Pier Mario Fasanotti
Consigli per gli acquisti

Scritture aperte

La narrativa "comica" di Pietro De Viola, la poesia ricca di desolazione e delicatezza di Francesco Carofiglio e la riscoperta di un intellettuale pieno di misteri e sfaccettature, Leonardo Sinisgalli

Italianos. In Italia ci sono due intramontabili pregiudizi sul romanzo. Quello poliziesco (il genere più venduto) non ha mai avuto l’onore di un Pemio Strega, di un Campiello o di un Viareggio. È un genere “a parte”, tanto è vero che chi parla di un delitto potrebbe vincere un premio “a parte”. Da affiancare, ma non sempre, il romanzo comico. Peccato, soprattutto se si legge Sale e sangria di Pietro De Viola (editore Oligo, 335 pagg, 18 euro). L’autore è siciliano di Barcellona e parla del suo Erasmus in Catalogna. E già questa è una coincidenza geografica divertente. Con una scrittura che passa disinvoltamente dal parlato (gergo di strada o di residenza per studenti) a considerazioni degne di considerazioni filosofiche o sociologiche.  Il protagonista Michele, prontamente diventato Miguel, ci confida che ne ha piene le tasche di «giorni della vita che passano come fossero tastini di un registratore di cassa da Bar Sport, tic-triritic, in continuazione, senza lasciare memoria di sé». Poi la sua prosa-intenzione si alza: «E allora bisogna rivivere… aspirare per bene e sentire i profumi…» siamo al sapore delle madeleine, né più né meno. Siamo alle Epistulae ad Lucilium, «inutile mutare il cielo, se l’animo è ammalato».

Sul treno (el ferrocarril) incontra delle ragazze lentigginose, strette in jeans di marca, «sembrano due bambole di porcellana olandese, e anzi credo siano proprio di quelle zone… mi guardano ed è come mi dicessero: “Sei un barbone del Sud del mondo con la valigia di cartone, anzi peggio, con la valigia di finta pelle presa da Wu-Carlo, moda e accessori from Beijing”. Come se Carlo fosse un nome abbastanza diffuso a Pechino». Miguel ha intenzione di studiare, si iscrive anche a un corso di chitarra. Ma l’ossessione sua e dei suoi compagni e fare l’amore. Tra una considerazione e l’altra. Per esempio un suo amico proclama a voce alta: «Dunque, noi nasciamo e, in potenza siamo qualsiasi cosa: agenti della Cia, terroristi, capi di stato, lattai. Intelligenti o emeriti idioti. Sapienti o ottusi ignoranti. In principio consistiamo in uno spermatozoo di qualche milionesimo di millimetro, un concentrato di tutto ciò che potremmo esser, con miliardi di qualità, competenze, intelligenze, emozioni…poi si cresce, il nostro peso specifico diminuisce, continuamente. Eravamo preziosi, cominciamo a divenire scadenti». Capita un giorno che muore papa Wojtyla. «Io ho coronato il sogno di ogni buon italiano medio all’estero, alla Villa c’è una festa: tutto logico. Il bello è che noi italianos veniamo visti come più partecipi alla vicenda. Cioè, muore il papa, e tutti fanno le condoglianze a me». Poi arriva il connazionale Leonardo, biondo, alto, spalle larghe; ha il classico stile di chi è sicuro di sé e non ha mai avuto bisogno di conferme».  Dopo mezz’ora alla Villa, «lo si trova a fare movimenti smisurati verso quella montagna che è solita chiamarsi intimità». La sua conquista lo terrà prigioniero nella sua stanza per tre giorni. Una gran fatica. Poi il suo “addio per sempre”. «Ero felice, e lei più di me», racconta il conquistador latino. «Quasi ci abbracciammo, finalmente accomunati da qualcosa: la gioia di liberarsi l’una dell’altro».

