Lidia Lombardi
Verso il Premio Strega /4

Dio e i derelitti

Pietà per chi attraversa nella vita la “galleria dell’orrore”. È il tratto che accomuna i libri di Edith Bruck e di Giulia Caminito, gli ultimi due titoli della nostra carrellata sui 12 candidati tra cui verranno scelti i 5 finalisti

Affinità elettive. Sono quelle che legano i due ultimi titoli della carrellata di Succedeoggi sulla dozzina del Premio Strega 2021. Intendiamoci, Il pane perduto di Edith Bruck e L’acqua del lago non è mai dolce di Giulia Caminito, ancorché firmati da donne, sono diversissimi per trama, stile, genere. E però c’è un filo rosso che lega i rispettivi editori, La nave di Teseo per il primo, Bompiani per il secondo. Infatti a fondare e ora a dirigere La nave di Teseo è quella Elisabetta Sgarbi che della prestigiosa Bompiani (autori come Moravia, Flaiano, Brancati, Alvaro, La Capria, Cronin, Steinbeck,Yourcenar…) è stata responsabile fino al 2015. In quell’anno il marchio nato nel 1929 per volontà di Valentino Bompiani viene acquisito insieme con Rcs da Mondadori. Ne derivarono – per incompatibilità ideologica con i nuovi proprietari, la famiglia Berlusconi – le dimissioni della Sgarbi e di Umberto Eco. Dall’esodo scaturì appunto La nave di Teseo che nel 2017 ha acquisito Baldini & Castoldi e Oblomov e che lo scorso anno si è aggiudicata il Premio Strega con Il colibrì di Sandro Veronesi. Da parte sua, Bompiani insieme con Marsilio è uscita da Mondadori nel 2016 in seguito a disposizione dell’AGCM per diluire la dominanza delle quote di mercato controllate dal marchio di Segrate.

Insomma, un recente passato comune tra i due editori milanesi, il vecchio e il nuovo, che puntano alla qualità di ciò che pubblicano, evitando facili scelte commerciali. E attenti alla valorizzazione dei classici ma sensibili ai giovani autori. 

Lo è la Caminito, trentatré anni, romana, già destinataria con il romanzo d’esordio, La grande A, di premi come il Bagutta Opera Prima e il Brancati Giovani. L’acqua del lago non è mai dolce (298 pagine, 18 euro, ne ha parlato su Succedeoggi Nadia Tarantini, https://www.succedeoggi.it/2021/02/nel-lago-della-storia/) è un libro duro sulla gioventù senza spiragli, in una contemporaneità disarmante per incuria istituzionale verso i derelitti. Ed è un romanzo sulla contrapposizione tra madre e figlia (tema assai ricorrente nello Strega 2021) che in questo caso si acuisce perché la madre, Antonia, deve pensare a quattro figli e a un marito invalido dopo che ha lavorato in nero e lo fa con onesta e intransigente determinazione. Che la porta a chiedere al Comune una casa oltre i venti putridi metri quadrati in cui vivono in sei, a raccogliere tutto ciò che può essere riciclato, a insegnare ai figli la dignità di farcela da soli, senza prendere neanche un fiore che esce sulla strada da una cancellata privata. È severa, Antonia, con la figlia Gaia, l’io narrante. Le taglia d’imperio di capelli, le infila i vestiti presi sugli scarti, le scarpe già senza suola. Quando si trasferiscono sul lago di Bracciano, Gaia cresce in un limbo melmoso, tra gorghi che portano a fondo. Subisce Antonia, è una miserabile con tanta rabbia, che usa contro la falsa amica, il ragazzo deludente. Caminito narra senza ghirigori, una lingua che fluisce in un racconto di vita dove tutto può succedere perché viene subìto e il futuro arriva privo di futuro, perché non c’è riscatto. Scrive Giuseppe Montesano, che ha presentato il libro agli Amici della Domenica: «Colpisce il modo con cui Caminito sa cogliere una realtà contemporanea tracciando una parabola sociale che punta inesorabilmente verso il basso: dalla testarda speranza con cui la madre tenta di restare a galla in un mare di ingiustizie, alla sconfitta desolata della figlia che affonda in un’acqua avvelenata di risentimento, appesantita da miraggi scadenti e da una cultura che promette ma non mantiene». 

Se Caminito ambienta il romanzo in un luogo nel quale ha vissuto, Anguillara e il lago di Bracciano, Edith Bruck, la scrittrice ottantottenne che nel febbraio scorso si è vista bussare alla porta di casa papa Francesco, non sceglie solo un’ambientazione legata alla propria vita ma fa un romanzo autobiografico tout court. Il pane perduto (128 pagine,16 euro) parte dalla deportazione dell’ebrea ungherese Edith, che con occhi di tredicenne vede i campi di sterminio – Auschwitz, Dachau, Bergen-Belsen – e sopravvive grazie al sostegno della sorella Judith. Ci sono appunto gli zoccoli di legno dell’infanzia povera e i piedi scalzi nel lager, in questo libro, ma anche l’odissea successiva, di una giovane che si porta dietro vite bruciate dalla Storia e non sa dove andare, chi essere. Ecco il tentativo di insediarsi in Israele e di inventarsi lì una vita nuova, le fughe, le tournée in giro per l’Europa al seguito di un corpo di ballo composto da esuli, l’approdo in Italia e la direzione di un centro estetico frequentato dalla “Roma bene” degli anni Cinquanta, infine l’incontro con il poeta e regista Nelo Risi, col quale intreccia un sodalizio artistico e sentimentale che durerà sessant’anni. Le riflessioni sull’oggi virano verso i pericoli del ritorno della xenofobia, la conclusione è una lettera a Dio nella quale Bruck non nasconde dubbi, speranze e il desiderio di tramandare ai giovani la storia del Secolo Breve. Annota Furio Colombo, che ha promosso Il pane perduto: «Un’amorevole dolcezza prosciuga altri sentimenti (come l’odio legittimo per l’orrore e i carnefici) perché Edith è salva e tenuta in vita da un legame fortissimo, un misto di orgoglio e pietà per chi, come lei, è stata spinta nella galleria dell’orrore… Ma la vita è troppo forte e l’istinto, ancora bambino, di saltare avanti, è troppo grande».

Nell’immagine: Maria Bellocci insieme a Elsa Morante, vincitrice del Premio Strega nel 1957 con “L’isola di Arturo”

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