrato a Milano in giornata. Stentavo a crederci, cosa era successo?»

Se mi aveste chiesto di scrivere sulle venerabili, ad onta di successivi maquillage, Ferrovie dello Stato, invece che sulle ceneri ancora tiepide di Alitalia, vi confesso, cari amici di Succedeoggi, che mi sarei trovato più a mio agio. Ospite parsimonioso in età adulta dei velivoli della compagnia di bandiera sono stato, e continuo ad essere in corredo di mascherine e igienizzanti, soprattutto frequentatore di treni. Viaggiatore in altri termini, tuttoché gli altoparlanti delle nuove stazioni mi rivolgano il lusinghevole appellativo di cliente. La mia educazione allo sguardo passa così di preferenza per quei lunghi e non di rado malagevoli convogli sui quali ho attraversato la penisola le mille volte. Potrei parlare per ore dei treni della mia infanzia, nella luce degli anni Sessanta, come di quelli che via via mi hanno accompagnato in un pendolarismo senza soluzione di continuità, arricchendomi ad ogni viaggio con i colori di un libro, un discorso ascoltato quando non addirittura una storia, l’incanto di un volto che non avrei più rivisto o il profumo di un ancestrale timballo uscito da un borsone insieme alle parole di invito e di rito: vuole favorire? Un uso questo che si è perso molto prima del covid, intanto che sulle lunghe tratte il capotreno andava in quiescenza sostituito da un enigmatico train manager. Ma sono considerazioni che mi porterebbero non solo “fuori tema”, ma anche fuori spazio.

L’Alitalia però, lontana quanto le altezze dei suoi aeromobili, era per paradosso una presenza, un luogo del discorrere che andava in una luce asseverativa. Era un gioiello, e i suoi piloti, i piloti italiani di severa formazione militare, erano i migliori del mondo. Un’opinione degna di Bouvard e Pécuchet che ebbi più volte occasione di ascoltare. Inoltre c’era quel nome dolcemente allitterativo e quel riuscito design che a partire dalla coda del velivolo ridava inaspettata suadenza all’urto dei colori del vessillo nazionale, quella “accozzaglia” mi sembra la chiamasse il principe di Salina in congedo a Tancredi che andava a raggiungere Garibaldi, e la nostalgia virava al monocromo borbonico con il giglio dorato.

Nessuno però in famiglia era ancora salito su un aereo, tranne uno zio alla volta di Londra, che in quegli stessi anni era forse il lume più seducente. E i racconti di lui, a specchio di quel volo che s’era levato sull’azzurro del Golfo per poi passare sulle Alpi e la Manica, erano come un fondale dipinto, offerto dall’efficienza e dalla sicurezza senza falle della compagnia di bandiera.

La sorella più grande di una mia antica fidanzata – ma ero ormai al primo anno di università – lavorò per qualche tempo all’Alitalia come hostess. Era una ragazza molto bella, elegantissima nel taglio della sua divisa. Alitalia, bellezza, eleganza: poteva essere altrimenti? Ricordo che faceva spesso il “lungo raggio”, un’espressione che ascoltavo per la prima volta, figurandone l’arco su punti antipodali del planisfero. Il Brasile, la Baia di San Francisco, il Giappone… Pure non ci venne mai in mente che avremmo potuto prender posto anche noi su uno di quegli aerei e i nostri viaggi continuarono ad essere tutti e ostinatamente di altra natura. “Il volo migliore – scrive Daniele Del Giudice in incipit a un suo splendido racconto – è senza dubbio quello della mente, non richiede mezzi di trasporto sofisticati né brevetti o abilitazioni, ma soltanto l’attitudine ad essere piloti di se stessi, della propria fantasia”. E di fantasia quella Roma sullo scorcio dei Settanta sapeva offrirne quanta se ne desiderasse, con le sue leggendarie cantine teatrali, il Filmstudio, i festival di poesia. E poi c’erano ancora i treni, che sempre più presi a frequentare con il trasferimento a Milano nel decennio successivo finché un giorno un collega venne a dirmi che al prezzo modico di ventinove euro era andato a prendersi un caffè ad Amsterdam ed era rientrato a Milano in giornata. Stentavo a crederci, cosa era successo? Avevo capito bene? Ventinove euro per un caffè! No, per un viaggio in aereo fino alle sponde del Mare del Nord, comunque una follia, ché forse a cercarlo bene a Milano si può ancora trovare un caffè accettabile.

Venni a riflettere che se avessi voluto il giorno successivo portarmi alle labbra una tazzina del Gambrinus la spesa, in favore delle magnifiche Frecce di nuova ideazione, sarebbe stato forse di cinque sei volte più alta, a non dire dei tempi di percorrenza e delle suonerie dei cellulari. Era iniziato il tempo dei voli low cost e non me n’ero accorto. Ed era così giunto anche per me il momento di volare, che si presentò ineludibile per una vacanza ad Alghero di pochi giorni. Per un prezzo certo superiore a quello pagato dal mio collega per il suo caffè mi risolsi ad allacciare la cintura di sicurezza su un robusto aeromobile dell’Alitalia e questo, a fronte di tutta la mia apprensione, mi dava un curioso senso di appartenenza. Curioso veramente, a ripensarci.

Appartenenza a cosa? Ancora adesso non me lo spiego. Forse a quegli anni così lontani di cui conservavo un profumo incerto, a quel volo augurale verso la swinging London, alla cloche in mano ai migliori piloti che si dessero, alle hostess inappuntabili… Come se Alitalia non avesse sofferto già allora innumerevoli traversie e quel contesto non si fosse dissolto in anni indecifrabili o, forse, decifrabili anche troppo. Epitome di un tempo irripetibile quella bellissima fusoliera brillava sulla pista dell’aeroporto Forlanini e salire la scaletta fu decisamente un’emozione. E poi, certo, “le passeger qui, pour la première fois, s’élève dans l’air, va d’étonnement en étonnement. Sa vision du monde est toute boulversée”. Così un sorprendente Guide des voyages aériens Paris-Londres del 1924, che sempre Del Giudice citava nel suo racconto, a configurare per il proselito uno sguardo che alla consueta visione orizzontale venisse a sostituire la verticale e l’obliqua. E mi tornarono in mente, in una luce senza imperfezione oltre il cristallo dall’oblò, le parole di mio zio nel raccontarci un paesaggio osservato dall’alto come su una carta geografica, in evidenza di confini e rilievi. Quel giorno li potevo riconoscere anch’io, e quella Corsica che si disegnava con esattezza su un blu profondo mi parve un sortilegio senza eguali. Che tutto avvenisse con il sigillo di Alitalia mi sembrò inevitabile, mi sembrò giusto e nel malinconico epilogo che si consuma in questi giorni continua a sembrarmi tale.


Le fotografie sono di Roberto Cavallini

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