Pier Mario Fasanotti
A proposito di “Sport letteratura e dintorni”

Lo sport a parole

Un numero monografico della rivista "Trame" curata da Ilaria Magnani e Nicola Bottiglieri analizza i rapporti tra lo sport e la scrittura. Da Leopardi a Pasolini, da Brecht a Buzzati: la storia di un “evento” che merita di essere raccontato

Una raccolta di saggi molto originale prende in considerazione le manifestazioni sportive in relazione, non solo ai vari periodi storici, ma all’arte, alla poesia, alla letteratura, alla saggistica, a brani d’autore e perfino ai libri – non così tanti – scritti dagli atleti. Stiamo parlando del numero monografico della rivista Trame dedicata a Sport, Letteratura e dintorni, a cura di Ilaria Magnani e Nicola Bottiglieri (Nuova Editrice Universitaria).

Del più grande poeta del 1800scrive nel suo saggio Vittorio Capuzza: «Ma che c’entra Leopardi con lo sport?». Pressoché nulla, o solo indirettamente. Il poeta di Recanati e lo sport: un rapporto meramente concettuale. Con una qualche sorpresa per chi non conosce così a fondo l’autore de La ginestra, così struggente nella sua declinazione testamentaria, delle Operette morali, dello Zibaldone e di molti altre liriche e scritti sparsi. Già, che c’entra il figlio del conte Monaldo (reazionario e fedele allo Stato della Chiesa che governava le Marche) con l’attività fisica? Si fa notare che, prima della partenza per Roma e Napoli (dove morirà), usava fare passeggiate, «senza mai aprire bocca». Passeggiava anche nel palazzo avito, per alleviare il dolore agli occhi, così provati dalle lunghissime ore passate allo scrittorio. Oppure rannicchiato a terra, spinto dalla necessità di trovare una postura migliore alleviare le fitte dovute alla sua deteriorata spina dorsale.  Scrisse un giorno: «Il vizio del corpo nuoce alle facoltà mentali e per lo contrario l’imbecillità del corpo è favorevolissima al riflettere». Insomma una siderale distanza alla pratica fisica.

Tuttavia era curiosissimo verso il mondo intero, tanto è vero che scrisse la poesia A un vincitore del pallone. Osservava dalla finestra una ragazza che faceva ruzzolare una palla per strada, ovviamente ricordando il suo unico amore, Silvia (che a quei tempi era morta). Una volta ebbe modo di associare lo sport all’ozio. Ma al contempo: «Prevale il verbo “attendere” cioè ad ascoltare la gioconda voce dello stadio, degli spettatori tifosi».

Facciamo un balzo all’indietro. Inevitabile parlare della Grecia antica. I giochi olimpici durarono all’incirca un millennio (annotazione curiosa: la lingua dell’Ellade fu una lingua praticata nel vastissimo impero romano). Tra i più colti era cosa rara non parlare anche il greco, intermediazione culturale e anche commerciale. I giochi olimpici durarono dal 776 a.C al 393 d.C, salvo poi essere vietati dall’imperatore Teodosio II. L’interdizione venne inclusa dal codice giustinianeo nel 535 d.C.. In esso si parlava di «spettacolo volgare e corrotto».

In base a quanto sappiamo, le attività atletiche svolte in maniera competitiva rivestono di volta in volta carattere sacrale, educativo, cerimoniale. Ci furono giochi funebri a carattere cerimoniale organizzati da Achille in onore di Patroclo, (due di corsa, tre di combattimento, e poi tiro col disco e della lancia).

Nell’Odissea, Alcinoo, re dei Feaci, organizza dei giochi in onore del misterioso ospite trovato dalla figlia Nausicaa dove il fiume sfocia nel mare. In questo spiazzo tranquillo, la ragazza si era recata a lavare le vesti e poi aveva cominciato a giocare a palla con le ancelle.  La sfera cade in acqua. Quando Nausicaa grida. Ulisse si sveglia…

Lo straniero viene portato in città, è accolto con molti onori, ma non rivela il suo nome, né la sua storia. Si organizzano dei giochi ed Eurialo «uguale ad Ares, il dio funesto ai mortali» lo invita a partecipare, ma egli rifiuta, per questo viene apostrofato co mercante: «Tu non hai l’aria di un atleta «Tu non hai l’aria di un atleta». Ulisse, non potendo sopportare, offeso, accetta la sfida e partecipa alle gare, ma continua a non rivelare il suo nome.

Vince nel disco, afferma di essere bravo nel tirare la lancia, tendere l’arco, capace di fare il pugilato, la lotta, ma non la corsa, per questioni di età. Dopo le gare, vi è un banchetto e qui il cieco indovino Demodoco canta le gesta dei guerrieri greci che hanno combattuto sotto Troia. Nel canto si menziona Ulisse e a questo punto lo straniero, nel momento in cui riconosce se stesso in quella ricostruzione bellica non riesce più a trattenere le lacrime e, piangendo (gli eroi di Omero sovente piangono) racconta la sua storia.