I nostri Virgilio. So bene che riceverò critiche a non finire. Poco importa. La poesia italiana contemporanea è ancorata, ancora, a un ermetismo che, per chi lo pratica, viene assimilata al lirismo astratto e autoreferenziale, contrabbandato per eleganza o per conformismo, ben lontano dai versi (per esempio) di Pasolini, dei sudamericani come Neruda, della polacca Szymborska (Premio Nobel 1996) e altri. Rompe magnificamente questo pregiudizio – come tale infatti impera – è Francesco Carofiglio (non Gianrico, prosatore) nella raccolta Poesie del tempo stretto (Piemme, 215 pagg, 12 euro). Lo stesso titolo rimanda ai tempi cupi e introversi che stiamo vivendo. L’autore parla dal perimetro di casa sua, e la sua (del tutto apparente e fuorviante) semplicità è un misto di desolazione e delicatezza. Tanto per non essere astrattamente accademici (non è il mio mestiere), citiamo alcune sue poesie. «penso alle camere/ innumere». «voli/ alle città/ ai letti disfatti/ sento di non appartenere/ alla memoria di nessuno/ sul tavolo della cucina/ due pere e una mela/ e un piatto vuoto/ tutte le cose che sembrano vacillare». «ho comprato/ un cappello bianco/ per farmi compagnia». «potresti dirmi/ per favore/ dove si trova l’uscita/ dal nostro amore». «fuori c’è il sole/ un giocoliere fa volteggiare/la clave/ e nessuno lo guarda». «poi velo vedo/in fondo al corridoio/ mio padre/ con l’impermeabile chiaro/ si avvicina e mi prende per mano/ attraversiamo la strada/ fino al marciapiede opposto/ e io resto solo/ per tutta la vita». «nel tempo di festa/ restiamo a guardare/ la luce/ dell’ultima lampada/ dondolare». C’è poi, nelle pagine finali, una poesia meno “chiusa”: «essere pronti alla nuova vita/ indossare gli occhiali/ le scarpe /le mani/ uscire di casa/e camminare/ senza fermarsi/ mai/ fino al mare». «bisognerebbe avere/ almeno tre vite/ dici/ La prima per gli errori necessari/la seconda/ per non sbagliare mai/ la terza infine/ per sbagliare nuovamente/ ed essere felici».

Il patto infelice. È stata una delle figure più originali nella letteratura novecentesca italiana. Parliamo di Leonardo Sinisgalli (Potenza 1908-Roma 1981). Lo hanno definito in vari modi: poeta ingegnere, critico d’arte, esperto di architettura. Ha diretto riviste culturali (era di matrice “olivettiana“): in questo florilegio, Calcoli e fandonie, edito meritoriamente da Hacca editore (146 pagg, 15 euro), appaiono come folgoranti alcuni suoi appunti brevi: «La poesia mangia la prosa, come il serpente divora intero il porcellino». Talune volte la poesia è tale, e come tale è bella, senza divorare nessuna cosa: «Chi aspetta l’improbabile si disorienta a ogni squillo, si scuote a ogni rumore, passa la vita dietro le porte». Sinisgalli si fa acuto osservatore: «Madrigali o ditirambi, Garcia Lorca o Dylan Thomas. Se si va a fondo si scopre dietro i virtuosi c’è uno squilibrio, uno scompenso di vasi e di ghiandole». Come si fa a non essere d’accordo? Legata a questa constatazione, alcune righe graffianti: «Apollo si tira indietro e lascia passare i Mostri». Oppure: «C’è una bella differenza tra la scena e il dramma. Si prepara la scena per il dramma, la voce che non viene. Tutti si sono prefissi di riempire il vuoto, riempire la bottiglia».  Riflette, con la sua conoscenza “anche tecnica”, su una verità relativistica: «I meriti palesi della civiltà delle macchine sono il trionfo della dissipazione, dello spreco, contro la taccagneria e lo snobismo. È la sconfitta del superuomo. Il successo tecnico è una conquista di squadre: per questo il Poeta è tecnico contro il metodo, contro le idee, contro l’organizzazione».

Facebooktwitterlinkedin