Alberto Fraccacreta
La nuova edizione Feltrinelli dell’“Ulisse”

L’Odissea di Joyce

L’avventuroso 'viaggio' dello scrittore irlandese attraverso Leopold Bloom è in realtà un’avventura nella lingua, come spiega il traduttore e curatore Alessandro Ceni. Così il lettore-interprete è costretto a essere egli stesso Ulisse in balìa del naufragio di ogni interpretazione prestabilita di senso

È difficile trovare opere letterarie così consentanee a una lettura semiotica e, al contempo, decostruzionista come quelle di James Joyce, in particolar modo con l’Ulisse e il Finnegans Wake. Lettura semiotica e decostruzionista perché, nei romanzi summenzionati, emergono a singolar tenzone il segno e la debolezza del segno, l’aliquid stat pro aliquo (secondo il bel motto medievale) e la dissoluzione di ogni rapporto tra significante e significato. Psicanaliticamente decostruzionista, poi, se diamo spazio alla ‘disseminazione del senso’ di Deleuze, alla pensée nomade, al pensiero rizomatico di cui ogni pagina joyciana pare intrisa. È una continua, ossessiva segnaletica distraente che rimanda ad altro e che, pour cause, annulla il rimando, lo elide. Davvero non si può fare a meno di decodificare quei libri se non come emblemi dilemmatici, in cui la densità e il vuoto combattono nei limiti del dicibile e del non detto per affermare, insieme, l’integrità e la vanità di ogni umana espressione. Troppo agilmente la trama dell’Ulisse, ridotta all’osso, è stata liquidata come un singolo giorno (il 16 giugno 1904) di Leopold Bloom e sodali a Dublino. Una nuova edizione, curata da Alessandro Ceni (Feltrinelli, 1024 pagine, 19 euro) a quasi un secolo di distanza (1922), prova a schiarirci le idee.

Alessandro Ceni

«L’uso totale della lingua — commenta Ceni nell’interessante Nota introduttiva —, declinata nei suoi multiformi linguaggi, fa della lingua in sé il racconto, il narrato (si presenta, diciamo, al pari di una Odissea della lingua, il cui canto è come se fosse per sortilegio in perenne esecuzione)». La lingua è protagonista, d’accordo, a scapito di Bloom, Dedalus e Molly. Allora l’intreccio testuale come si riassume? Di cosa parla l’Ulisse? Tratteggiare il bilancio di cento anni non è compito di una recensione. Certo è che il romanzo è nei libri di storia della letteratura, racconta il mutamento di un’epoca, è saldamente al capo di un movimento (il modernismo) che ha attraversato il XX secolo anche nella sua deviazione principe (il postmodernismo) la quale, in qualche modo, proprio da Joyce, proprio dall’Ulisse è stata inconsciamente presupposta e preposta. Vien da chiedersi: nei prossimi cent’anni vedremo nuovamente Bloom al timone? Cosa ha da dire lo stream of consciousness ai giovani ragazzi di oggi e di domani? In termini di critica della ricezione: quale ‘orizzonte di attesa’ attende Joyce? Il fatto che un romanziere come Jonathan Franzen, che con Le correzioni ha segnato una tappa importante del postmodernismo, sia tornato in picchiata sulle architetture tradizionali con il recentissimo Crossroads, non dev’essere un bel segnale (a proposito di semiosi). Oggi, complici le serie televisive che adottano le ben oliate strutture del feuilleton ottocentesco, il fruitore cerca storie, storie comprensibili, ‘leggibili’, in linea con un ritorno al realismo, talora esasperato dal senso spasmodico di autenticità dell’autofiction

Be’ un innegabile vantaggio l’Ulisse lo presenta sin dalla prima pagina: ovvero il suo epidermico svantaggio, la tortuosità di quello che si dice, la palese difficoltà cognitiva d’approccio. Il romanzo esige tutta l’attenzione del lettore (e, ahilui, del traduttore), sfida le sue capacità intellettive, costringe il lettore-interprete — come rileva Ceni — a essere quasi egli stesso Ulisse in balìa del naufragio della lingua, della mislettura, dell’affogamento di ogni interpretazione prestabilita, lineare. Lo scrittore irlandese non esige tanto un pubblico competente, quanto un pubblico solerte nell’auscultare i borborigmi abissali dell’opera, in un’epoca — la nostra — in cui la svagatezza e la non concentrazione sono in parabola ascendente. 

Ecco una citazione paradigmatica, pagina 60: «Tagliò verso la parte al sole, scansando la ribalta allentata della botola dello scantinato del numero settantacinque. Il sole si avvicinava al campanile di St George’s. Sarà una giornata calda immagino. Specialmente con questi abiti neri si sente di più. Il nero è conduttore, riflette (rifrange?), il calore. Ma non potevo andare con quel vestito chiaro. Fa picnic. Spesso le palpebre delicatamente gli calavano nel camminare in quella lieta calura. Il furgone del pane di Boland consegna in vassoi il nostro quotidianamente ma lei preferisce pangirato di ieri col sopra croccante caldo. Ti fa sentire giovane. Qualche posto a oriente: mattino presto: partire all’alba, viaggiare in tondo davanti al sole, rubargli una giornata di marcia. Mantenerla per sempre mai diventare di un giorno più vecchio tecnicamente. Camminare lungo una riva, terra forestiera, arrivare alla porta d’una città, sentinella lì, vecchia gavetta pure lui, i mustacchioni del vecchio Tweedy appoggiato a una specie di lunga lancia. Vagabondare per strade schermate da tende. Facce col turbante passano. Buie caverne di botteghe di tappeti, omone, Turko il terribile, seduto a gambe incrociate fuma una pipa a spirale. Grida di venditori nelle strade. Bere acqua profumata al finocchio, sorbetto. Vagabondare tutto il giorno. Ci sta d’incontrare un qualche brigante. Be’, incontriamolo. Passarsela fino al tramonto».

Al di là della felice e sonante traduzione di Ceni che da poeta coglie benissimo i rapporti fonematici nella tessitura formale, è questo un buon esempio della tecnica joyciana: Mr Bloom cammina tagliando verso la parte al sole, il narratore lo segue con gli occhi ma una virgola mancata («Sarà una giornata calda immagino») fa ‘inciampare’ lui e noi nei pensieri di Leopold: siamo dentro, l’omissione del referente sintattico ha girato la chiave del flusso di coscienza e ora è un andirivieni di emersioni («Spesso le palpebre delicatamente gli calavano nel camminare in quella lieta calura») e immersioni («Ci sta d’incontrare un qualche brigante. Be’, incontriamolo»).

Interno-esterno, altri (i lettori) che toccano l’intimo dell’io personaggio. Annullamento della barriera tra pubblico, autore, narratore ed eroe. Accentuazione del mistero nelle ricchezze profonde del linguaggio. Questi e cento diversi motivi per cui l’Ulisse, sì, ha ancora molto da dire.

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