L’oratore romano Cicerone (ne parla nel suo saggio Alfredo Mario Morelli) si mostrava favorevole sulle gare atletiche, manifestando però un particolare antipatia, se non avversione, sulla nudità degli sfidanti. Ne Il Simposio rimarca la radicale differenza tra greci e barbari (Persiani). Rimarcava la differenza tra la cultura tradizionale delle élite della città eterna e l’ethos greco sul valore da attribuire alla nudità, all’esercizio fisico e alla preponderanza, tra i greci, del ginnasio. Così annota Alfredo Mario Morelli. E c’è da credere allo studioso dell’età classica. Più in generale, Cicerone faceva una distinzione tra l’amore del sophòs, rivolto ai giovani e belli, e la musa come punto di leva per negare ogni possibilità di “sublimazione” dell’impulso erotico. E ancora: «Ogni riferimento alla “fisicità” stessa del sentimento che lega gli amici: il corpo, la sua cura, gli affetti sociali, semplicemente spariscono da questo orizzonte. Insomma, Cicerone, oltreché sedentario, era bacchettone in maniera vistosa».

Contrariamente al principe del foro (Note le Verrine, ossia le irruenti accuse mosse a Verre, uomo politico ultra-corrotto), letterati come Pier Paolo Pasolini, assieme ad Austin Goytisolo – scrittore catalano e traduttore tra gli altri anche di Cesare Pavese – erano appassionati di calcio (ne parla Francesco Luti nel suo saggio). Il poeta e prosatore emiliano (e non friulano, come si tende erroneamente sostenere: nacque e si laureò a Bologna, trascorrendo un periodo con la madre a Casarsa, ove diede scandalo di omosessualità), del Bologna Football Club sapeva ogni cosa e addirittura diceva a memoria le formazioni dei diversi campionati felsinei. In questo era imbattibile. Andava allo stadio, spesso con Paolo Volponi, e venerava il capitano Bulgarelli. L’amico-attore Sergio Citti diceva di lui: «Avreste dovuto vedere PPP… sembrava aver visto Gesù». Il pallone lo venerava. Fece un provino col Torino, giocava come ala destra malgrado fosse mancino. Scrisse un giorno: «Il pallone è la cosa più bella al mondo». Ammirava Franz Beckenbauer e di Giancarlo Antonioni sosteneva che era «una sfinge». Il Giancarlo fiorentinissimo era l’eroe nella città dei gigli, fece anche l’allenatore e vinse i mitici mondiali del 1982.

Il poeta Alfonso Gatto che al calcio prediligeva la pedalata, come annota nel suo saggio Marcello Napoli, diceva: «Non so se sia finito il ciclismo, se siano finite le strade, se siano per sempre scomparsi gli eroi. Finito è certamente il tempo della bella crudeltà e con la quale ci stringiamo a vederli felici in nome di una giornata, che è, forse tra tutte quelle vissute e da vivere e da vivere, l’unica da ricordare».  

Nicola Fano sostiene giustamente che le gare sportive erano strettamente legate all’onore che si tributava agli dei, ed era strutturato, «come tutte le gare, su regole fisse, rigide, e imprescindibili». Non si gareggiava a casaccio. Nemmeno a teatro, tanto è vero che Wiliam Shakespeare voleva che il suo primattore Richard Burbage si allenasse con le spade (il maestro prediletto era un italiano) per essere attore credibile, e dinoccolato sul proscenio. E così Burbage era inappuntabile nell’Amleto, nel duello con Laerte, e persino nell’Otello. Meticoloso, in fatto di boxe, era Bertolt Brecht (ne La Giunga delle città celebre fu il duello con George Garga).

Lo sport in quanto tale compare a ridosso della rivoluzione industriale nel secolo XIX ma presto assunse i caratteri della modernità più avanzata, divenendo sinonimo di progresso. Nacque ovviamente la velocità, spettacolo di massa, dando vita perfino a un particolare tipo di abbigliamento. E veniamo alla parola sport, derivante dal francese antico desport (presente anche nella lingua italiana come diport) indicava attività di svago come la caccia, la scherma, le corse dei cavalli, e anche l’antesignano del calcio, soprattutto a cavallo. Ancora adesso praticato.

In Italia, i giornali sportivi spuntarono come funghi. a Milano Lo sport (1865), La caccia. Giornale illustrato dello sport italiano (1876) e Lo Sport illustrato (1881) nello stesso anno in cui uscì anche a Roma la Rivista degli sport nazionali. Queste pubblicazioni informavano sulla ginnastica, il tiro a segno, la caccia, la scherma, il canottaggio, e così via. I lettori erano essenzialmente aristocratici. In quel contesto elitario la diffusione del ciclismo e del calcio, che si potevano praticare fuori delle palestre, provocherà una vera rivoluzione, aprendo la strada allo sport di massa. Del resto, il ciclismo si era sviluppato del mondo degli operai del nord-est, che usavano la bicicletta per andare in fabbrica risparmiando sui soldi del tram. Il calcio invece il si affermerà subito dopo, perché non aveva bisogno di attrezzature né della manutenzione del campo come il rugby, dove la mischia e il placcaggio si possono fare solo su un manto erboso. La costruzione di luoghi appropriati per questi sport, il velodromo per ciclismo su pista e lo stadio per il calcio, cambierà il ruolo delle palestre, dei circoli sportivi, del tempo libero e la topografia delle città.

