Arturo Belluardo
Al Teatro Greco di Siracusa

Il soffio del teatro

La memoria e l'identità, le parole dei greci e la meraviglia della finzione. Uno scrittore siracusano torna a sedersi nella cavea millenaria per rinnovare un rito antico. «Sei portato a schierarti con il dio dell’ebbrezza, salvo poi precipitare nel raccapriccio per una vendetta troppo atroce per l’umano»

Fino al 2020 le Rappresentazioni Classiche al Teatro Greco di Siracusa non avevano conosciuto nessuna interruzione dal 1914, se non quelle dovute alle due Guerre Mondiali e all’epidemia di influenza spagnola seguita alla Grande Guerra.

Nel 1921 le Tragedie ricominciarono con Le Coefore di Eschilo, e sono proprio Le Coefore quest’anno, a un secolo dalla fine della Spagnola, a segnare il ritorno alla scena, il lento ritorno alla vita dopo il blocco devastante dovuto alla pandemia da Coronavirus.

E questo ritorno è carico di energia, energia che si declina nelle poderose scenografie volute da Davide Livermore per Coefore/Eumenidi e da Carlus Padrissa per Le Baccanti di Euripide, nel furore orgiastico di Lucia Lavia/Dionisa e nella sete di vendetta e giustizia di Giuseppe Sartori/Oreste, nei digrigni selvaggi delle Menadi che invadono tutto il Colle Temenite, nelle magnifiche dissonanze dei cori eschilei di Andrea Chenna.

L’energia sferza gli spettatori, ne carica le molle tra le scapole, li fa esplodere in fragori a scena aperta, in standing ovation, in urla e fischi da stadio; la felicità del ritorno al Teatro è un’onda che ti arriva in gola, ti spinge la gioia fuori dal dotto lacrimale. Mancava un pezzo di anima, un pezzo di corpo.

Specialmente qui, specialmente a Siracusa.

Qui, dove gli spettatori seguono ancora il testo sul libretto, alla luce dei telefonini, quasi senza guardare la tragedia.

Qui, dove le Rappresentazioni sono talmente innervate nel DNA aretuseo da farne nominare i figli, dal mio professore di disegno che si chiamava Oreste, al nostro idraulico Telemaco, con il fratello elettricista Nestore. Da farne oggetto di periodico curtigghiu, quasi si parli della partita della Nazionale o della nuova pizzeria di quartiere. Brandelli di memoria, scambi di dialoghi per le scale di un condominio economico-popolare:

“Com’è, c’ha statu au Teatro Greco?”.

“C’andai aierassira”.

“E comu ci parseru i Tragedie? Buone? Vale a pena?”.

“Buone sì, ma chiddi cu Gassman erano n’autra cosa”.

Scolpita indelebile nelle pietre di Ortigia, la memoria dell’Orestea di Gassman/Pasolini, quando entrambi sfidavano a pallone, con la squadra attori e tecnici, il Siracusa Calcio per una partita di beneficenza.

Perché gli Spettacoli Classici sono anche questo, mesi, tra prove e repliche, di attori che si sparpagliano per la città, che frequentano putie, bar e pizzerie, che si innamorano della città, da tornarci sempre in vacanza, da decidere di viverci per sempre, come Lydia Alfonsi o Galatea Ranzi. Mesi di incontri al supermercato, come quello di mia madre con Roberto Herlitzka, Prometeo ineguagliato: “Ma così piccolo è? Sicuro sei che è lui?”.

A mia madre è legata la mia bollatura a fuoco vivo, il mio amore sconfinato per il teatro e per la cultura greca. Avevo otto anni, era appena stata a vedere l’Ippolito e io pretendevo resoconti dettagliati su Ippolito fatto a pezzi dai cavalli e a ogni pezzo di racconto intervallavo un “E poi?” fino alla fine.

“E poi?”.

“E poi niente. Gli attori sono usciti a ringraziare il pubblico”.

“Anche quello fatto a pezzi?”.

“Ca certo, era un attore, mica era vero”.

“Non ho capito, la prossima volta mi ci porti”.

Mia madre mantenne la promessa, due anni dopo, Medea con Valeria Moriconi. Mia madre sentiva puzza di putrefazione e io continuavo a odorarmi le mani, in colpa per non essermele lavate prima di uscire. E poi… i figli scannati dalle mani della madre e quel dragone/pallone dorato che si librava sul Teatro Greco con Medea a cavalcioni. Rimasto lì, assieme a mia madre, a cinquant’anni di distanza.

E poi… il teatro fatto al Liceo Gargallo, Le Baccanti portate in scena su questo calcare, io a interpretare Penteo, Da questa terra fuor mi trovo ad essere, quand’odo che malanni si diffondono novelli… Penteo e Dioniso sono ancora dietro le mie orecchie.

E così il mio ritorno ogni anno a vedere le Tragedie, da otto anni assieme a mia figlia, da quando ne aveva dodici.

Mia figlia, che mi ha pregato di tornarci anche quest’anno, quest’anno che il Covid s’è portata via mia madre, questo primo anno a Siracusa senza di lei, che ha sapore di miele amaro, di carrube in putrefazione.

È un anno di cerchio che si chiude, torno a vedere Le Baccanti senza mia madre a cui raccontarne le meraviglie: il parto di Semele, con Dioniso che piomba giù da una statua altissima, il commosso omaggio di Cadmo e Tiresia a Franco Battiato, il tiaso che manifesta contro la violenza alle donne, il coro sospeso, sfera pendente da una gru a declamare il trionfo di Dioniso.

E Dioniso, Dionisa, fluido e selvaggio, erotico donna/uomo che è Lucia, ma anche Gabriele Lavia. Domina la scena con passi da leopardo, con graffi gutturali.

E la visione totale, e quindi contaminata, del teatro de La Fura del Bauls che riesce a scuotere persino i siracusani più tradizionalisti.

Ma non sono gli effetti speciali a dominare. È la stretta aderenza al testo, al suo grandissimo impatto emotivo e simbolico: il contrasto insanato tra la razionalità positivista dell’uomo contemporaneo e la natura misteriosa e crudele, e per questo distante, incarnata dal mutaforma Dioniso, è qui riportato nella sua tesa drammaticità.

Tu sei portato a schierarti con il dio dell’ebbrezza e con le sue menadi, salvo poi precipitare nel raccapriccio per una vendetta troppo atroce per l’umano.

Non riesci a sopportarla.

E la natura che si ribella e uccide, colpendoti nei tuoi affetti più intimi, sfuggendo alle leggi del piccolo uomo che vorrebbe soggiogarla, è la protagonista della nostra storia recente.

Alla fine, resta solo la nostra esule fragilità.

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