Alfonso Gatto al Giro d’Italia

Se durante il fascismo si limitava resoconti, spesso sbrigativi e zeppi di numeri, successivamente molte firme delle belle lettere si cimentarono in vari e propri pezzi di bravura, degni – vale la pena di ammetterlo – di pagine squisitamente letterarie. Citare Dino Buzzati è quasi un obbligo. Il giornalista non si limitava a descrivere pedissequamente le varie tappe del Giro d’Italia o i match calcistici. Il Giro era una occasione per vedere come era ridotta l’Italia uscita dalla guerra, come procedeva la ricostruzione, quella ricostruzione e rinascita chiamata boom. Se ne occuparono poeti come Anna Maria Ortese, Vasco Pratolini, Orio Vergani, Indro Montanelli, il già ricordato Alfonso Gatto ed altri ancora.

Dal pezzo giornalistico al romanzo sportivo, passo inevitabile i temi dello sport si intrecciano con i romanzi della letteratura popolare, sia nel genere avventura, Emilio Salgari, Il polo australe in velocipede (1895) o in quello amoroso. Si ricorderà Amore e ginnastica (1892) di Edmondo De Amicis. Dove pure lo sport in quanto è un po’ marginale alla vicenda legata soprattutto alla dimensione didattica dell’Unità d’Italia.

Il fascismo, invece, promosse la pratica sportiva. Fin troppo. Dedicata alla costruzione dell’“homo novus”. Furono privilegiate due discipline, il calcio e la boxe perché esse più delle altre, adombravano valori guerrieri: il duello e lo spirito di corpo. Valeva anche per i giornalisti Durante i fine settimana erano obbligatorie le gare ginniche. Si ricordi lo struggente film Una giornata particolare di Ettore Scola del ’77. Era un atto di accusa all’avversione contro l’omosessualità del regime e accompagnava il sottofondo politico dittatoriale e omofobico. Lo sport in divisa era praticato nelle scuole e nelle piazze del Paese, durante la settimana. Nel caso specifico c’era la visita di Hitler a Roma.

Dei numerosi romanzi pubblicati insieme alle copie della Gazzetta dello Sport, solo alcuni mostrano una originalità scevra delle imposizioni ideologiche di quegli anni, il che li rende ancora oggi degni di interesse. È da ricordare il long seller di Franco Ciampitti Novantesimo minuto (1932), considerato il primo romanzo calcistico italiano. Il titolo ha dato il nome ad una fortunata trasmissione televisiva in onda dal settembre 1970 fino ai nostri giorni. Tratta il tema del professionismo sportivo, degli infortuni sui campi di gioco, delle trame segrete tessute per alterare il risultato della gara, del sacrificio del campione per far vincere la squadra, tutti temi desueti per quegli anni ma di grande attualità ai giorni nostri.

C’è poi il tema della commercializzazione. In genere, la narrativa di regime utilizza trame molto semplici, un linguaggio piano e scorrevole, creando allo stesso tempo un modello di maschio italiano. Questo conduce a due conseguenze che derivano in fondo dallo stesso principio. La partita di calcio, nel momento in cui diventa un evento mediatico, è un ideale veicolo di propaganda (ne parla Giacomo Manzoli). Per la medesima ragione, si fa prodotto appetibile in se stesso (per il prestigio e la diffusione del media che la trasmette) e in quanto strumento per la promozione di altri prodotti, ovvero degli sponsor. Tutto tende a diventare prodotto, oggetto di compravendita, con un prezzo di acquisto che deve essere tradotto in valore economico. Tutto passa attraverso la spettacolarizzazione dell’evento agonistico. Nello sport, quando inizia a essere commercializzato per un pubblico pagante, i protagonisti richiedono un compenso e iniziano ad assumere rilievo tutte quelle figure di organizzatori e gestori che sono in grado di disporre le condizioni che rendono possibile la circolazione delle risorse che passano dagli spettatori ai protagonisti al netto delle intermediazioni. Lo sport si fa affare, con tutte le conseguenze del caso, alcune delle quali provocano sdegno, e, in certi casi (soprattutto in tempi di crisi economica) protesta.

L’evento sportivo, che ha generato analisi a dismisura e pure libri (autobiografici e non) oggi non è più un evento monodimensionale, chiuso in se stesso, ma un fenomeno pluridimensionale sul quale convergono molteplici attività capaci di occupare e mettere a valore (o sfruttare, se si preferisce) una quantità considerevole di tempo libero degli appassionati. È così che si comprende come la partita di calcio da cui siamo partiti diventa un pilastro di una complessa industria. Mobilita centinaia di milioni di spettatori e al contempo un flusso esorbitante dei mezzi di comunicazione. Sia il calcio, che la boxe, sia la vela, che le gare in piscina, sono diventate il prodotto seriale per eccellenza.

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